FINANZA/ 2. Italia, tre mosse per “riaccendere” il bazooka di Draghi

- Fabio Picciolini

La prima asta delle Tltro compiuta dalla Banca centrale europea ha avuto un risultato inferiore alle attese. FABIO PICCIOLINI ci spiega cosa può fare l’Italia a questo punto 

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Il presidente della Bce, Mario Draghi (Infophoto)
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Il 18 settembre è stata effettuata la prima asta delle Tltro. L’importo complessivo che ogni banca poteva richiedere era pari al triplo dei prestiti netti effettivamente concessi a famiglie e imprese tra fine aprile e la data dell’asta. I risultati non sono stati soddisfacenti: sono stati richiesti 82,6 miliardi di euro, rispetto agli almeno 100 previsti, distribuiti tra 255 istituti di credito. Le banche italiane hanno avuto 23 miliardi.

Questi i fatti. Proviamo a spiegare cosa sono le Tltro e perché le aspettative sono andate deluse. La Tltro (Targeted long term rifinancing operation) è una delle operazioni previste dal programma della Banca centrale europea per combattere la deflazione e per rilanciare l’economia europea ancora estremamente debole. Questo collocamento di Tltro prevede una durata di quattro anni con un tasso di interesse annuo fisso dello 0,15% (lo 0,05% dell’attuale tasso di rifinanziamento più uno spread di 10 punti base). Nel caso che i fondi ricevuti non siano stati destinati a prestiti all’economia reale, imprese e famiglie, i fondi ricevuti dovranno essere restituiti entro due anni.

Le richieste inferiori alle attese possono essere dovute a vari motivi. Uno è l’attesa dei risultati degli stress test, in quanto la concessione di finanziamenti non è solo legata alla disponibilità ma anche al rispetto dei requisiti patrimoniali, per cui si può pensare che le banche abbiano adottato una tattica riduttiva nella richiesta. A ciò si aggiungono la presenza di dubbi sulla riuscita dell’iniziativa, la mancanza di indicazioni precise sul programma di acquisti di titoli cartolarizzati (Abs) e di covered bond di prossimo avvio, la liquidità esistente che non deve essere poca come si poteva immaginare, la mancanza di domanda.

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Ulteriore motivazione va, sicuramente, ascritta alla mancanza di chiarezza sui controlli per verificare che i fondi siano effettivamente destinati a finanziare l’economia reale; una problematica non da poco se si tiene conto che il mancato rispetto della destinazione dei fondi significa doverli restituire entro 24 mesi e con delle penalizzazioni. Un rischio esistente, considerato che entro il febbraio 2015 dovranno essere restituiti 350 miliardi del precedente Ltro e la possibilità, per due anni, di usufruire di un costo del funding sostanzialmente uguale a zero.

Tutti motivi che fanno solo sperare per la successiva asta di dicembre e per le altre sei aste previste fino al 2016 per un totale di mille miliardi di euro con i fondi destinati, prevalentemente, alle banche che incrementeranno la concessione di credito.

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A livello nazionale, grazie al finanziamento, si attende un risultato pari a mezzo punto di Pil. Per ottenere questo risultato, peraltro dubbio, è necessario che si concretizzino alcuni presupposti: 1) le banche diano nuovamente credito e a condizioni che tengano conto fortemente del basso costo del funding; 2) la domanda, ancora bassa, riparta massiccia e per seri piani industriali di investimento, non solo per ristrutturare, a prezzi più vantaggiosi, vecchi debiti, scelta importante ma che non crea valore aggiunto; 3) il credito sia concesso anche alle Pmi che sono quelle ad aver sopportato di più la crisi; per ridurre il rischio del sistema bancario potrebbero essere introdotte forme di garanzia.

L’ultima misura dipende solo di riflesso dalle banche, in quanto solo l’aumento del reddito delle famiglie, la certezza del lavoro, la diminuzione del carico fiscale e una minore paura del futuro, consentirà alle famiglie di ricorrere all’indebitamento.

È un piano importante che deve avere successo per cercare di far ripartire l’economia europea e quella italiana; altrimenti si dovrebbe ricorrere a misura eccezionali come l’acquisto da parte della Bce di titoli cartolarizzati, già allo studio da parte dell’Eurotower, o, soprattutto, ma con grandi scontri politici tra i vari paesi europei, all’acquisto di titoli pubblici, con il cosiddetto Quantitative easing, da parte della stessa Bce, che comporterebbe un rialzo dell’inflazione anche se ancora lontano dall’obiettivo del 2%.

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