SPY FINANZA/ I numeri che segnalano il “tonfo globale”

- Mauro Bottarelli

I numeri parlano chiaro: la situazione sui mercati non è più florida come qualche settimana fa. Anzi, sembra che sia in arrivo una tempesta, come spiega MAURO BOTTARELLI

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Siamo di nuovo nei guai sui mercati? Sì, giova ricordarlo perché i numeri parlano chiaro e il Financial Times lo ha detto nitidamente: «Molta parte dei prestiti al ramo corporate Usa serve per finanziare bonus e dividendi agli azionisti, acquisizioni finanziarie (buybacks) e a dare impulso al mercato interno del boom energetico (investimenti per 200 miliardi di dollari nel settore quest’anno, grazie allo shale gas, ndr) e non per supportare la crescita organica delle aziende». Ora, guardate i due grafici a fondo pagina: ci mostrano plasticamente due cose. La prima è che se il debito netto è ai livelli massimi nel ramo corporate, l’accantonamento di fondi cash è ai minimi e la seconda è che nonostante tutti i rischi derivanti da questa attività, i prestiti bancari al ramo corporate – dopo anni di linea piatta – hanno ricominciato a crescere. Ma l’aumento anno su anno di prestiti e leasing delle banche commerciali Usa al ramo corporate non è affatto un segnale di ripresa per l’economia statunitense. E non parliamo di numeri da poco: i prestiti verso al ramo C&I (Commercial & Industrial) sono cresciuti alla cifra record di 1,7 triliardi di dollari nel mese di giugno da un picco post-crisi di 1,2 triliardi di quattro anni fa, stando a dati ufficiali della Federal Reserve Bank di St. Louis.

Per quanto riguarda le venticinque principali banche commerciali Usa per volume di assets, i prestiti al ramo C&I sono cresciuti del 10,5% nel trimestre conclusosi il 25 giugno, sempre stando a dati annualizzati della Fed. E attenzione, tutti questi prestiti sono cosiddetti “secured loans”, ovvero assicurati da collaterale che il richiedente posta a garanzia del prestito: se non paga, gli assets depositati divengono automaticamente di proprietà della banca che eroga. Certo, con i tassi così bassi l’attività di prestito non è più molto fruttuosa per giganti come Bank of America, Wells Fargo, JP Morgan, i quali quindi concedono prestiti sia perché garantiti, sia perché questi aprono la porta a un rapporto di amicizia con il cliente che garantisce loro la possibilità di offrire servizi quali la gestione, l’hedging o il leasing.

Sono però le finalità di questi prestiti a far riflettere sulla situazione attuale del mercato: stando a un dirigente di un’importante banca Usa interpellato dal Financial Times, «la gran parte dell’utilizzo di quel denaro sul mercato è per pagare i dividendi agli azionisti. Tradizionalmente le banche sono molto caute a prestare denaro per tale finalità». Non più, a quanto pare. Ma c’è di più: il rally stesso dell’indice S&P 500 è alimentato dai buybacks di titoli da parte delle aziende, ovvero ricomprare azioni sul mercato per tenere su il prezzo e abbassare il flottante in vista delle trimestrali ma ora le stesse aziende stanno prendendo soldi in prestito assicurato dalle banche anche per finanziare i buybacks dei propri titoli: «Questa crescita dei prestiti è semplicemente non sostenibile», ha sentenziato al Financial Times Charles Peabody, analista bancario alla Portales Partners di New York.

Semplice, la bolla precedente si basava infatti sì su buybacks fondati sull’uso della leva ma erano tutti impostati su prestiti non assicurati, ovvero nessun asset dell’azienda era a rischio confisca nel caso la bolla scoppiasse, mancasse la liquidità e quindi non si potesse rimborsare quanto ottenuto. In parole povere, questa volta i detentori di bond di quelle stesse aziende che si stanno indebitando saranno i primi della fila a perdere tutto quando e se la banca passerà all’incasso e di fatto le banche diventano “socie” dell’azienda. Ma c’è di più. Rispetto ai tempi della formazione della crisi Lehman Brothers, le ratio di debito delle economie sviluppate sono salite del 20% al 275% del Pil in sette anni.

Come vi dico da settimane, forse mesi, gli spread sono artificialmente compressi al ribasso, mentre le aziende si stanno pesantemente indebitando per dar vita a buybacks azionari che mantengano alte le valutazioni dei titoli e i corsi degli indici: stando a dati della Bri, il 40% dei cosiddetti syndacated loans – ovvero prestiti offerti da un gruppo di prestatori (syndacation) che si mettono insieme per finanziare un unico soggetto contraente – sono verso soggetti che sono al di sotto dell’investment grade, ovvero con rating di credit a rischio, una ratio ben più alta di quella registrata nel 2007. Inoltre, i cosiddetti Brics e altre economie emergenti hanno già subito le conseguenze dei loro boom del credito, in parte con spill-over del denaro a pioggia delle banche centrali occidentali.

Le loro ratio di debito sono salite anch’esse del 20% a quota 175%, mentre il tasso a cui si prende mediamente a prestito denaro a cinque anni in termini reali è dell’1%: bassissimo e quindi molto a rischio di inversione repentina e disordinata. C’è poi l’eccessiva euforia dei mercati equity con la volatilità scesa a minimi storici: le equities europee sono salite del 15% in un anno a dispetto di crescita reale del Pil a zero e con una calo dell’earnings attese del 3%. E al netto dei sempre nuovi massimi degli indici azionari Usa delle ultime settimane e del crollo del Vix, l’indicatore della volatilità, il costo che i grandi investitori stanno pagando per assicurarsi contro un collasso dei prezzi sta continuando a salire.

Qualche tempo fa vi avevo già messo al corrente dell’aumento record del prezzo dello Skew, l’indicatore del timore dei mercati per un grosso calo dei prezzi, ma per la prima volta nella storia questo livello è rimasto considerevole per un periodo prolungato di tempo. Per Kevin Cook, stock strategist alla Zacks Investment Research di Chicago, «lo Skew sta segnalandoci un grosso allarme per i mercati equity in questi giorni: i grandi players stanno comprando in anticipo protezione in opzioni put per i titoli che stanno detenendo». Il primo grafico a fondo pagina ci parla chiaramente del livello a cui siamo: nelle ultime quattro settimane lo Skew ha superato quota 140 tre volte, il 20 giugno, il 2 e il 3 luglio. Soltanto altre quattro letture dello Skew, da quando lo si è cominciato a calcolarlo nel 1990, avevano superato questo livello: giugno 1990, ottobre 1998, marzo 2006 e dicembre 2013.

E cosa ha acuito le tensioni sullo Skew? L’ultimo grafico ce lo spiega plasticamente: il meeting del Fomc, il Comitato monetario della Fed che di fatto ha sancito la fine del Quantitative easing per il prossimo ottobre, se le condizioni macro dell’economia Usa resteranno sui binari attuali. Resteranno davvero queste o ci sarà una revisione repentina al ribasso in estate, magari al meeting di Jackson Hole, quando mercati e governi hanno la guardia abbassata, soprattutto in Europa? La bolla non può essere fatta scoppiare così, disordinatamente. Forse un grosso evento destabilizzante, magari bellico, potrebbe fare il lavoro sporco ed evitare il tonfo globale.

 

 



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