ALITALIA/ Caro Lupi, perché mantenere (ancora) in vita un’azienda decotta?

- Dario Balotta

DARIO BALOTTA ci spiega quali sono state le cinque mosse di Alitalia per ridurre i costi del personale, in seguito anche all’accordo con Ethiad che prevede 2251 esuberi

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Foto: InfoPhoto

L’accordo, che si profila tra sindacati, Governo e Alitalia si aggiunge, in termini di ammortizzatori sociali, a quanto già concordato per tenere in piedi l’Alitalia in questi sette anni di privatizzazione gestita dai capitani coraggiosi. Per ridurre i costi del personale, ma continuando lo stesso a generare perdite più di quando era pubblica, l’azienda ha potuto contare nel tempo su:

1) CIG lunga per legge ( sette anni rinnovati di altri due, che si sognano le altre categorie lavorative) e la mobilità. Di questi costi se ne fa carico l’Inps e in quota percentuale azienda e lavoratori;

2) Accordi di solidarietà, è un meccanismo che sposta i costi di un tot numero di riposi a rotazione sulle spalle dell’Inps (il salvataggio dell’ Elettrolux’ ne è un esempio), dei costi se ne fa carico l’Inps;

3) De fiscalizzazione delle indennità di volo, che interessa quasi il 50% delle retribuzione dal personale di volo. In pratica gli oneri sociali non fanno reddito ai fini della tassazione, ma sono conteggiati ai fini pensionistici. Costi In carico all’Inps;

4) Fondo speciale per il trasporto aereo. Consente di integrare fino all’80% l’ultimo salario percepito del personale di volo e di terra in CIG o in solidarietà. Questo fondo viene alimentato da una tassa di 3 euro su tutti i passeggeri in partenza da uno scalo italiano (circa 210 milioni spennati ai passeggeri).

5) Contratto di ricollocamento introdotto dalla legge di stabilità. Consente a chi è in mobilità di fare un accordo con le agenzie del lavoro del Lazio (prevede obblighi per il lavoratore, l’agenzia del lavoro e degli Enti coinvolti).

Non è facile quantificare i costi degli ammortizzatori sociali, ma si può affermare che dietro la giusta esigenza di tutelare il lavoro, è nascosto un obiettivo non condivisibile, tenere ancora in vita artificiosamente un’azienda decotta come è successo negli ultimi sette anni. Gli ammortizzatori sociali dovevano servire a rilanciare Alitalia/CAI con lo Stato che si era accollato anche tutti i  debiti pregressi. Ed invece siamo a punto e a capo. Con l’accordo, il welfare si allarga ulteriormente per fronteggiare i 2.251 esuberi chiesti dal promesso sposo Ethiad. Ed i suoi costi anche. Altri aziende e lavoratori in crisi potrebbero avere lo stesso trattamento e la platea di ammortizzatori riservati alla più che corporativa Alitalia?

Questo accordo pone il problema di quali criteri vengono adottati per accedere al welfare e se questi criteri sono equi nei confronti degli altri lavoratori che non hanno la forza “corporativa” e contrattuale di quelli di Alitalia. Adesso ci viene detto dal Governo che le prospettive derivanti dal matrimonio con la compagnia emiratina sono positive. Ciò non è da escludere, agli arabi viene concesso l’ingresso in un importante mercato europeo/mediterraneo.

Le banche creditrici di Alitalia, grazie alle pressioni politiche ricevute, hanno accettano la ristrutturazione del debito. Non sapremo mai a quanto ammonteranno le perdite che verranno ripianate tra qualche anno dallo Stato. 

La Malpensa verrà ridimensionata, l’ultimo grande investimento pubblico aeroportuale viene quindi vanificato. Linate verrà trasformato in base agli interessi del nuovo network e non di quelli dei consumatori. Sarebbe interessante avere da uno dei tanti centri studi governativi o dal CIPE una analisi costi benefici di tutta l’operazione. Forse si scoprirebbe che al netto dei costi della tutela di tutti, i lavoratori, si proprio tutti è meglio lasciare morire questa azienda. Ciò gioverebbe alla concorrenza ed una  sua rinascita sul modello Swisse o Sabena ci libererebbe per sempre da una compagnia tanto strategica che oramai rappresenta meno del 17% del mercato dei volatori in Italia.

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