SPY FINANZA/ 15 ottobre, “ultimatum” all’Italia

- Mauro Bottarelli

L’economia italiana è sempre più in difficoltà e l’ascesa del rapporto debito/Pil rischia di portare il Paese al commissariamento. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Poco a poco ci arrivano tutti, anche se voi conoscete la realtà dei fatti da oltre una settimana: le due aste Tltro della Bce, la prima delle quali si terrà domani, non faranno miracoli per la ripresa del credito nei Paesi del sud Europa. È quanto ritiene Fitch, a detta di cui l’incentivo alle banche per prestare denaro e la domanda di credito potrebbero rimanere sottotono al di là delle condizioni monetarie, a causa della crescita debole, del debito societario ancora elevato e della bassa competitività del settore corporate. Le operazioni di rifinanziamento mirate all’economia reale, inoltre, contengono requisiti che le banche del sud Europa troveranno più difficili da soddisfare: guarda caso, ciò che vi dico da almeno una settimana riguardo i criteri di acquisto degli Abs.

Di più, l’agenzia di rating avverte addirittura che i fondi Tltro potrebbero essere utilizzati principalmente per sostituire le Ltro esistenti con scadenza a gennaio e febbraio 2015, sebbene le banche di Spagna, Italia, Portogallo e Grecia dovrebbero approfittare del tasso basso delle Tltro, stabilito al livello di rifinanziamento principale, tagliato allo 0,05% il 4 settembre. Fitch aggiunge che alcuni istituti di credito potrebbero finire con il dover rimborsare i fondi Tltro a settembre 2016, due anni prima della scadenza ma avranno comunque beneficiato di due anni di finanziamenti a condizioni favorevoli: spetterà alle stesse valutare i costi per il rimborso anticipato e di allocazione del capitale per nuovi impieghi o per il potenziale deterioramento della qualità degli asset.

Nelle due aste di settembre e dicembre di quest’anno, le banche potranno inizialmente ricevere fondi equivalenti al 7% di una parte dei propri impieghi esistenti calcolati al 30 aprile, mentre successivamente, dal 2015, per poter chiedere nuovi fondi, gli istituti dovranno mantenere il livello di prestiti sopra dei benchmark, specifici per ogni istituto e detenerli fino a scadenza. Anche gli esperti di Bank of America-Merrill Lynch, che si aspettano per le Tltro di settembre e per quella di dicembre richieste per 260 miliardi di euro, ritengono che «il loro impatto sui prestiti potrebbe essere solo marginale», mentre per gli analisti di Bnp Paribas un collocamento da 100-120 miliardi di euro nella prima Tltro della Bce di domani sarebbe benvenuto e alimenterebbe le aspettative per una domanda ancora maggiore nella seconda operazione di dicembre. Al contrario, l’allocazione di soli 50-75 miliardi di euro sarebbe deludente.

Insomma, come vi ho già detto, il bazooka di Draghi è in realtà una pistola ad acqua, soprattutto al netto della revisione al ribasso del nostro tasso di crescita per l’anno in corso compiuta lunedì dall’Ocse, un bel -0,4% cui seguirà un +0,1% per il 2015. Si chiama recessione, non ha altro nome, con l’aggravante che queste condizioni porteranno a una spirale il cui sbocco naturale – lo insegnano al primo anno di economia – sarà l’aumento pericoloso della nostra ratio debito/Pil il prossimo anno, arrivando ben oltre il cosiddetto punto di non ritorno per un Paese che non può contare su una propria valuta e una propria banca centrale.

