GEO-FINANZA/ Il “ribaltone” che ha messo in crisi Usa e Ue

- Paolo Raffone

Riprendendo quanto già analizzato in un precedente articolo, PAOLO RAFFONE prosegue la sua analisi riguardante le politiche seguite negli ultimi 25 anni in Europa

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Riprendendo quanto analizzato in un precedente articolo, proseguiamo l’analisi riguardante le politiche seguite negli ultimi 25 anni in Europa, per cercarne di trarne degli utili insegnamenti per il presente e il futuro.

Seconda lezione – Politica estera. Il trascorso quarto di secolo ha modificato profondamente l’ordine internazionale. Gli eventi ai quali assistiamo in Ucraina oggi sono il simbolo concreto che l’ordine deciso durante la Seconda guerra mondiale con la conferenza di Yalta – vertice di Regno Unito, Urss e Usa tenutosi nel febbraio 1945 in Crimea nel quale i capi politici presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull’assetto futuro della Polonia, e sull’istituzione dell’Onu – ha cessato di esistere. L’ultimo atto del vecchio ordine internazionale fu la guerra del 1991 condotta dagli Usa di George H. W. Bush a difesa del Kuwait contro l’Iraq di Saddam Hussein. Esisteva ancora l’alleanza dell’Occidente, ma fu l’ultima espressione strategica della dottrina Kissinger che durava dai primi anni ‘70.

Nel periodo 1992-2000 con la presidenza Clinton si è inaugurata la dottrina erratica delle guerre non-guerre, le cosiddette “guerre umanitarie” e le “operazioni di polizia internazionale”, che tentavano di imporre ancora un unilateralismo già azzoppato. Infatti, dicevamo che al mondo unipolare dell’inizio degli anni ‘90 si è sostituito il “multilateralismo selettivo e guidato” che sta sfociando nel caos. L’emblema del caos sono gli 800.000 morti nell’orribile genocidio in Ruanda (1994) e i 300.000 morti addizionali in Bosnia (1993-95), oltre a quelli in Somalia (1992-93).

Alle cosiddette “guerre umanitarie” e alle “operazioni di polizia internazionale” si opponevano numerosi autocrati dei paesi in via di sviluppo, ma più significativamente, dal 2000 si oppone la Russia di Vladimir Putin. Non è un caso, infatti, che già nel 1996, dopo il bombardamento “umanitario” americano in Bosnia, cinque paesi – Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, e Tagikistan – avevano posto le basi per quella che nel 2001 diventò l’Organizzazione di cooperazione di shanghai (Sco). Allo stato di eccezione permanente imposto dagli Usa al resto del mondo – “guerra al terrore”, estradizioni e detenzioni extra-giudiziarie, sabotaggio deliberato di regimi legittimi, imposizione unilaterale di embargo, ecc… – i membri dello Sco, e successivamente anche i membri dei Brics, oppongono il rispetto dei principi del diritto internazionale, primo fra tutti il rispetto dei patti tra stati sovrani. Principio cardine nato nel 1648 a Westfalia per mettere fine al caos secolare che seguì al crollo dell’Impero Romano.

La “Terza guerra mondiale” di cui parla papa Francesco ruota attorno allo scontro tra le pratiche geopolitiche, strategiche e geofinanziarie dell’Occidente e il resto del mondo. Un pericolo imminente che si accresce in funzione dell’aggravarsi del declino economico occidentale e dell’incapacità politica e diplomatica di gestire la transizione dall’insostenibile unilateralismo ad un nuovo sistema internazionale.

Un quarto di secolo che dimostra quanto la politica estera sia fondamentale. In Occidente la politica estera è stata amputata della sua parte più essenziale: il pensiero strategico. Essa è diventata mera rappresentazione di decisioni di dominio malamente ammantate dai tecnicismi del “multilateralismo selettivo e guidato”: l’emblema di questa debacle è la politica estera dell’Ue. Invece, in Russia, Cina, Turchia, Iran e India è sopravvissuta e si aggiornata la visione strategica e diplomatica per condurre con successo operazioni di politica estera a tutela dei propri interessi nazionali.

