SPY FINANZA/ La bolla che gli Usa non vogliono far scoppiare

- Mauro Bottarelli

L’attenzione dei mercati è concentrata sul meeting di Jackson Hole che si apre domani e sulle intenzioni di Janet Yellen, governatore della Fed. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Il presidente della Fed, Janet Yellen (Infophoto)

Dunque, viviamo in un mondo in cui le previsioni del Pil mondiale per l’anno in corso sono state ulteriormente riviste al ribasso, esattamente al 2,48%, come mostra il primo grafico a fondo pagina. Ovviamente, come diretto effetto di questa correzione, il rendimento del bond trentennale Usa è calato ai minimi da sedici mesi e i prezzi di rame e petrolio stanno scendendo, ma c’è qualcuno che, invece, sa qualcosa che forse tutte le altre asset class e tutti noi non sappiamo: il mercato equity Usa, quasi ai massimi storici, come ci mostra il secondo grafico. E cosa sa di preciso? Che al meeting di Jackson Hole che si apre domani non succederà nulla. Anzi, che con ogni probabilità i dati sulla disoccupazione garantiranno a Janet Yellen un comodo alibi per rimandare ad almeno il terzo trimestre del 2015 il primo aumento dei tassi di interesse, permettendo alla bolla di continuare a espandersi e a Wall Street di macinare utili con soldi a costo zero.

Ieri già la Banca d’Inghilterra, comunicando il dato più basso del previsto riguardo l’inflazione, ha fatto capire chiaramente che l’aumento dei tassi sarà rimandato a più avanti: non a caso, il governatore della Boe è un ex dirigente di Goldman Sachs, uno che ai corsi azionari ci tiene. Anche ieri, come lunedì, i mercati hanno festeggiato, tranne Milano un po’ timida per tutta la giornata: il segnale anticipatorio di cui vi parlavo l’altro giorno è chiaro, chi opera è certo che nessuno sarà così pazzo da far scoppiare la bolla in maniera non controllata. Non c’è altro motivo, d’altronde, per cui festeggiare e veder proseguire il rally.

Ecco qualche dato. Nonostante il diluvio di denaro dell’Abenomics, l’economia giapponese è migliorata soltanto di un capello rispetto a cinque trimestri fa, esattamente allo 0,8%, peccato che nel frattempo i salari reali nipponici sono crollati ai minimi e il bilancio della Bank of Japan ha raggiunto l’invidiabile percentuale del 55% del Pil del Paese, un qualcosa che se solo prospettato dieci anni fa avrebbe comportato per il malcapitato di turno l’internamento in manicomio. Vogliamo parlare poi dell’eurozona, in piena deflazione e con la Germania di fatto in recessione? Certo, godiamo di spread fantastici, peccato che siano frutto di acquisti di massa da parte del traballante sistema bancario – aspettiamoci a breve altre Banco Espirito Santo – e dalla Bce, la quale quando serve qualche acquisto lo fa ancora con il programma Smp e poi non lo sterilizza, ovvero lo iscrive a bilancio.

E la Cina? Con la crescita che rallenta, ora c’è anche il problema di stabilizzare qualcosa come 25 triliardi di dollari di debito, annidato in quel casinò di dimensione apocalittiche che è il sistema bancario ombra. E gli Usa, che da più parte sento dire essere in crescita grazie al quantitative easing della Fed? Il dato di crescita per quest’anno è già stato rivisto al ribasso dal +3% al +1,5%, oltretutto volendo farci credere che il deflattore del Pil sia solo all’1,4%: siamo al delirio, a meno che la gente non consumi iPad invece che cibo, energia, non usi i trasporti e non abbia bisogno di cure mediche.

Bene, in questa situazione di ciclo dell’espansione globale che sta grippando, le ratio di profitto sono ai massimi e i multipli della ratio price-for-earning sono circa a livello di leva 20 a 1 per l’indice S&P 500: come si fa a togliere l’acqua in cui nuotano questi pesci, ovvero i soldi a zero della Fed, senza creare un disastro epocale? Peccato che quando si parla di Qe, ci si dimentichi di far notare che nonostante un’espansione dello stato patrimoniale della Federal Reserve di 3,5 triliardi di dollari, l’economia Usa non abbia affatto raggiunto le performance metriche che furono garantite dall’ultimo ciclo espansivo, quello del 2002-2007.

