SPY FINANZA/ Ucraina, il default avvicina la vittoria di Putin

- Mauro Bottarelli

L’Ucraina sembra in una situazione finanziaria critica e rischia seriamente, per la gioia della Russia, di dover dichiarare il default. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Vladimir Putin (Infophoto)
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Persi nel trambusto per il referendum scozzese, ci siamo quasi scordati della situazione in Ucraina, ben più grave e con conseguenze maggiormente dirette sulle nostre vite. Come sta assorbendo la Russia la nuova ondata di sanzioni europee? Il rublo continua la sua caduta libera, mentre l’indice Micex, in calo ma ben al di sopra dei minimi visti quest’anno, ci dice che gli investitori stanno cominciando a valutare le mosse dell’Ue per quello che in realtà sono: un teatrino politico.

Lo conferma Christopher Granville della Trusted Sources, a detta del quale «tutta questa situazione sta prendendo un sapore di ritualità. I burocrati dell’Ue ci hanno messo talmente tanto a dar vita alla loro lista di sanzioni e a trovare un accordo che l’intera disputa, oramai, si era già spostata su un altro livello». Sempre per Granville, «l’Occidente ha varcato il suo Rubicone con la Russia di fatto chiudendo fuori dal mercato di capitali società energetiche e banche, ma visto che il credito nei loro confronti era già di fatto congelato, questa nuova tornata di sanzioni rischia di non avere molto effetto».

La minaccia maggiore per la Russia, infatti, arriva da altro, come spiega Tim Ash di Standard Bank, ovvero dal calo del prezzo del petrolio degli scorsi giorni, giù di 20 dollari al barile dai livelli di giugno a causa della sovraofferta da Libia e Usa e da abili mosse di speculatori al ribasso: ogni dollaro di calo sul prezzo del petrolio costa alla Russia 2,8 miliardi di dollari di entrate per lo Stato: «Questo è ciò che davvero conta, non le sanzioni. La Russia è colpita brutalmente dal canale petrolifero e se il prezzo del barile dovesse per caso scendere sotto gli 80 dollari, allora sarebbero davvero guai grossi».

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Con la domanda globale molto indebolita e inondata da sovraofferta, l’unica speranza è quella della dinamo cinese, ma anche in questo caso il rallentamento del crescita economica e della produzione industriale del gigante asiatico spinge al ribasso le quotazioni, visto che la crescita di domanda petrolifera di Pechino per quest’anno farà fatica a raggiungere il 2%. Per il professor Alan Riley della City University, «la Russia sta testando la reazione dei suoi nemici, i quali hanno riempito i loro stoccatori di gas fino al colmo per assicurasi un inverno relativamente tranquillo in caso Putin decida di chiudere il rubinetto o di limitare l’offerta».

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Ci sono poi le sanzioni che vanno a colpire il mercato obbligazionario, ovvero quello che garantisce a banche e aziende di finanziarsi sul mercato, oggi possibile – per i bond di nuova emissione – solo su maturity di non più di 30 giorni, mentre le obbligazioni già circolanti possono essere trattate liberamente. Aziende come Rosneft, Gazpromneft e Transneft e banche come Sberbank e Vtb devono quindi fare i conti con difficoltà di finanziamento sul medio termine, mentre l’attività esplorativa e di perforazione per quanto riguarda gas e petrolio rischia di bloccarsi o rallentare di molto poiché le sanzioni impongono anche il bando per le società europee e Usa di partecipare a questo tipo di investimenti, sia estrattivi marini che legati ai nuovi giacimenti di scisto. Ma tornando alle difficoltà di finanziamento, Rosneft ha già richiesto una linea di credito di oltre 40 miliardi di dollari allo Stato per far fronte alle sue esigenze e al rifinanziamento di debito per 29 miliardi di dollari da qui a fine anno, mentre Kommersant ha già fatto sapere che licenzierà un quarto dei sui 4mila dipendenti nel quartier generale a Mosca per tagliare i costi.

