SPY FINANZA/ Goldman Sachs e le bugie dell’Europa

- Mauro Bottarelli

Come rivelato di recente dal “Wall Street Journal”, la banca portoghese Banco Espirito Santo avrebbe ricevuto aiuti da Goldman Sachs per evitare il fallimento. MAURO BOTTARELLI

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Lloyd Blankfein, Ceo di Goldman Sachs (Infophoto)

E veniamo alla terza criticità, strettamente connessa alla seconda. Come ricorderete, soltanto tre mesi fa l’entusiasmo rispetto alla crisi dell’area Sud dell’eurozona era ai massimi: i bond venivano trattati ben al di sopra della parità, la ripresa era per tutti finalmente iniziata e il sistema bancario portoghese era il fulgido esempio di come funzionino davvero i programmi di salvataggio europei.

Bene, mercoledì abbiamo avuto la conferma che erano tutte bugie, la terza in particolare: il debito di Espirito Santo International (ESI) ha infatti attratto potenziali acquirenti solo per il 2% del valore facciale. E c’è di più, per Howard Marks di Oaktree Capital, il più grande gruppo finanziario per quanto riguarda gli investimenti in debito in sofferenza, quanto accaduto non è un caso singolo ma rappresentativo anche di gran parte del sistema bancario europeo: “Continuiamo a pensare che l’Europa offrirà un quantum sostanziale di opportunità di investimento attrattive per le nostre strategie, soprattutto per quanto riguarda il debito in sofferenza. Questo perché si registra un ammontare record di questa categoria di asset sul mercato, scaricato dalle banche europee in vista degli stress test”. Stando a calcoli di PricewaterhouseCoopers, le banche europee quest’anno venderanno 100 miliardi di euro di prestiti, incluse le sofferenze, in netto aumento dai 64 miliardi dello scorso anno e il massimo da quando cominciarono i guai seri nei bilanci nel 2010. Insomma, il bond di ESI è passato da più di 120 a 2 in quattro mesi, ovvero siamo a 2 cent sul dollaro, come ci mostra questo grafico:

Dal quale, però, si evince anche altro. Come vedete, infatti, nei due grafici c’è una linea verticale blu con la scritta “Goldman buys”: cosa significa questo? Ecco la quarta criticità, diretta emenazione della terza.

Era il 14 gennaio di quest’anno quando Goldman Sachs emetteva una nota in cui consigliava vivamente l’acquisto di titoli Banco Espirito Santo (BES), tanto da mantenerli nella sua lista “buy” fino al… default. Il 23 luglio, poi, dopo che il titolo si era schiantato, conobbe una piccola ripresa: Goldman, insieme a due hedge fund, aveva comprato titoli BES, controllando poco meno del 3% dell’equity. Perché lo fece, visto che il destino della banca era noto a tutti ormai? Occorre tornare indietro al mese di maggio di quest’anno, quando Goldman Sachs creò in Lussemburgo, su richiesta dell’istituto portoghese, un veicolo finanziario speciale, Oak Finance Luxemburg SA, attraverso il quale Banco Espirito Santo ottenne, due mesi dopo, 835 milioni di dollari, cifra ragguardevole per un periodo in cui era praticamente impossibile per una banca nei guai ottenere prestiti direttamente dai mercati di capitale: insomma, Goldman aiutò BES a finanziarsi attraverso un veicoli off-balance-sheet, fuori bilancio.

I regolatori lusitani, nel frattempo, dormivano e si cullavano col sogno che il loro Paese fosse uscito dai guai e in piena ripresa. Il 3 di luglio dunque, quando l’istituto era in piena emorraggia di cash ed era chiuso fuori dal mercato obbligazionario, arrivarono i famosi 835 milioni di dollari, i quali però essendo frutto di uno special-purposes-vehicle, ovvero un veicolo finanziario con finalità speciali, erano vincolati nel loro utilizzo in parte per un progetto ben preciso, ovvero un finanziamento alla Wison Engineering per il PDVSA Deep Conversion Project: di cosa si trattava? Un qualcosa di quantomeno inusuale per una banca sull’orlo del fallimento: parte del denaro ottenuto doveva servire a finanziare il progetto di costruzione di una raffineria da parte di un’azienda cinese economicamente nei guai per conto dell’azienda petrolifera di Stato portoghese, la quale era uno dei maggiori creditori proprio di Banco Espirito Santo.

Insomma, un mese prima di essere salvata dalla Banca centrale portoghese, BES si lanciava in un’avventura in Venezuela per salvare un costruttore cinese nei guai: i regolatori lusitani, ancora una volta, dormivano il sonno dei giusti. Ancora più strano è il fatto che l’azienda di Stato venezuelana avesse garantito l’appalto, guarda caso da 834 milioni di dollari, alla Wison Engineering Services nel settembre del 2013, esattamente due giorni dopo che la polizia cinese aveva arrestato l’azionista di riferimento della Wison stessa, Hua Bangsong, per corruzione: poco importa, occorreva costruire la raffineria a Puerto la Cruz, anche se stranamente quello firmato era uno dei contratti più ad alto importo mai firmati in America Latina e uno dei rarissimi appalti internazionali vinti dalla Wison.

Perché, quindi? L’unica cosa che si sa è che Banco Espirito Santo aveva una forte presenza in Venezuela, addirittura aveva aperto una propria sede operativa a Caracas nel gennaio 2012 all’interno di un ambizioso piano di strategia per la crescita e lo sviluppo globale ed era la banca di cui si servivano il governo venezuelano e l’azienda petrolifera di Stato per i loro progetti. Di più, la PDVSA deteneva una larga parte del debito di Espirito Santo. Ed eccoci al 21 luglio, quando la Wison annunciò il suo ritiro dall’opera, essendo già in default su alcune obbligazioni bancarie. La situazione stava precipitando e Goldman Sachs cominciava a temere di restare con il cerino in mano, perché a fronte dell’emissione del prestito, Oak Finance emise 785 milioni di proprio debito con tasso annuale del 3,5% e Goldman, che era dealer della transazione, comprò quel debito sperando di venderlo come al solito a incauti investitori esterni, garantendosi un profitto.

Per una volta, però, le cose andarono male al gigante di Wall Street, visto che le sempre più palesi difficoltà finanziarie di BES rendevano molto difficile attrarre compratori, tanto più che solo in luglio la banca vide un outflow di capitali da parte di clienti e creditori pari a 3,35 miliardi di euro e si ritrovava praticamente a corto di liquidità per sopravvivere: non a caso, il titolo della banca perse l’80% del valore prima del salvataggio del 3 agosto scorso.

Insomma, Goldman investì soldi in BES lo scorso luglio – e la mantenne in categoria “buy” fino al default – per una semplice ragione: cercare di scaricare quanto più possibile e quanto più velocemente possibile della sua esposizione allo special-purposes-vehicle che aveva creato per BES in maggio e di cui deteneva il debito emesso. La crisi, però, subì un’accelerazione che nemmeno i geni della speculazione di Wall Street si attendevano e al netto delle commissioni altissime chieste a BES per la sua consulenza e il suo lavoro, Goldman stavolta ha fallito nella sua missione.

La morale di questa criticità? Sono due. Primo, la finanza è sempre pronta a sfruttare situazioni come quelle di BES per far soldi sulla pelle dei contribuenti e degli investitori. Secondo, non pensiate che BES sia un caso unico in Europa. Anzi, è l’esatto contrario. Meditate gente.

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