SPY FINANZA/ Le “bugie” delle banche portate a galla da Erste Bank

- Mauro Bottarelli

Venerdì scorso è stato un giorno nero per le banche, per via del profit warning lanciato da Erste Group Bank. MAURO BOTTARELLI ci spiega qual è lo stato di salute degli istituti di credito

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Venerdì nero, quello scorso, a Piazza Affari, il cui indice principale è stato trascinato al ribasso dal comparto bancario. Ma come, lo spread è basso, l’Abi continua a dire che il sistema bancario italiano è solido e ben capitalizzato e nel giorno in cui Wall Street era chiusa per la festa del 4 luglio e non si palesavano dati macro preoccupanti, Milano è maglia nera d’Europa? Già, stranamente è andata proprio così e tutto per un’unica ragione: il flop dell’austriaca Erste Group Bank (-14% a 20 euro per azione), la quale ha lanciato un profit warning legato alla previsione di una perdita netta per l’intero anno a causa di maggiori accantonamenti in Ungheria e Romania.

In Ungheria il tema è legato agli interventi del governo sui tassi applicati ai mutui retail in valuta estera, mentre in Romania c’è la necessità di ridurre più velocemente lo stock di crediti in sofferenza in vista dell’Asset quality review. Nel dettaglio, Erste Group ha stimato che la perdita netta sarà tra 1,4 e 1,6 miliardi di euro, a seguito dei maggiori accantonamenti per le sue attività in Ungheria e Romania. Si alza quindi l’asticella delle rettifiche su crediti nell’area fino a 2,4 miliardi dalla precedente guidance di 1,7 miliardi di euro.

La banca, che è uno dei tre istituti di credito austriaci più grandi, in precedenza non aveva rilasciato una previsione sull’utile netto di quest’anno. Inoltre, a causa dei risultati più deboli in Ungheria e in Romania, l’utile operativo del gruppo quest’anno sarà leggermente più basso di quanto stimato prima: a febbraio l’istituto aveva previsto un utile operativo di circa 3,1 miliardi di euro. Allora disse che l’utile operativo era previsto vicino al livello di 3,3 miliardi di euro del 2013, nonostante un avvio lento dell’anno e con i tassi di interesse che dovrebbero rimanere bassi o calare ulteriormente in alcuni paesi. In ogni caso, visti i futuri requisiti patrimoniali di Basilea III per le banche, Erste Bank ha precisato che non avrà bisogno di raccogliere capitale aggiuntivo quest’anno per raggiungere un ratio del 10%.

Precisazioni che però non hanno rassicurato i broker, i quali hanno downgradato a raffica l’azione: JP Morgan Cazenove da overweight a neutral, Societe Generale da buy a hold, Barclays da equalweight a underweight. Direte voi: cosa c’entrano i guai a Est di Erste Bank con le banche italiane? Ve lo spiego subito: dalle ultime rilevazioni risulta che Unicredit abbia circa 3 miliardi di euro di impieghi in Ungheria, lo 0,6% circa del totale del gruppo e circa 4,2 miliardi di euro di impieghi in Romania, circa lo 0,9% del totale di gruppo che, insieme, hanno generato nel primo trimestre profitti prima delle imposte per circa 32 milioni di euro. Ma c’è di più, Intesa Sanpaolo è ancora più esposta in Ungheria (3 miliardi di impieghi, vale a dire l’1% del totale), dove la situazione sembra più delicata, mentre Unicredit in Romania (4 miliardi di impieghi, l’1% del totale).

Ipotizzando un incremento delle rettifiche simile a quello di Erste, Unicredit quest’anno potrebbe quindi registrare maggiori rettifiche per 320 milioni di euro e Intesa Sanpaolo per 240 milioni. Nel medio periodo, invece, per entrambe i gruppi il costo del rischio incorporato nelle stime (200 pb per Intesa Sanpaolo in Ungheria e 220 pb per Unicredit in Romania) è in linea/superiore a quanto previsto dalla nuova guidance 2015 di Erste Bank (200 pb in Ungheria e 150 pb in Romania), quindi il rischio di una contrazione è piuttosto limitato.

