SPY FINANZA/ Le sanzioni contro Putin? Sono la “Lehman” d’Europa

- Mauro Bottarelli

La situazione ucraina sta velocemente sfuggendo di mano. Si aprono scenari di cui in pochi si rendono conto quanto potenzialmente potrebbero essere devastanti. MAURO BOTTARELLI

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Vladimir Putin a un summit europeo (Infophoto)

La situazione in Ucraina sta velocemente sfuggendo di mano, aprendo scenari di cui probabilmente in pochi si rendono conto quanto potenzialmente potrebbero rivelarsi devastanti: la guerra asimmetrica, infatti, sta cedendo il passo a quella su larga scala. E se Vladimir Putin, non si sa quanto realmente, avrebbe minacciato di potersi prendere Kiev in due settimane e la Nato prepara di par suo una forza di reazione rapida, l’Ue continua nella sua politica suicida di totale asservimento alla linea statunitense, minacciando un ulteriore inasprimento delle sanzioni contro Mosca. Potrebbe infatti esserci anche il divieto per gli europei di acquistare nuovi titoli di Stato russi nel pacchetto di nuove sanzioni che gli ambasciatori dell’Unione europea hanno iniziato a discutere ieri e che verrà completato entro venerdì, dopo che il vertice europeo di sabato ha stabilito la necessità di un inasprimento delle misure qualora il Cremlino non ritiri le proprie truppe regolari coinvolte direttamente negli scontri in corso in Ucraina.

I leader europei hanno infatti chiesto alla Commissione europea di preparare un pacchetto di nuove sanzioni entro una settimana, partendo dai provvedimenti già decisi lo scorso luglio che colpiscono i settori energetico, della difesa e bancario: tra le altre misure allo studio ci sarebbero restrizioni più pesanti sulle cosiddette tecnologie “dual use”, ovvero con possibili applicazioni sia in campo civile sia militare, e nuovi vincoli sui materiali per l’esplorazione energetica. Il presidente russo, Vladimir Putin, ha richiamato al “buon senso” gli europei: “Io spero che prevalga il buon senso prevalga e che né noi né i nostri partner provochiamo danni con le nostre rispettive ripicche”, ha ammonito il capo di Stato, a cui ha fatto eco il ministero degli Esteri russo, Sergej Lavrov, a detta del quale “nel caso di nuove sanzioni anti-russe il governo si riserva il diritto di assumere misure di risposta finalizzate a difendere i suoi legittimi interessi”. Ovvero, leggi un ampliamento dell’embargo imposto a una serie di prodotti dell’agroalimentare europeo che vada a colpire anche l’industria automobilistica, un vero e proprio nervo scoperto dell’export Ue verso Mosca.

E mentre il rublo ha toccato un nuovo minimo storico sul dollaro a quota 37,3910 e il punto più basso da cinque mesi sull’euro a 49,0903, sui mercati si comincia davvero a respirare aria di conflitto aperto. Gli investitori, infatti, si sono rimessi in coda per puntare scomesse su ETF legati a oro e petrolio, classico tentativo di accaparrarsi beni rifugio e margini speculativi su assets sensibili alle nuove tensioni nella regione e anche con un riverbero sul Medio Oriente. Stando a dati ufficiali della ETF Securities, i fondi aurei a lunga scadenza hanno conosciuto la settima settimana di fila di inflows netti, con 13,4 milioni di dollari transitati sull’ETP negli ultimi sette giorni in quella che appare sempre più una mutazione difensiva dei portafogli.

La stessa ETF Securities, in una nota, ammette che “la postura aggressiva della Russia sta crescendo, ponendo sempre in maggior discussione la sovranità stessa dell’Ucraina e di fatto imponendo all’Onu e al blocco occidentale di intervenire. E visto che oro e petrolio devono ancora reagire all’aumento di questi rischi, gli investitori stanno ricostruendo e reimpostando le strategie di hedging dei loro portafogli di investimento”. Certo, ad oggi la situazione pare relativamente calma: il prezzo dell’oro nelle ultime settimane ha ritracciato al ribasso da quota 1300 dollari l’oncia e addirittura i futures a scadenza dicembre 2014 sono prezzati attorno ai 1284 dollari l’oncia, mentre anche il prezzo del Brent ha visto allentarsi le pressioni, con l’approssimarsi al livello di resistenza dei 100 dollari al barile: c’è insomma da stare tranquilli e non drammatizzare?

Per la ETF Securities non troppo: “La Russia è il secondo produttore mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita, con un peso del 13% sull’output globale e del 16% sulle esportazioni totali. Se Mosca dovesse bandire l’export petrolifero, è molto difficile che l’Arabia Saudita possa compensare in pieno questa mancanza con la sua produzione. Stando alle analisi della Energy Information Administration, ci sarebbe stato un surplus di 9mila barili al giorno durante il 2014 ma perdendo una porzione che conta come i 10,7 milioni di barili al giorno provenienti dalla Russia, l’impatto sui prezzi a nostro avviso potrebbe rivelarsi sostanziale”.

