SPY FINANZA/ La “quarta recessione” pronta per l’Europa

- Mauro Bottarelli

Non ci sono solo i dati negativi dell’indice Pmi a preoccupare l’Europa. È bene guardare verso Oriente, sperando in buone notizie. L’analisi di MAURO BOTTARELLI 

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Le parole pronunciate lunedì da Mario Draghi di fronte al Parlamento europeo ieri hanno trovato drammatica traduzione nei numeri. Scivola infatti ai minimi degli ultimi nove mesi l’indice Pmi composito dell’Eurozona: stando alla lettura preliminare di settembre, l’indice dei direttori agli acquisti (purchasing managers index) è calato a 52,3 punti dai 52,5 del mese precedente. La componente dei servizi è scesa da 53,1 a 52,8 punti (53 punti il consenso) e quella del manifatturiero da 50,7 a 50,5 punti (50,6 punti la media degli economisti), attestandosi sui minimi da 14 mesi. L’attività economica del settore privato nella zona euro è così cresciuta a un ritmo leggermente inferiore alle attese di 52,5, in un contesto che ha portato le aziende a tagliare i prezzi per il trentesimo mese di fila: a detta degli esperti, i dati demoralizzeranno la Banca centrale europea che sta lottando per stimolare la crescita e far riprendere l’inflazione che si è troppo allontanata dai suoi target.

«L’indagine mostra un’immagine di un continuo malessere all’interno dell’economia dell’area euro», ha commentato a caldo il capo economista di Markit, Chris Williamson, sottolineando che le preoccupazioni sulla crisi in Ucraina, le conseguenti sanzioni della Russia e le paure legate alla situazione economica critica dell’area della moneta unica sembrano avere un impatto sempre più forte sull’economia dell’Eurolandia. Per l’esperto, il pericolo è che gli sforzi da parte della Bce per stimolare l’economia risultino vani alla luce di questi ostacoli che stanno peggiorando una domanda già di per sé debole: «Anche se l’Istituto centrale vorrà aspettare di vedere l’effetto degli acquisti di Abs, il rischio è che più aspetti, più grave si fa il rallentamento. I dati suggeriscono che il Prodotto interno lordo va verso una crescita al massimo dello 0,3% nel terzo trimestre, incoraggiata dall’espansione dello 0,4% in Germania ma rallentata dalla stagnazione in Francia e dalla crescita debole nel resto dell’area», ha spiegato Williamson.

E qui arrivano le notizie davvero pesanti. Il settore privato in Germania è cresciuto infatti per il diciassettesimo mese consecutivo a settembre, suggerendo un’espansione per la prima economia europea nel terzo trimestre dopo un secondo trimestre negativo: l’indice Pmi complessivo si è attestato infatti a 54 punti dai 53,7 punti di agosto, ma la componente manifatturiera, il vero traino dell’economia tedesca, è diminuita da 51,4 a 50,3 punti, scendendo ai minimi da giugno 2013, tanto che anche Markit ritiene come la locomotiva d’Europa potrebbe indebolirsi nel terzo trimestre.

Ecco il frutto avvelenato delle sanzioni alla Russia, ovvero un calo dell’indice manifatturiero tedesco ai minimi da 15 mesi, raggiungendo un livello – 50,3 – che nessun analista intervistato da Reuters prima della pubblicazione dei dati aveva nemmeno contemplato, visto che la media del livello più pessimistico era fissata a 51, mentre la media generale era a 51,2. Il misuratore di nuovi ordinativi delle industrie tedesche è calato per il quarto mese di fila, ponendo i presupposti per un nuovo rallentamento: , ha dichiarato Oliver Kolodseike di Markit.

Il primo grafico a fondo pagina ci mostra più di mille parole quanto la manifattura tedesca arranchi e quanto le sanzioni alla Russia stiano accelerando il ritorno in recessione. Tanto più che se Berlino piange, Parigi certo non ride, anzi. In Francia, infatti, l’indicatore ha continuato a restare sotto la soglia dei 50 punti che separa la fase di espansione da quella di contrazione, portandosi ai minimi da tre mesi a quota 49,1 punti e dai 49,5 punti di agosto. L’indice Pmi manifatturiero è passato da 47 a 48,8 punti e quello servizi è arretrato da 50,3 a 49,4 punti, confermando dunque la fase di perdurante stagnazione dell’economia francese. Il problema generale è sempre lo stesso: «La domanda anemica continua a colpire il settore privato, con l’ulteriore taglio dei prezzi che non è sufficiente a prevenire il calo degli ordinativi».

Per Jennifer McKeown, senior analist per l’Europa presso Capital Economics, «i dati di oggi non fanno altro che rimandarci l’immagine di un’economia europea che sta ancora combattendo per ottenere un minimo di ripresa, ponendo ulteriore pressione sui governi e sulla Bce affinché garantiscano maggiori politiche di supporto». Ma attenzione, perché al netto di tutti questi dati c’è una variabile in più che comincia a farsi largo soprattutto tra i cosiddetti chartists, ovvero coloro che studiano grafici e modelli: l’eccessivo indebolimento dello yen, come testimoniato dal secondo grafico.

Cosa potrebbe significare, infatti, per l’economia globale un eccessivo deprezzamento della valuta giapponese? Primo, un ulteriore aumento dei tassi reali di cambio – già forti – della Cina, soprattutto se altre valute asiatiche dovessero seguire la parabola svalutativa dello yen. Questo non farebbe altro che indebolire ulteriormente l’economia cinese, già in rallentamento stando ai dati di agosto e, secondo punto di preoccupazione, esacerbare le pressioni deflazionistiche sull’Occidente, ovvero sull’Europa visto che gli Usa viaggiano attorno al 2% di inflazione. E attenzione, se lo yen debole è la chiave per l’outperformance attuale dell’indice Nikkei, chi rischia di pagare un prezzo molto alto al combinato che uno yen troppo debole potrebbe innescare è proprio la Germania, già indebolita nella crescita dalle suicide sanzioni alla Russia e il suo export, garantito finora da surplus commerciale che sta uccidendo il resto dell’area euro.

Attenzione quindi a punti di rottura al ribasso dello yen verso dollaro ed euro, perché se una spirale simile dovesse davvero colpire seriamente l’economia di Berlino, di fatto grippando la locomotiva d’Europa, per l’eurozona sarebbero guai enormi: a quel punto solo un Qe in piena regola da parte della Bce potrebbe salvarci da una quarta ondata di recessione piena. E non pensiate che l’ipotesi sia così peregrina, visto che in Cina l’industria del carbone, un vero e proprio driver della crescita, sta già rallentando a ritmi impressionanti, così come il consumo della commodity, come ci mostrano gli ultimi grafici.

 

 

 

 

Lo scorso fine settimana, parlando al meeting della China National Coal Association, il presidente del gruppo, Wang Xianzheng, ha detto chiaro e tondo che «il 70% delle miniere di carbone del Paese sta perdendo soldi e tagliando i salari». Di più, il 30% delle industrie minerarie cinesi non è in grado di pagare in tempo i propri lavoratori e fornitori e si sta pensando a tagli del 30% degli stipendi, a causa dell’output di carbone calato dell’1,44% anno su anno, delle vendite calate del 1,62% e degli stoccaggi di materiale rimasti il mese scorso a quota 300 milioni di tonnellate per il 33mo mese di fila. Attenzione, il grande ingorgo globale sta cominciando a disvelarsi.

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