Perché allora quel calo così netto a Piazza Affari? Bnp Paribas, con 9 miliardi di multa da pagare alle autorità finanziarie Usa, ha dovuto soltanto dire al mercato di essere sufficientemente patrimonializzata per andare incontro alla perdita per salire del 3% in Borsa, cosa accade quindi alle banche italiane? Succede quello che nessuno vuole ammettere, soprattutto con gli stress test alle porte: ovvero che il problema maggiore del sistema finanziario europeo sono i 2 triliardi di bad debt che languono nei bilanci delle banche del Vecchio Continente, stando a stime del Fmi.

Insomma, per evitare di schiantare il continente intero e l’euro, l’unica via è quella che prevede un continuo roll over da parte delle banche sul bad debt ma questo cosa impone? La creazione di un’epica bolla di debito che porta i gestori dei soldi altrui, ovvero i vostri, a fare cose idiote come acquistare debito spagnolo a dieci anni al tasso del 2,75%. Ecco perché la Bank of Japan ha fatto partire la cosiddetta “Abenomics” ed ecco perché anche Draghi ha aperto ad acquisti obbligazionari: occorre mandare in reflazione la bolla del credito, altrimenti le banche europee – italiane e spagnole in testa – dovranno affrontare la realtà, ovvero fare i conti con triliardi di bad debt.

Peccato che a volte succedano imprevisti, come ad esempio gli interventi del governo ungherese sui tassi applicati ai mutui retail in valuta estera e quindi anche le banche più sane, come Erste Bank appunto, principale istituto di un Paese con rating altissimo e terzo operatore nell’Europa dell’Est dopo Unicredit e Raiffeisen, debba ammettere di aver sbagliato le proprie previsioni sul quantitativo di bad loans – sofferenze – nel proprio bilancio, facendole così salire di colpo del 40% e portando alla luce del mercato una perdita da 2,2 miliardi di dollari, ovvio detonatore di writedowns a catena. Ecco, graficizzata a fondo pagina, la reazione degli azionisti a una prima dose di verità dopo quantitativi da diabete di caramelle piene di bugie: un tonfo. Sono bastate due mosse di due governi, ovvero l’obbligo di rifondere ai clienti i tassi giudicati eccessivi e unfair sui prestiti da parte del governo ungherese e l’obbligo di riduzione più rapida del bad debt imposto dalla Banca centrale romena, per mandare a zampe all’aria un sanissimo colosso bancario come Erste Bank e inviare tetri scossoni sul comparto bancario italiano.

Insomma, è bastato che due governi chiedessero alle banche di comportarsi bene e secondo le regole – facendo cioè pagare il giusto ai clienti sui prestiti e tenendo i bilanci puliti – perché l’intero castello vacillasse: quindi, significa forse che se dovessero operare secondo le regole tutti gli istituti bancari del Vecchio Continente sparirebbero o verrebbero sommersi dalle perdite? Sì. Complimenti, davvero confortante la lezione che ci arriva dall’Austria. Come mai né la Bce, né l’Eba hanno mai sentito il bisogno di chiedere ciò che hanno chiesto i governi ungherese e romeno? Forse perché altrimenti il sistema si sarebbe rivelato agli occhi del grande pubblico per quello che è, ovvero un casinò dedito all’investment banking e nient’altro?

 

Guardate che non scherzo: se a livello europeo venisse imposto ciò che è stato imposto da quei due governi, l’intero sistema bancario del Vecchio Continente salterebbe in aria in una notte. Ma si sa, alla Bce sono furbi, loro si inventano gli stress test farsa per tenere buono il parco buoi: se pensate che in passato sono stati promossi a pieni voti sia Bankia che Dexia e che quest’anno Erste verrà comunque insignita di una bella tripla A, avete capito da soli dove tenete i vostri soldi e a chi li fate amministrare. E sapete perché Erste sarà promossa? Perché nel capitale regolatorio quei writedowns non peseranno, ci si basa sulla fiducia, il buon nome e i conti truccati.

Pensate che manchi molto a un Erste a livello globale? Vi sbagliate, le banche europee sono tutte conciate da fare pietà, se solo fossero obbligate a rivelare la verità dei loro bilanci degni del più brillante Fausto Tonna. Non ci credete? Male, perché proprio in queste ore, proprio in Italia, esattamente dalle parti di Treviso, qualcuno è con l’acqua alla gola nella speranza che Bankitalia intervenga. Una Carige del Nord-Est è in atto e voi non sapete nulla: il giochino, per funzionare, necessità di bugie e silenzio. Ovvero, delle caratteristiche peculiari delle banche. Bertolt Brecht ci aveva visto lungo.

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