Ricordiamoci che alla base della crisi scoppiata nel 2008 c’erano due fattori: primo, le politiche di Bill Clinton in fatto di accesso al credito e al mercato immobiliare per tutti, anche i cosiddetti soggetti subprime; secondo, la folle bolla del credito immobiliare innescata dalle politiche della Fed di Alan Greenspan. Janet Yellen, almeno così vogliono farci capire i mercati, sembra dunque decisa a ripetere e portare alle estreme conseguenze quel disastro, spostando in avanti l’aumento dei tassi e di fatto mantenendo ancora per un po’ in vita il residuo del Qe, calmierando l’operazione di “tapering”. Non si vuole capire che l’economia Usa è in stallo proprio a causa di quel diluvio di soldi, è in piena crisi da saturazione di debito.

Tanto per fare un esempio, tornando al quinquennio 2002-2007, quello in cui la crisi era in incubazione, il debito del credit market, sia privato che pubblico, è cresciuto di qualcosa come 21 triliardi di dollari, mentre il Pil nominale solo di 3,5 triliardi: poi quando dicono che Keynes ha fatto più danni della grandine c’è gente che si offende. La Fed non ha fatto altro che spingere massicciamente sulla stringa del credito, peccato che l’intero fiume di liquidità si sia fermato a Wall Street e non si sia mai riversato nell’economia reale: ecco perché il Pil viene ritoccato al ribasso e tutti gli indicatori macro dicono chiaramente che in America l’unica cosa a essere ripartita è la giostra della Borsa (oltretutto alimentata dai buybacks azionari, pagati indebitandosi e con i soldi della Fed, per mantenere alte le quotazioni, gli indici in rally e abbassare i flottanti). E ciò che non finisce nel casinò di Wall Street resta parcheggiato nelle riserve in eccesso della Fed di New York, dopo aver fatto un bel giretto tra money markets e carry-trade garantito dall’alto rendimento, mercato dal quale ora – caso strano – si sta scappando.

Ma si sa, il mondo della finanza va così e la politica non può andare contro gli interessi della finanza: forse, come vi dicevo ieri, la scommessa al ribasso di George Soros sull’indice S&P 500 si rivelerà giusta e la Yellen venerdì ci stupirà, ma i mercati di solito non prendono cantonate così grosse. La Fed sembra pronta a regalare nuovi chip ai giocatori d’azzardo della finanza mondiale e garantire almeno un’altra lunga mano di poker: quando poi la deflazione avrà eroso le ossa all’Europa, la Cina rallenterà ancora di più e l’America rivedrà ancora al ribasso le stime, entrando in area di pre-recessione, qualcuno salterà fuori maledicendo il Quantitative easing. Ma sono gli stessi che oggi, in tv come sui giornali, lo glorificano parlando del miracolo Usa e giapponese.

P.S.: Avviso ai naviganti. Ieri sul Financial Times compariva un commento apparentemente dedicato al mercato obbligazionario europeo ma nel quale di fatto si bocciava l’ipotesi di Quantitative easing da parte della Bce, dicendo a chiare lettere che per uscire dalla crisi paesi come Spagna e Italia devono dar vita alla svalutazione interna, ovvero salari più bassi, limitare la dipendenza dall’export e dar vita a riforme strutturali che aumentino la crescita della produttività e con essa il Pil. Questa la frase finale: «L’Italia sarà il vero test. Sotto la guida del nuovo primo ministro, Matteo Renzi, ha la sua migliore opportunità per rompere con il passato. Il diminuito potere dei sindacati e l’esperienza maturata dagli elettori di un ambiente a crescita zero gli danno una vera chance. Ma il messaggio più grande nel mercato obbligazionario è che l’eurozona si sta avviando verso una deflazione di stile giapponese. E i mercati hanno il realismo dalla loro parte». Gli amici di Matteo Renzi nella City si stanno muovendo in vista dell’autunno. Che sarà, statene certi, di lacrime e sangue. 

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