FINANZA/ I “dogmi” della finanza che aiutano la crisi

- Giovanni Passali

GIOVANNI PASSALI spiega perché puntare sui tassi di interesse e sulla quantità di moneta per uscire dalla crisi è una strada sbagliata, anche se percorsa dalla banche centrali

Euro_Bce_Simbolo_MossoR439
Infophoto

Non c’è niente da fare. Ancora siamo anni luce lontani da quella mentalità che servirebbe per affrontare adeguatamente i problemi di oggi, tenendo conto di tutti i fattori in gioco. Per esempio: “I banchieri centrali […] dovranno prendere in considerazione cambiamenti nell’economia e nella società che sfidano il quadro concettuale a cui tutti ci affidiamo da decenni”, si legge in un articolo de Il Sole 24 Ore. E poi, [i banchieri] “si trovano oggi all’intersezione di interrogativi politici di dimensione paragonabile a quelli dell’Ottocento, quando i temi della giustizia sociale, della democrazia e del benessere generalizzato divennero cruciali”.

Condivido in pieno questo tipo di impostazione: aggiungo anzi che la lettera Enciclica “Rerum Novarum” del 1891 fu il primo imponente tentativo della Chiesa di dare il suo contributo alle complesse questioni politiche e sociali di quei tempi. Un contributo poi approfondito in ambito cristiano; un contributo che il mondo politico e culturale di quel tempo (e dei tempi successivi) non raccolse. Invece niente, l’ideologia liberista moderna non vede altro che il tasso di interesse: lo schema interpretativo dominante torna a soggiogare il pensiero con due dogmi impliciti.

Primo, il dogma che le scelte dei banchieri siano per definizione politicamente neutrali, come se la politica e le sue scelte fosse il peccato e i signori della moneta siano immuni dogmaticamente dal peccato. Secondo, che il benessere dell’umanità dipenda unicamente dal livello dei tassi di interesse. In questa contorta ideologia, infatti, con i tassi di interessi si decide la quantità di credito e con il credito si fornisce moneta; infine, con la moneta si favorisce il commercio e la crescita.

Tutto corretto, se non fosse per il fatto che il credito è una medaglia a due facce e l’altra faccia del credito si chiama debito: quello che è credito per chi lo concede, è debito per chi lo riceve. Da questo nasce la moneta debito, cioè tutta la moderna moneta, che non può far altro che crescere (come debito) insieme all’economia. E se si tenta di rallentare la crescita del debito, allora crollerà la presenza di moneta nell’economia reale e crollerà pure l’economia. Questo è un semplice ragionamento, storicamente fino a oggi confermato da fatti e dati. Un sistema, quello della moneta debito, che pretende di far tornare una maggiore quantità di moneta a chi la concede a credito (aggiunta cioè degli interessi). Un sistema quindi che costantemente impoverisce chi non ha e arricchisce chi già ha.

Contro questo perverso sistema economico si era scagliata a suo tempo la Chiesa nella Lettera Enciclica “Quadragesimo Anno” (1931), affermando che “ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare” (n. 105-106).

Ora i risultati di questa “dispotica padronanza dell’economia in mano a pochi” la possiamo vedere chiaramente; nonostante la crescita, infatti, la quota di americani che partecipa al mondo del lavoro è in continuo declino e la tenuta della società ne è infiacchita. L’eurozona invece ha smesso di crescere e le previsioni vengono di nuovo riviste al ribasso. La debolezza delle economie alimenta i problemi di iniqua distribuzione delle risorse, condizionata anch’essa dal livello dei tassi di interesse e dal suo rapporto di crescita dell’economia.

In altre parole, agli americani va male, mentre l’eurozona sta peggio. Ma è da sottolineare il fatto che ormai l’iniqua distribuzione delle risorse dipende dai tassi di interesse. La verità viene a galla! Infatti, è inutile dire che va tutto bene perché abbiamo fame e abbiamo un pollo a testa, quando poi si scopre che uno su cinque non ha più fame e si è già mangiato quattro polli. Perché è quello che accade nella realtà: lo ha scoperto l’economista Pareto, quando si accorse che il 20% della popolazione normalmente ha circa l’80% della ricchezza. E si parla di dati di quasi un secolo fa, non dell’altro ieri. E cosa fanno i nostri fantastici banchieri? Applicano a tutti il loro “tasso di interesse”, come se fosse la panacea a tutti i mali. L’unico dubbio è quale tasso applicare, cioè chi favorire e chi sfavorire. Nel dubbio, i potenti (chissà perché) vincono sempre. I popoli invece rimangono col cerino in mano.

Lo hanno già fatto, con mezzi limitati e in aree circoscritte, ma lo hanno fatto: come con la Grande Depressione del 1929. Un fiume di denaro nei mercati finanziari e poi il crollo repentino delle borse, con una nazione che è finita sul lastrico. E poi di nuovo alla fine degli anni Novanta, fino allo scoppio del 2000 e alla conseguente caduta dei mercati finanziari fino al 2002-2003. Poi la ripresa drogata dei mercati finanziari fino al 2007 e quindi la crisi odierna.

Comunque il fatto cruciale di questo momento storico è nella riflessione ormai diffusa che per i banchieri centrali si tratta di una sfida politica. E proprio questo è il punto critico e il fallimento dell’ideologia che ha sempre affermato l’indipendenza e la non politicizzazione delle scelte dei banchieri centrali: ora invece si scopre che la scelta del tasso di interesse è una scelta politica. La vera scelta, quella criminale, è quella di aver costruito un sistema finanziario e monetario nel quale uno strumento così poco duttile come il tasso di interesse decida del benessere di tanta parte della popolazione europea. E proprio questa è la motivazione principale per il ritorno delle monete nazionali: il fatto che non è possibile servire efficacemente e adeguatamente situazioni economiche e sociali tanto diverse come quelle interessanti i diversi popoli europei.

