LOTTA ALLA POVERTA’/ Se profit e non profit vanno a braccetto…

- La Redazione

Il semestre europeo a guida italiana assegna al nostro Paese il compito di fissare l’agenda della UE, anche in materia di cooperazione. Ne parla GIAMPAOLO SILVESTRI

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Nove posti di lavoro su dieci nei paesi in via di sviluppo provengono da imprese profit, che hanno un ruolo fondamentale nella lotta alla povertà. Ma per trarre vantaggi per l’intera società è necessario il coinvolgimento delle realtà non profit. Le esperienze di Fondazione AVSI.

Siamo alla vigilia di una nuova visione di cooperazione. Dagli Obiettivi del Millennio, l’attenzione si è spostata sull’agenda tracciata da Rio+20 e dai Sustainable Development Goals, il cambiamento climatico è diventata una priorità e da lì si sta strutturando l’impegno per un nuovo modello con al centro la sostenibilità dello sviluppo e la condivisione del valore economico delle imprese che operano nei territori.

Il semestre europeo a guida italiana assegna al nostro Paese il compito di fissare l’agenda della UE, anche in materia di cooperazione. Il primo passo è stato fatto a Firenze, nel Salone dei 500 di Palazzo Vecchio, dove il 14 e il 15 luglio i Ministri per la Cooperazione allo Sviluppo dei 28 paesi membri si sono riuniti per parlare delle politiche di sviluppo del più grande donatore al mondo. Si è parlato di agenda post-2015, migrazioni e del loro ruolo per lo sviluppo, di Expo 2015 e nutrizione. Ma soprattutto è stata rilanciata l’importanza del settore privato nella lotta globale alla povertà.

Già a maggio, una comunicazione ufficiale della Commissione Europea aveva aperto alla possibilità di far accedere soggetti profit alle linee di finanziamento della cooperazione. Un cambio di rotta da tenere in forte considerazione: il settore privato, con le risorse e le competenze di cui dispone, con la sua capacità di creare innovazione e ricchezza, ha un compito fondamentale da svolgere. E l’Italia, in questo scenario, può contribuire con la propria tradizione di piccola e media imprenditoria, da sempre attenta alla creazione di valore sul territorio e nelle comunità.

Ma il legame tra impresa e sviluppo non è scontato. E’ necessario un metodo, che coinvolga la base della piramide, ossia la popolazione povera e vulnerabile, e metta al centro la persona. Non basta creare impiego, bisogna coinvolgere i giovani, formarli, inserirli in un percorso educativo, dar loro consapevolezza della dignità umana. Solo se la persona diventa protagonista è possibile garantire la sostenibilità. Solo così le imprese potranno creare valore condiviso e diventare motore dello sviluppo socio-economico.

“L’elemento educativo deve però essere centrale in queste iniziative – spiega Giampaolo Silvestri, segretario generale di Fondazione AVSI, ong che opera in 37 paesi del mondo e che ha all’attivo numerose partnership con le imprese –  persone raggiunte da una proposta educativa e formativa saranno autonome e capaci di implicarsi nei processi di sviluppo, diventeranno consumatori e lavoratori competenti portando così beneficio a tutta la comunità e alle imprese che operano sul territorio”.

Per avvantaggiare l’intera società è necessario dunque un passaggio ulteriore: il coinvolgimento delle realtà non profit e della loro profonda conoscenza dei contesti e delle comunità locali. Le ONG, in quanto organizzazioni della società civile, sono il ponte di collegamento ideale tra comunità, imprese e autorità pubbliche. Sono l’ultimo miglio per raggiungere, attraverso l’azione e lo sforzo comune, la singola persona. 

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