Fin qui, le pene della Russia. Ma siamo proprio sicuri che sia Mosca il soggetto che sta pagando il prezzo maggiore alla crisi e non l’Ucraina, il cui presidente Poroshenko, guarda caso, la scorsa settimana si è recato a Washington in visita ufficiale ma non solo per chiedere aiuto militare e riconoscimento sovrano agli Usa, bensì per pietire un aiuto economico urgente dopo il miliardo di dollari già incassato e bruciato in meno di tre mesi per far fronte al pagamento di interessi e politiche di armamento? Già, perché la cronaca bellica nasconde spesso le reali condizioni di salute dei contendenti e quelle di Kiev sono decisamente preoccupanti: l’output industriale del Paese ha registrato un calo del 21,4% ad agosto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, al di sopra delle stime del -18% e con un dato a livello mensile del -12,7%.

Come mostra il primo grafico a fondo pagina, questo è il peggior calo della produzione industriale dall’inizio della crisi globale nel 2009 e fa seguito a un -12% registrato su base annuale a luglio. Inoltre, l’economia ucraina si contrarrà del 9% quest’anno, un dato ben peggiore di quanto stimato dal Fmi quando diede vita al pacchetto di salvataggio del Paese: per il Financial Times, «questo spalanca seri dubbi sulla sostenibilità del debito da parte del governo di Kiev e dà spazio a preoccupazioni riguardo la possibile necessità per l’Ucraina di fare forzatamente default e ristrutturare il debito».

D’altronde, il rischio che Kiev possa essere la prossima Atene, oltretutto senza nemmeno il backstop di sicurezza garantito in parte dall’adozione dell’euro, ce lo dice l’atteggiamento sempre più scettico dei detentori di obbligazioni sovrane ucraine, che giovedì scorso – come ci mostra il ssecondo grafico – nell’overnight sulla scadenza aprile 2023 hanno toccato un rendimento del 10,61%, il livello più alto da quattro mesi e sintomo chiaro dei montanti timori per un default. Ma se il collasso dell’economia e del mercato obbligazionario possono non essere una sorpresa assoluta, c’è dell’altro che spaventa e non poco Kiev e che invece sarebbe l’arma segreta che Vladimir Putin sta utilizzando per fiaccare il governo di Poroshenko senza dover arrivare a una guerra dichiarata e totale sul campo: stando all’ufficio si statistica ucraino, infatti, le principali industrie della regione di Donetsk, una delle aree maggiormente interessate dal conflitto, come ci mostra il terzo grafico, stanno soffrendo e non poco a causa dell’attività estrattiva di carbone scesa di quasi il 60% e la produzione di acciaio del 30%.

In altre parole, mentre la commodity più importante per l’Europa è il gas, il cui controllo di fatto è in mano alla Russia, per l’Ucraina è il carbone, allocato proprio lungo il perimetro dell’area di maggior combattimento: Kiev, insomma, ha disperato bisogno di accesso a quell’area e a quel materiale per cercare di fermare il suo vero e proprio collasso economico. Sorge quindi un dubbio: sono i giacimenti carboniferi del Donetsk la ragione per cui Mosca sta supportando le milizie filo-russe nella regione, guardandosi bene dall’ampliare il fronte bellico?

Insomma, da abile giocatore di scacchi qual è, Vladimir Putin sta solo aspettando che, giorno dopo giorno, Kiev arrivi all’inevitabile bancarotta, al default e al più che sicuro cambio di leadership senza doversi sobbarcare l’onere di una guerra su larga scala e la reazione di Usa e Ue? Se così fosse, si dimostrerebbe sempre di più come leggere Sun-Tzu sia più utile per un leader che passare ore e ore a vertici infiniti in cui non si conclude mai nulla, nella migliore delle ipotesi.

 

 

 



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