Ci sono poi altre due variabili a cui l’Ue dovrebbe prestare parecchia attenzione prima di dichiarare guerra aperta, ancorché solo diplomaticamente, a Mosca: la prima, riguarda il gas. Stando a un recente report di Ficth, infatti, l’Europa resterà pesantmente dipendente dal gas russo per almeno un’altra decade, “se non di più, a causa della mancanza di alternative reali”. Già oggi l’Europa compra un quarto del suo gas dalla Russia e gli analisti si attendono che il consumo crescerà di un terzo da qui al 2030 grazie anche alla ripresa economica dalla crisi e al cambio generazionale da carbone e nucleare verso la cosiddetta elettricità gas-fired. Per Fitch, sarà difficile per le nazioni europee assicurarsi fonti alternative nel medio termine, concretizzando quindi il rischio di “restare ostaggi dei fornitori dominanti come la Russia”: a cui noi, geniali, facciamo la guerra e imponiamo sanzioni.

Per l’agenzia di rating, “ogni tentativo di migliorare la sicurezza energetica dimimuendo la dipendenza europea dalla Russia richiederà o una significativa riduzione della domanda generale di gas oppure una grande crescita di offerta per fonti alternative, entrambi scenari che vediamo come molto improbabili”.

E se la Commissione europea ha già stilato piani per ridurre e di molto la dipendenza energetica dell’Ue dall’import, delineando come scenario quella della promozione di fonti rinnovabili endogene e del nucleare, questi due grafici ci offrono uno scenario di realismo molto diverso:

 

 dipendenza dei vari Paesi europei da Gazprom

 

produzione di shale gas interna

Il primo ci mostra la dipendenza dei vari Paesi europei da Gazprom, con nazioni come Finlandia, Repubblica Ceca, Stati dell’Est Europa ma anche Germania pesantemente dipendenti dal gas del gigante russo. Mentre il secondo ci mostra come sia pateticamente ridicolo lo scenario in base al quale, in tempi relativamente brevi, l’Europa potrà contare sulla produzione di shale gas interna, sul modello degli Usa: guardate le fonti ad oggi e quelle potenziali e ditemi dove vogliamo andare senza Mosca. 

Tanto più che soltanto rendere più resistenti agli shock le attuali infrastrutture energetiche europee costerebbe circa 200 miliardi di euro, metà dei quali da reperire sui mercati di capitale e quindi con un aggravio quasi automatico dei costi per i cittadini attraverso bollette più salate. Inoltre, non solo l’Europa importa il 26% del carbone di cui necessità sempre dalla Russia ma l’unica fonte di approvvigionamento alternativo di gas, la pipeline Trans Anatolian che attraversa l’Azerbaijan, non sarà pronta prima del 2018 e fornirà solo 31 miliardi di metri cubi di gas a fronte di una domanda Europa da qui al 2026 che Fitch stima salirà a 565 miliardi di metri cubi all’anno. Insomma, senza Mosca sono guai.

C’è poi la seconda criticità, questa non energetica ma finanziaria. A dirlo non è il sottoscritto ma JP Morgan, la quale in un recente report ha detto chiaro e tondo che a fronte dell’escalation militare in Ucraina “nel peggior scenario possibile, non però escludibile a priori, i mercati statunitensi ed europei potrebbe in caso di ulteriore, pesante deterioramente delle condizioni sul campo, andare incontro a uno shock parificabile a quello generato dal fallimento di Lehman Brothers”. Dopo aver raccomandato ai clienti di ridurre la propria esposizione sulla Russia e messo in guardia dal fatto che i mercati potrebbero trovarsi spiazzati dalla risoluzione del conflitto, ponendosi in una condizione di “worse before better”, JP Morgan vede i titoli finanziari particolarmente esposti, sia a livello di prospettiva di un irrigidimento delle sanzioni che macro sui fondamentali e non esclude forti pressioni sui consumi, dirette conseguenze di guerre commerciali ed embarghi: chi comprare, quindi? Per JP Morgan, il miglior deal difensivo sono esportatori senza affiliazioni politiche sgradite, i quali potrebbero anche beneficiare del rublo svalutato attuale: insomma, comprate titoli Usa, in parole povere. Ma guarda un po’, d’altronde i dati dell’indice manifatturiero dell’area euro appena usciti parlano chiaro rispetto a chi stia pagando il costo delle sanzioni contro Mosca, e questo grafico la spiega ancora meglio:

 

dati dell'indice manifatturiero dell'area euro

Gli Usa hanno una crescita ai massimi da dieci mesi (è di ieri il dato dell’indice Ism manifatturiero, salito oltre le attese ad agosto ai massimi da 3 anni, con boom di ordini e spesa edilizia al top dal 2012) e la Russia, dall’inizio della sanzioni, cresce in maniera completamente commisurata al calo dell’Europa. Io capisco essere miopi e magari anche un po’ servi ma autolesionisti a questo livello, davvero no.

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