SPY FINANZA/ Le mosse di Draghi che preparano la nuova bolla

- Mauro Bottarelli

L’effetto Draghi in Borsa è già svanito, complici anche le prese di beneficio dopo il rally di giovedì e i bassi volumi dell’ultimo giorno di contrattazioni della settimana. MAURO BOTTARELLI

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L’effetto Draghi in Borsa è già svanito, complici anche le prese di beneficio dopo il rally di giovedì e i bassi volumi dell’ultimo giorno di contrattazioni della settimana, in compenso cambio euro/dollaro e spread continuano a scendere, tanto che per Nomura il cross tra la valuta europea e il biglietto verde entro fine mese andrà sotto l’1,27.

Insomma, il drastico taglio dei tassi e l’annuncio di acquisto di ABS e covered bond da parte della Bce pare aver funzionato almeno a metà, pur restando queste due misure ancora abbastanza oscure visto che i dettagli verranno svelati solo al prossimo consiglio dell’Eurotower il 2 ottobre: siamo a una svolta? No. Al netto del fatto che quanto annunciato porterà un aumento del bilancio della Bce di circa 1 triliardo di euro, occorre davvero capire quanto ci sia di nuovo in questo stimolo: gran parte dell’ammontare, infatti, sarà attraverso prestiti a fronte di collaterale, una misura meno aggressiva del QE puro e una cifra tra gli 800 miliardi e il triliardo di euro era già stata annunciata in giugno, fatto che riduce e di parecchio l’ammontare delle operazioni annunciate giovedì.

“Il giorno è iniziato con un sobbalzo e si è chiuso con uno sbadiglio, per il semplice fatto che c’è poco di nuovo. E’ lo stesso messaggio che viene ripetuto da giugno”, taglia corto Michael Alexandrovich di Jefferies, a detta del quale “Draghi ha detto chiaramente che acquisterà soltanto asset garantiti e di alta qualità ma se si mette a fare una cernita verso l’alto, questo non aiuterà di certo le banche a liberare capitale”. Oltretutto, per Nordea gli acquisti non solo si limiteranno a 100-200 miliardi nei prossimi dodici mesi ma non inizieranno prima dell’anno prossimo, visto che il mercato degli ABS non è pronto. C’è poi da valutare la ristrettezza del mercato ABS europeo, come mostra il grafico

ristrettezza del mercato ABS europeo

Tanto che soltanto 60 miliardi di securities legate a piccole imprese sono nel range dell’investment grade, cui si unirebbero altri 500 miliardi di potenziali asset acquistabili se si includono le cartolarizzazioni di mutui: comunque sia, troppo poco rispetto alla bocca di fuoco del QE di Fed e Bank of Japan. Per Ashoka Mody, ex funzionario dell’Fmi con delega proprio ai programmi di salvataggio europei, “queste piccole cose di cui si sta parlando non faranno alcuna differenza. Queste azioni arrivano in terribile ritardo e abbassare i tassi di interesse non tocca il vero punto in questione. Nulla se non uno stimolo fiscale in grande stile può aiutare l’eurozona”. Insomma, abbassare i tassi, soprattutto quello sui depositi ora in negativo dello 0,20% per molti analisti ha avuto un’unica finalità: far capire alle banche che non possono aspettarsi ulteriori ribassi, che il punto massimo è stato toccato e quindi garantirsi una buona presenza alle aste di rifinanziamento TLTRO previste per fine mese e dicembre. Ma anche in questo caso, qualcuno fa notare che piuttosto che rischiare quel denaro con prestiti in grande stile all’economia reale, gli istituti pagheranno e volentieri la cifra frazionale richiesta per tenere quei soldi presso l’overnight della Bce e nel caso le penali previste. Il problema sostanziale, a mio modo di vedere, è un altro però: ovvero, il modello economico che abbiamo costruito e in cui ci stiamo muovendo.

Al netto della retotica, infatti, la stessa Fed ha dovuto ammettere che i tre cicli di QE hanno abbassato il tasso di disoccupazione solo dello 0,13%, mentre la Bank of Japan sta lanciando programmi di stimolo da vent’anni senza che questi abbiano mai portato sostanziali miglioramenti a livello di crescita e occupazione. Sono fatti, non opinioni. L’unica realtà che abbiamo di fronte a noi è che grazie a questa logica viviamo in un mondo saturato dal debito, figlio legittimo di anni di credito facile e tassi bassi. Negli anni Sessanta per ogni nuovo dollaro di debito si generava circa 1 dollaro di Pil, nei Settanta si conobbe il primo calo, poi negli anni Ottanta e Novanta per ogni dollaro di debito si generavano 30-50 centesimi di Pil, oggi soltanto 10 centesimi. Prendiamo il caso delle banche europee, come insieme: sono esposte a un livello di leva di 26 a 1, ovvero per ogni dollaro di capitale ce ne sono 26 di assets, compresi i prestiti che sono considerati tali: quando sei in condizioni simili, basta che i tuoi assets calino di valore del 4% per ritrovarti con il capitale sottostante spazzato via e potenzialmente insolvente.

A quel punto cosa fai: cerchi di raccogliere capitale, scarichi i debiti o fai default. Per questo vi dico che abbassare i tassi zero e quindi potersi finanziare a più basso costo sul breve termine è sì utile ma non fa nulla per incidere sul vero problema, ovvero l’esposizione alla leva e la saturazione del debito. E attenzione, perché se anche il programma di Draghi dovesse in parte funzionare, proprio la scelta della Bce di tagliare i tassi e monetizzare in qualche modo assets privati potrebbe portare con sé un brutto rovescio della medaglia: ovvero, far scoppiare la bolla obbligazionaria. Storicamente, infatti, ogni volta che una banca centrale ha lanciato un programma di acquisto abbiamo assistito a massicci acquisti sull’azionario, controbilanciati da sell-off sull’obbligazionario, salvo poi assistere al processo contrario quando i programmi di stimolo andavano esaurendosi e la corsa ai bond schiacciava nuovamente i rendimenti.

Ora i decennali della periferia son ai minimi storici ma potrebbero subire scossoni ciclici nel momento in cui la fase operativa della Bce dovesse spingere gli investitori verso assets più rischiosi e remunerativi di un Bonos che paga più o meno il 2,10%, limitando anche il carry trade sugli spread. Insomma, con il suo operato la Bce ha mandato un messaggio chiaro: vuole crescita, aumento della massa monetaria a disposizione e un po’ di inflazione, un trio che per i mercati significa prezzi delle equities più alti e l’inizio della fine della bolla obbligazionaria. E non pensiate che quella obbligazionaria sia l’unica bolla con cui abbiamo a che fare, i mercati sono pieni di bolle, frutto del denaro a pioggia e dell’annullamento del concetto di rischio dovuto all’operato delle banche centrali, le uniche e vere market mover: guardate questi grafici

 

 picchi di rally dell'indice Standard&Poor's

 

 

 correlazione storica dell'andamento del Vix, il misuratore della volatilità dei mercati

 

Il primo ci mostra i picchi di rally dell’indice Standard&Poor’s prima di raggiungere le due bolle precedenti a quella attuale e la reazione di correzione dei mercati. Guardate a che punto siamo oggi. Il secondo la correlazione storica dell’andamento del Vix, il misuratore della volatilità dei mercati, nelle fase di rally, bolla e correzione. Tanti auguri a Mario Draghi, ne ha davvero bisogno.

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