SPY FINANZA/ La “crisi gialla” pronta a colpire i mercati

- Mauro Bottarelli

La Cina sta vedendo crescere di giorno in giorno il rischio di una crisi finanziaria che può avere ripercussioni sui mercati. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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La Cina sta scherzando con il fuoco. A dirlo non è il sottoscritto ma Bank of America nel suo ultimo report, in base al quale il gigante asiatico sta vedendo crescere di giorno in giorno il rischio di una crisi finanziaria a causa del combinato di rallentamento dell’economia e aumento delle pressioni deflazionistiche che rischia di innescare una serie di default a catena. Stiamo insomma avvicinandoci al punto nel quale una confluenza di forze sta per unirsi, rischiando di raffreddare di colpo l’entusiasmo speculativo verso la Borsa di Shanghai, un qualcosa che immediatamente svelerebbe al mondo la fragilità della sottostante montagna di debito cinese, qualcosa come 26 triliardi di dollari. 

Per David Cui e Tracy Tian, autori del report “Deflation, Devaluation and Default”, «un credit crunch è altamente probabile, visto che le aziende del Paese sono altamente esposte alla leva e difficilmente potranno sopportare le nuove politiche del governo sottese all’eliminazione dell’azzardo morale e dell’eccesso di credito. A quel punto, un mix di crescita rallentata ed eccesso di debito potrebbe rivelarsi letale per il sistema finanziario». Anche perché la Cina ha lasciato che il credito crescesse a tassi vertiginosi negli ultimi anni e questo, storicamente, ha sempre portato come epilogo o crisi finanziarie o fallimenti bancari o peggio una crisi sovrana, quando non un combinato di più di una di queste componenti. 

Per gli autori, «lo scenario più probabile è quello di una crescita del debito contestualmente all’indebolimento della crescita, seguita da un credit crunch nel sistema bancario ombra che porterà con sé una ricapitalizzazione del sistema bancario su larga scala». Nel report si ricorda come la Cina ha speso il corrispettivo del 15% del Pil per salvare i propri istituti sul finire degli anni Novanta, ma oggi il livello di gravità del problema è molto accresciuto e il governo non può riattivare una politica di nuovo stimolo così facilmente. I prestiti sono cresciuti di circa il 100% del Pil negli ultimi cinque anni, un tasso che è doppio di quello giapponese nel periodo precedente allo scoppio della bolla dell’indice Nikkei o del periodo antecedente il fallimento di Lehman Brothers negli Usa. 

Per Standard Chartered, il credito totale ha superato il 250% del Pil, includendo i prestiti offshore e il sistema bancario ombra, un livello estremamente alto per un’economia forte ma ancora emergente e senza un sistema di mercato ancora maturo e consolidato. Lo stesso boom del mercato azionario di Shanghai, più 50% negli ultimi tre mesi, è frutto unicamente di eccesso di ottimismo, il cosiddetto “blue sky talk” e di 180 miliardi di prestito sui margini da parte dei brokers, il tutto in un periodo di profitti in continuo deterioramento: quindi, «quando accadrà la sell-off, sospettiamo che non sarà certamente in modalità ordinata e l’indice composite di Shanghai potrebbe crollare da 3300 punti a 2400 prima di assestarsi su un ritorno al trading normale, trovando un proprio range di oscillazione». 

Stando a calcoli di Bank of America il comparto industriale cinese è in deflazione da 33 mesi e ora la spirale al ribasso sta divenendo più profonda, soprattutto a causa della sovracapacità indotta nel recente passato da politiche di stimolo, il malinvestment della Scuola austriaca di economia. Prima di questo, il Paese è stato in deflazione per quanto riguarda i prezzi alla produzione, un qualcosa già accaduto nei tardi anni Novanta quando l’indice crollò e ci vollero sei anni prima che trovasse la via per la risalita, peccato che oggi i medesimi problemi siano su scala maggiore, visto che il Paese sta cercando – a fatica e per ora senza riuscirci – un nuovo driver della domanda per restaurare un minimo di dinamismo economico ma all’orizzonte non si vede nulla di comparabile all’ingresso della Cina nel Wto del 2001. 

E uno degli effetti collaterali del calo dell’inflazione è l’aumento del costo reale di finanziamento: la media del tasso per un prestito a un anno per le aziende è salito da 0 al 5,50% in termini reali dal 2011 a oggi, un’enorme contrazione finanziaria che la Banca centrale ha deciso di non combattere con manovre di offsetting, se non il taglio dei tassi dello 0,25%. Inoltre, gli outflows di capitali fanno aumentare i rischi di svalutazione, poiché questo drenerà denaro dal mercato azionario e renderà meno gestibili i debiti contratti in dollari: e le aziende cinesi siedono su prestiti in valute straniere, soprattutto attraverso Hong Kong, per qualcosa come 1,2 triliardi di dollari. E inoltre, il rafforzamento del dollaro sta portando al rialzo con se lo yuan come risultato del soft-peg tra le due monete: soltanto nei confronti dello yen, lo yuan si è appezzato del 60% in due anni. Stando a uno studio della Lombard Street Research, lo yuan è sopravvalutato tra il 10% e il 20% attualmente, un qualcosa che rischia di far perdere competitività alla Cina, visto che i salari crescono più della produttività: il vero tasso di cambio in termini di costi per unità di lavoro è salito del 40% dal 2008. 