A dirlo non sono io – o, almeno, non solo – ma nientemeno che Mediobanca, attraverso il suo strategist, Antonio Guglielmi, che interpellato dal Daily Telegraph parla la lingua dell’emergenza conclamata: «Questo è catastrofico per le finanze del Paese, ci stiamo avviando verso una ratio debito/Pil del 145% per l’anno prossimo. Chi può dire quale sarà la cifra massima che il mercato tollererà? La percentuale è già adesso spaventosa, ma visto che a oggi la partita di poker di Mario Draghi si sta rivelando un successo, c’è odore di Qe nell’aria, in modo da tenere il gioco in vita ancora per un po’». Ma come? Guglielmi non ha dubbi: «Ci vuole un bomba nucleare per invertire questo trend, se Draghi alla fine dimostrerà di non aver fatto nulla – è c’è già molto scetticismo sui mercati riguardo il piano della Bce – l’Italia è morta».

D’altronde, in un Paese in cui l’Istat l’altro giorno ha dovuto certificare un calo mensile della produzione industriale dell’1% a luglio e dell’1,8% su base annua, già di un quinto dal 2008, c’è poco da salvare se non si usano mezzi davvero non convenzionali. I dati degli export su base regionale sono scesi del 2,5% nel secondo trimestre, con il Sud che ormai viaggia su cifre catastrofiche da Paese sottosviluppato: -11,1% la Sicilia, -11,2% la Sardegna e -24,6% la Basilicata. Roba da brividi alla schiena. Per Guglielmi, «la ripresa nella zona euro è rimasta deludente, soprattutto nelle grandi economie come Germania, Francia e Italia. La fiducia si sta indebolendo ancora e lo stato a dir poco anemico della domanda si riflette nel calo dell’inflazione, già a zero nell’eurozona presa come insieme e in negativo in parecchi Paesi».

Nonostante i pacchetti di austerity che l’Italia ha varato dal governo Monti in poi e nonostante un avanzo primario quasi del 3%, i piani per stabilizzare il debito si sono rivelati dei veri e propri fallimenti: nel primo trimestre di quest’anno siamo arrivati al 135,6% del Pil, un aumento che galoppa a un tasso del 5% del Pil ogni anno, anche se Mario Monti aveva promesso che la ratio sarebbe stata del 115% a fine 2014, incappando in una cantonata pari soltanto a 25 punti percentuali di Pil. Eh questi professori, che geniacci che sono! Oggi come oggi, quindi, se vogliamo invertire la dinamica ed evitare una trappola del debito che accelererebbe la fine, non si può che puntare sulle dinamiche di crescita, le quali dipendono in gran parte dalla Bce: soggetto che però, come vi ho dimostrato, non sta facendo abbastanza. Anzi, nulla se non sbagliare ricette e minacciare con sempre meno credibilità i mercati per evitare assalti allo spread.

Quanto sta per accadere con il piano della Bce, infatti, non sarà una manovra di stimolo shock, visto che l’aumento dello stato patrimoniale dell’Eurotower sarà limitato e legato a operazioni di acquisto dietro collaterale: il bilancio, quindi, non è un indicatore molto importante, avendo poco implicazioni a livello di politica monetaria. Se si vuole stimolare davvero, occorre comprare sul serio e con il badile: cosa che la Bundesbank non permetterà mai. Il membro del consiglio della Bce, Ives Mersch, ha già negato questa ipotesi durante un discorso pubblico la settimana scorsa e comprare 60 miliardi di covered bonds è come dare un Oki a un malato terminale.

La strada ora si fa davvero strettissima per il nostro Paese e le alternative di intervento sono sempre meno e sempre meno efficaci se la Bce non interverrà seriamente: tagliare ancora i salari e deflettere l’economia per recuperare competitività all’interno dell’eurozona porterebbe subito all’effetto denominatore e farebbe schizzare la ratio di debito/Pil alla stelle sempre più velocemente. L’effetto reflessivo sull’economia del grande malato dell’Europa periferica deve e può darlo solo la Bce: lo farà? Io ne dubito fortemente, anche perché la Germania vuole e ha tutto l’interesse per uno sbarco ufficiale della troika a Palazzo Chigi.

Temo che, ormai, il tempo stia scadendo: abbiamo fino al 15 ottobre per presentare il Documento di programmazione economica alla Commissione Ue, poi sarà ufficialmente commissariamento. E voto anticipato la prossima primavera.

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