Un esempio vale per tutti. In India, a tre mesi dall’insediamento del nuovo governo Modi, si sono conclusi due partenariati strategici fondamentali: il primo con il Giappone, che porta a investimenti diretti per 33 miliardi di dollari, e l’altro con la Cina per altrettanti investimenti e il miglioramento delle relazioni di vicinato in vista del possibile ingresso dell’India nello Sco. In solo tre mesi Modi ha portato a casa l’equivalente del 5% del Pil indiano e ha riposizionato l’India nel sistema internazionale. Ecco a cosa serve la politica estera fondata su un pensiero strategico.

Mentre la politica estera dell’Ue continuerà a non esistere per evidenti motivi strutturali, l’Italia ha oggi un’occasione d’oro offerta dalla necessità di sostituire il ministro Mogherini. Il governo Renzi ha bisogno di un pensiero strategico e di una potente azione diplomatica a sostegno della politica estera. Solo con la nomina di una personalità politica di peso a livello internazionale l’Italia potrà mettere le basi per rilanciarsi liberandosi dal giogo multilaterale (Ue e Fmi) e bilaterale (Germania e Usa) nel quale dal 2011 si è incagliata. Non farlo significa condannare il paese all’inesistenza e al giogo degli interessi esteri.

Terza lezione – Etica. Era il 1991 quando fu pubblicata la lettera enciclica Centesimus Annus. Un potente monito di papa Wojtyla a guardarsi dalle illusorie promesse del capitalismo (vincente) e un richiamo sostanziale alla Dottrina sociale della Chiesa, ovvero alla dignità degli esseri umani nella società e nell’economia. Da allora, con costanza il messaggio è stato ripetuto e precisato anche da papa Ratzinger con la sua Caritas in Veritate (2009) e da papa Bergoglio con la sua lettera apostolica Evengelii Gaudium (2013). Tre testi che richiamano l’Occidente a ritrovare un percorso etico.

Eppure, l’Occidente resta sordo e smarrito nella rincorsa di un immanente che lo sta flagellando portandolo alla decadenza. Il motivo è da ricercare nell’avidità che è intrinseca alla trappola della crescita fondata sul debito. Una questione sostanziale che se non risolta avrà conseguenze epocali.

Non è un caso, infatti, che in altri quadranti del mondo si stia immaginando un sistema finanziario, e quindi economico e sociale, fondato su valori universali. Non si tratta dell’Eden o dell’abbandono del capitalismo. Al contrario esso parte dall’idea della necessità di esaltare la forza positiva del capitalismo ancorandolo nuovamente al reale, alla realtà. Non si tratta di ritornare alla centralità dell’oro, ma di stabilire che certi beni, sia materiali che qualitativi, diventino il patrimonio dell’umanità su cui fondare lo sviluppo economico, la prosperità e la pace. In pratica, significa ottenere il risultato di crescita attraverso l’espansione incrementale dello sviluppo. Quest’ultimo è evidentemente un concetto complesso che implica tanto fattori materiali che qualitativi, e che difficilmente può essere disgiunto dal rispetto per la dignità umana. Un’attualizzazione del pensiero liberale di Adam Smith che in Asia, particolarmente a Pechino, sta trovando una sua nuova e rigogliosa giovinezza.

È sull’universalità che questo quarto di secolo si sta chiudendo con una profonda crisi di chi aveva immaginato nel 1989 la costruzione di un “impero universale” tanto egoistico quanto velleitario, come la crisi finanziaria e la sconfitta militare in Iraq stanno a dimostrare. In questi 25 anni si è ribaltata la posizione dell’Occidente, che da creditore è diventato debitore, che da potere assoluto della globalizzazione ne è solo uno degli elementi, che da immagine di progresso e di civilizzazione si vede sorpassato dall’inarrestabile ascesa degli altri.

In conclusione, per evitare di ripetere i tragici errori del passato, l’approccio etico può servire per trovare un nuovo equilibrio mondiale. L’etica può certamente addolcire i traumi inevitabili nei processi di transizione. E il mondo è apertamente in transizione.

 

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