E se gli investitori hanno ben presenti i rischi correlati al sistema bancario ombra, i timori ora sono tutti per una minaccia montante di crisi della liquidità legata agli effetti della moneta. Per Guan Qiingyou della Minsheng Securities, la cosiddetta “hot money” potrebbe presto cominciare a lasciare il Paese, soprattutto in caso di aumento dei tassi della Fed, come ci mostra il grafico a fondo pagina: gli outflows di capitale su larga scala potrebbero causare una crisi valutaria e questa è l’esatta dinamica che ha generato la crisi asiatica del 1997, tanto più che, stando ai dati tracciati dalla Banca centrale, si scopre che i conti di capitale sono stati in deficit per gli ultimi due trimestri. 

E gli effetti cominciano già a vedersi, visto che come vi dicevo qualche settimana fa, l’8 gennaio è arrivato senza che la società di costruzioni Kaisa Group Holding si stata in grado di onorare il pagamento degli interessi verso quattro detentori obbligazionari dopo aver fallito nell’ottenere un prestito bancario: insomma, o arriva e in fretta un “cavaliere bianco” (la legge garantisce un periodo di 30 giorni a partire dalla scadenza non rispettata per risolvere la situazione) o sarà default, il primo nel settore immobiliare in Cina e ad Hong Kong da parte di un soggetto che ha emesso la maggior parte delle obbligazioni spazzatura sul mercato negli ultimi due anni: le securities legate al ramo real estate oggi rappresentano il 20% di tutte le note corporate in Asia. 

 

Venerdì la note di Kaisa si è schiantata a 29,9 centesimi sul dollaro, risalendo sul mercato asiatico ma soltanto a 32,1 centesimi sul biglietto verde: un tonfo che vede nel complesso le notes cinesi di categoria junk e denominate in dollari in calo del 3,9% nel 2015, il peggiore inizio anno da quando Bank of America traccia i dati. Non a caso, per Michael Ganske della Rogge Global Partners di Londra, «il settore obbligazionario delle costruzioni in Cina è troppo turbolento e in ebollizione, oltre a rappresentare una delle principali debolezze dell’economia cinese. Tutti quanti stanno ripensando i loro investimenti nel settore oggi, ci sono troppe incertezze legate alle aziende cinesi del ramo, un qualcosa che va a unirsi ai timori per Grecia e mercati del debito Usa». 

E attenzione, perché la situazione deflazionistica può ancora peggiore a causa del continuo calo del prezzo del petrolio, ieri ai minimi da aprile 2009 con sia il Wti che il Brent sotto quota 49 dollari e in calo da sette settimane di fila, tanto da far aprire l’indice Dow Jones in calo di 130 punti per le vendite sul comparto energetico. Con l’Opec che attraverso il ministro saudita per l’Energia non solo ha negato qualsiasi intenzione di tagliare la produzione, ma ha vaticinato che non vedremo mai più il petrolio a quota 100 dollari il barile, anche i più bullish su questa commodity cominciano a rivedere le loro previsioni. 

È il caso di Goldman Sachs, la quale proprio ieri a tagliato le sue stime a tre mesi, portando il prezzo del Brent da 80 a 42 dollari e quello per il Wti statunitense da 70 a 41 dollari, mentre la previsione per il 2015 vede il Brent a 50,40 dollari da 83,75 e il Wti a 47,15 da 73,75 dollari al barile. Insomma, se per Goldman quello dello shale oil usa resterà il driver principale del mercato, ci vorranno prezzi bassi per un periodo più lungo di tempo per ribilanciare le dinamiche e i suoi investimenti. Sarà per questo che al Nymex le scommesse al ribasso da parte degli hedge funds stanno schizzando alle stelle, con l’open interest per un puts con strike-price a 50 dollari per i futures Wti di febbraio salito a 22.537 contratti dai 193 contratti di inizio dicembre, mentre l’open interest per l’opzione a 45 dollari è salito da 8 a 36.113 contratti e quello a 40 dollari da 1 a 9.864 contratti. Ma c’è anche chi si spinge più in là su territori ancora più estremi e depressi, visto che l’open interest su una put a 30 dollari per i contratti futures su marzo è salito a 2.127 da 34, mentre la stessa put ma su contratti giugno è salita da 35 a 51.252 di open interest. E lo scorso venerdì, qualcuno ha puntato anche su una put per contratti giugno a 20 dollari al barile, esattamente 176 contratti di open interest. In parole povere, oggi l’open interest su opzioni put sotto i 30 dollari al barile è 1,7 volte di più delle disponibilità di materiale fisico nel delivery point del WTI a Cushing, in Oklahoma. 

Insomma, se anche ci sarà rimbalzo, il mercato ha la quasi certezza che prima di tornare a 70 dollari c’è ancora spazio per scendere, magari a 30 e scommette su questo. Di fatto, autoalimentando finanziariamente il calo facendo soldi anche se il prezzo andrà sotto lo strike-price dell’opzione: direte voi, non è il caso di regolamentare in maniera più stringente il mercato futures legato alle commodities? Certo, verissimo: peccato che nel giugno del 2011, la Camera Usa su iniziativa repubblicana ha deciso si tagliare i fondi al Cftc, l’ente regolatore di questo delicatissimo e ultra-manipolabile mercato. Una scelta politica, ovviamente, visto che i futures non servono solo a fare soldi o a coprirsi dal rischio di aumento del prezzo – ad esempio, per le linee aeree – ma anche a combattere senza armi le guerre geopolitiche, ad esempio contro la Russia o, di fatto, per annettersi il Venezuela come sta silenziosamente accadendo in queste ore di rinnovato scontro di civiltà.

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