Ma secondo la loro ideologia, cosa dovrebbe fare ora Draghi e la Bce per aiutare l’Europa a uscire dalla crisi? Secondo Krugman, l’Europa “ha bisogno di un’inflazione attesa superiore al 2%”. Bisogno di inflazione? Ma non era cattiva l’inflazione? E noi non abbiamo fatto apposta l’euro per abbattere la cattiva inflazione? E non è questa la tipica accusa di chi è contro il ritorno alle monete nazionali: “cattivi che siete, volete tornare alla moneta nazionale per svalutare, ma così fate inflazione”?

Certo che la posizione della Bce sta diventando davvero imbarazzante. Nata per contrastare l’inflazione, ora si ritrova a dover lottare per fare più inflazione. E questo è pure un bel guaio: perché la Bce, proprio per il suo codice genetico strutturale e culturale, rischia di essere inadeguata e incapace a raggiungere un simile obiettivo. E come fare inflazione? Krugman dice di stampare moneta e acquistare titoli. Ma stampare moneta non era peccato? E poi, stampando moneta si crea inflazione? Una volta forse, ma oggi, con questi mercati finanziari drogati non è più così, lo sanno anche i sassi. Infatti, la moneta finisce alle banche commerciali, che la spostano dove a loro conviene di più, cioè nei mercati finanziari. E l’economia reale rimane a secco.

E allora cosa facciamo? Niente, andiamo tutti allegramente verso la catastrofe finanziaria mondiale. Maximilian Zimmerer, Chief Investment Officer del colosso assicurativo Allianz dichiara che “niente è stato risolto e tutti lo sanno”. Lo scorso maggio, Jürgen Stark, ex vice presidente della banca centrale tedesca, ha dichiarato che l’attuale sistema economico è pura finzione. E noi abbiamo il governo Renzi, che ha spostato l’analisi del Def al primo di ottobre, quando saranno validi i nuovi criteri di calcolo del Pil: avremo un Pil meno peggiore col trucco. Avremo un miglioramento (cioè un minor peggioramento) solo contabile del rapporto debito/Pil (e deficit/Pil), ma la variazione del Pil non ne sarà influenzata. Aspetteremo quindi il Def ai primi di ottobre (in violazione della legge, che impone la sua presentazione entro il 20 settembre) in modo che il governo possa presentarsi con dei dati meno catastrofici. Questa è la “pura finzione” di casa nostra.

Oppure torniamo al reale, cioè alle monete nazionali e a finanziare l’economia reale e i servizi sociali. Cioè il bene comune. Con moneta nazionale spesa per obiettivi chiari, così si ricostruisce la fiducia, al contrario di quanto afferma Gianfranco Fabi su queste pagine: “Affrontare questi temi vuol dire attuare delle vere politiche di sostegno alle famiglie, rivoluzionare il sistema dell’educazione per formare giovani che sappiamo utilizzare appieno la società digitale, varare politiche economiche capaci di coniugare equità e sviluppo. Il motore dell’economia non è il denaro, ma la fiducia. E che fiducia potrebbe dare un Paese che volesse tornare alla propria moneta solo per svalutarla?”.

Una vera perla questo passaggio, perché contiene esplicitati i punti sostanziali della moderna ideologia nichilista. Fin dal primo ragionamento, quando si scambia l’affronto di un problema con l’attuazione di una vera politica: a me pare evidente che l’attuazione di una vera politica è molto di più. Se i problemi sono solo affrontati, vuol dire che sotto non c’è nulla. Tutto chiacchiere e distintivo, come le riforme degli ultimi governi, dalla riforma “Salva-Italia” di Monti in poi.

E poi la frase per cui “il motore dell’economia non è il denaro, ma la fiducia”. Occorrerebbe informare Draghi, che non si dia tanta pena, perché lui può soltanto stampare moneta, non fiducia. Ma questa fiducia, come si trasmette all’economia, se non attraverso la moneta? Tanto è vero che quando scompare la fiducia, allora scompare la moneta. Comunque una definizione che non sembra per nulla in sintonia con quella del Papa (al tempo Pio XI), secondo il quale il denaro è il sangue dell’organismo economico.

Infine, la chicca sul fatto che chi vuole tornare alla moneta nazionale lo vuol fare “solo per svalutarla”. Anche qui si scambiano i mezzi (la svalutazione) con i fini, nemmeno citando i fini (un modo come un altro per negarli). Si tornerà alla moneta nazionale per spendere per i servizi sociali, perché uno Stato che non offre servizi sociali non difende il proprio tesoro (il bene comune) nelle necessità del suo popolo e non genera fiducia. La svalutazione è una possibile felice conseguenza di questa impostazione; infatti, con la svalutazione si applica di fatto una sorta di tassa a chi detiene i capitali (chi non ha niente non ci rimette niente) mentre per chi prende a prestito (perché non ha di suo, quindi i poco abbienti) il carico del debito diventa progressivamente più leggero. E la moneta, stampata dallo Stato, non sarà più fonte di debito. Verrà stampata gratuitamente (a parte i costi per carta e inchiostro) senza generare debito finanziario.

“Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità” (Caritas in Veritate, n. 34). Da qui occorre ripartire.



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori