SPY FINANZA/ La “guerra” che serve agli Usa e alla Fed

- Mauro Bottarelli

Da tempo si ripete che la Federal Reserve americana potrebbe riattivare politiche non convenzionali. Serve però un pretesto. MAURO BOTTARELLI ci spiega quale può essere

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La scorsa settimana ha visto l’attenzione di commentatori e analisti monopolizzata dal dibattito sul Qe e dalla decisione delle Svizzera di abbandonare il peg fisso tra franco ed euro, ma venerdì scorso, nel silenzio quasi generale, è accaduto altro. Per la seconda volta nell’arco di quattro mesi, James B. Bullard, capo della Fed di St. Louis, è tornato alla ribalta con un’ipotesi decisamente controcorrente rispetto alla vulgata ufficiale. Ovvero, «la Fed potrebbe riattivare politiche non convenzionali se fosse necessario, visto che la lezione che ci ha lasciato il Qe è che ha funzionato molto bene e che non mi attendo un’esplosione nella crescita dei salari, i quali sono un chiaro indicatore di inflazione». Insomma, un membro del Fomc della Fed mette in campo la possibilità di una riattivazione della stamperia, causa fattori esteri che minano la crescita e rischio deflazione. Quando accadde qualche mese fa, il mercato reagì come un gruppo di scolaretti cui si comunica che non c’è lezione e si va in gita, venerdì no, ma la batosta che aveva messo al tappeto molti hedge funds esposti short sul franco stava deprimendo molto il sentiment e, oltrettutto, l’attenzione era quasi interamente catalizzata dal Qe della Bce in arrivo. 

Vero? Falso? Una cosa è certa, anzi due: primo, la Fed sa che i Qe congiunti di Bank of Japan e Bce non saranno in grado di supportare Wall Street a questi livelli di sopravvalutazione e con il margin debt che ormai rimanda sinistri echi del 2008 e quindi sa di dover in qualche modo intervenire. Secondo, serve un alibi credibile per farlo, serve una scusa seria perché altrimenti la manfrina che da due anni ci vende l’America come in grande ripresa si rivelerà tale agli occhi del mondo intero. Intuitivamente viene subito da pensare al prezzo del petrolio come emergenza da tamponare, visto che sta cominciando a creare fallout anche sul comparto finanziario e sull’economia reale, oltre che sul tasso di disoccupazione. Guardate però i due grafici a fondo pagina: il primo ci dice che il numero di siti estrattivi negli Usa è calato del 6% anno su anno, il tonfo annuale peggiore degli ultimi quindici mesi, ma il dato peggiora se pensiamo che il trend record di -13% registrato nelle ultime settimane sta accelerando più che durante le crisi del 2001 e 2008, portando il numero di unità estrattive al minimo da ottobre 2010. Un bel guaio, cui la Fed potrebbe mettere mano, ma il secondo grafico ci dice altro, ovvero che nonostante questo la produzione sta crescendo e a un tasso record: come vi spiegavo pochi giorni fa, siamo nel pieno della strategia imposta dal Deep State, usare il petrolio a basso costo degli altri e mantenere le proprie riserve ai massimi per quando le quotazioni saliranno e con esse la domanda. 

Insomma, è tutta una strategia, la cosiddetta “oil weapon”, ovvero l’arma petrolifera: si usa il prezzo del greggio per dichiarare guerra a un soggetto nemico non ufficialmente, in questo caso la Russia, e si adottano strategie di politica interna tali da potere far proseguire il gioco il più possibile, stremando l’avversario. Di fatto la Fed è stata per anni il motore di questa “oil weapon”, visto che grazie ai suoi tassi praticamente a zero ha fornito al comparto shale oil la liquidità necessaria per crescere a dismisura e saturare l’offerta del mercato, fino arrivare al punto di rottura del già morente ciclo delle commodities, accelerando il crollo. La Fed, poi, ha molte possibilità di intervento nel mercato petrolifero al di là delle fornitura di liquidità, ad esempio comprare contratti futures oppure obbligazioni del comparto ad alto rischio per permettere ai proxies di fare roll-over sul debito petrolifero. Inoltre, se anche il settore in sofferenza avesse bisogno – che so – di 100 miliardi di debito da far sparire dai bilanci o su cui fare roll-over, con uno stato patrimoniale di oltre 4 triliardi di dollari, pensate che per la Fed sarebbe un problema intervenire senza per forza dover riattivare una qualche forma di Qe? Insomma la “oil weapon” è salva e tuttora in azione, tanto più che ieri l’Iraq ha annunciato una produzione record e il ministro per l’Energia iraniano ha detto che «anche con il petrolio a 25 dollari il barile, la nostra industria non è minacciata», sintomo che i prezzi resteranno bassi ancora per un bel po’ a mettere sotto pressione Mosca: serve qualcosa di più per inondare di nuovo Wall Street di carta straccia e tenere alti i corsi, evitando una catena di margin calls senza fine. 

Già, perché nonostante la vulgata generale tenda a rassicurare, la situazione è tutt’altro che rosea sui mercati: diciamo che da più parti, in America, si comincia a dire che il canarino non solo ha trovato la miniera di carbone, ma si sta incamminando verso l’ingresso. Guardate questi altri due grafici a fondo pagina: la divergenza tra i prezzi dei titoli del comparto finanziario Usa e il loro rischio di credito è cresciuta e non di poco da quando a metà del mese di ottobre il poco fa citato James B. Bullard salvò i corsi rialzisti parlando di riattivazione del Qe per la prima volta. Tra obbligazioni strutturate proprio del settore energetico, enormi posizioni short e il potenziale di contagio sul forex dopo la mossa della Banca centrale svizzera, il rischio di controparte sta salendo ancora e oggi è al massimo da undici mesi. 

E non pensiate che questo indice sia qualcosa di particolarmente tecnico e astruso, è soltanto la media tra i valori dei credit default swaps di Bank of America, Citi, JP Morgan, Morgan Stanley e Wells Fargo: certo, per arrivare al tracollo del 2008, come ci mostra il secondo grafico, ci vuole ancora del tempo, ma la traiettoria è identica e di acceleratori, come negli incendi dolosi, sul mercato di oggi ce ne sono parecchi e nascosti dove meno te lo aspetti. Ma gli americani sono degli ottimisti per definizione, hanno addirittura un modo di dire per farti capire che per quanto le cose possano peggiorare, loro stanno ancora vincendo: “scoreboard”, ovvero il tabellone segna punti, quello che ricorda agli spettatori chi sta vincendo la gara. 

Insomma, gli Usa hanno 18 triliardi di debito e la Fed è alle soglie dell’insolvenza? Chi se ne importa, “scoreboard”, guarda il tabellone, stiamo ancora vincendo, la Russia è in ginocchio e stiamo per far partire l’ennesima guerra al terrore! No, cari lettori, all’America serve qualcosa di più per riattivare la stamperia: e temo che lo sprezzo con cui nel weekend il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha respinto al mittente la proposta di un piano di pace russo, unito all’attacco in grande stile dell’esercito ucraino contro le milizie filo-russe potrebbe fornirci qualche indizio. È la Russia il bersaglio grosso di cui necessita Washington?

A proposito, come vanno le cose a Mosca e dintorni, visto che da qualche giorno non ne parliamo? Puntuale come morte e tasse, dopo il downgrade di Fitch dello scorso 9 gennaio, venerdì scorso Moody’s ha abbassato il rating del Paese. La valutazione del merito di credito di Mosca scende da Baa2 a Baa3, appena un gradino sopra il livello “junk” (spazzatura). Non solo, Moody’s ha anche comunicato di aver sottoposto il rating a revisione per valutare un’ulteriore retrocessione: ovvero, i titoli di Stato del Cremlino sono ancora ritenuti affidabili, ma rischiano a breve di finire tra quelli bollati come “ad alto rischio”, interessanti solo per gli speculatori. L’agenzia ha spiegato la sua decisione con «l’aspettativa che il calo del prezzo del petrolio e lo shock del cambio mineranno ulteriormente le già tenui prospettive di crescita del Paese nel medio termine». 

Quanto al breve termine, «le preoccupazioni riguardano l’impatto negativo sulla forza finanziaria del governo dell’erosione nelle riserve valutarie e nei ricavi fiscali». Timore giustificato dal fatto che la Banca centrale ha fatto sapere che nel corso del 2014 ha speso più di 82 miliardi di dollari per cercare di sostenere la propria valuta e nel solo mese di dicembre sono stati spesi 11,9 miliardi, senza peraltro riuscire a far molto per arginarne la spirale negativa, visto che per acquistare un euro servono ancora oltre 75 rubli e 65 dollari, mentre sei mesi fa ne bastavano, rispettivamente, 47 e 35. Inoltre, pesa anche il fatto che gli Usa non intendono in alcun modo allentare le sanzioni economiche comminate per contrastare le ingerenze in Ucraina: «Dobbiamo mantenere forti sanzioni», ha dichiarato stentoreo il presidente Barack Obama nel corso della conferenza stampa congiunta con il premier britannico David Cameron dopo l’incontro alla Casa Bianca di venerdì. 

Ma c’è dell’altro, visto che il Cremlino deve fare i conti anche con un’inflazione sempre più galoppante che, giorno dopo giorno, riduce il potere d’acquisto dei consumatori, tanto che le autorità hanno chiesto alla magistratura di monitorare i prezzi di benzina, cibo e farmaci per evitare speculazioni e di intervenire se il pagamento degli stipendi o dei sussidi viene rimandato (un atteggiamento vagamente diverso da quello tenuto, ad esempio, dal governo italiano durante il periodo di doppia-moneta dall’introduzione dell’euro). «Data la difficile situazione economica – ha detto il capo dell’Amministrazione presidenziale russa, Serghiei Ivanov, parlando alla magistratura – dovete aiutare a controllare i prezzi di carburante, prodotti alimentari e medicinali e reagire immediatamente alle violazioni nei posti di lavoro, ai rinvii e ad altre irregolarità nel pagamento degli stipendi e dei sussidi». Nel 2014 i prezzi in Russia sono saliti dell’11,4%, e quelli degli alimentari addirittura del 15%, a fronte di una svalutazione del rublo di oltre il 40%. 

 

 

Insomma, la Russia è a pezzi? Non direi proprio. Mosca sta sfruttando in maniera mirabile questo momento di crisi per attuare due politiche: prima, de-dollarizzare la propria economia. Seconda, abbassare il proprio stock di debito estero, grandemente denominato proprio in dollari. E come lo sta facendo? Prima di tutto, come ci mostrano i due grafici a fondo pagina, sta incamerando sempre più oro nelle sue riserve, visto che solo nel mese di dicembre ha acquistato l’ammontare più alto da sei mesi a questa parte, aumentando il totale di altri 46 miliardi di dollari in oro fisico. Contemporaneamente, poi, sta riducendo sempre di più la sua esposizione al debito Usa, facendo scendere per il ventesimo mese di fila le sue detenzioni di Treasuries, ora a poca distanza dal minimo record del 2008. Oltretutto operando come un perfetto broker della City, visto che ha comprato l’oro quando era ai minimi o comunque a livelli più che profittevoli di prezzo e vendendo i titoli di Stato Usa al valore massimo, visto il rendimento in picchiata garantito dalla Fed e ora dalla Bank of Japan onnivora. 

E non lo sta facendo da sola, c’è un altro soggetto che sta seguendo questa strada: la Cina. La quale, in un solo anno, tra aprile 2013 e aprile 2014, ha accumulato più di 1600 tonnellate di oro fisico, portando le proprie riserve al secondo posto dopo quelle degli Usa. Nel solo 2013 la domanda cinese è aumentata del 32% e siccome il governo di Pechino non aggiorna il dato sulle sue riserve auree dal 2009, a oggi sappiamo che – al netto di quelle acquistate nell’ultimo anno – il totale dovrebbe essere di 3514 tonnellate, ma potrebbe essere anche superiore: certo, non sono le 8133,5 tonnellate degli Usa, ma rappresentano un bel back fisico per lo yuan sui mercati internazionali e, soprattutto, quello cinese rispetto a quello Usa è oro fisico vero, non il tungsteno colorato che qualcuno ipotizza sia stoccato a Fort Knox. 

Veniamo poi al secondo punto della strategia russa, ovvero l’abbassamento del debito estero. Tra i principali argomenti di detrimento della situazione economica russa c’è infatti quello relativo alle fughe di capitali patite dal Paese, peccato che gli analisti occidentali al riguardo abbiano scordato qualche piccolo particolare. Vediamolo. I dati relativi agli outflows per il 2014 resi noti dalla Banca centrale russa sono in effetti poco incoraggianti: il totale è di 151,5 miliardi di dollari, circa due volte e mezzo quelli patiti nel 2013, pari a 61 miliardi. Nel primo trimestre gli outflows furono pari a 48,2 miliardi di dollaro, nel secondo scesero a 22,4 miliardi, nel terzo ci fu un netting a 7,7 miliardi per poi arrivare al boom del quarto trimestre dello scorso anno, in piena crisi e con le sanzioni al massimo, quando salirono 72,9 miliardi di dollari. Solo quest’ultimo dato è superiore a quello degli outflows dell’intero 2013: un disastro, direte voi. Vediamo qualche dettaglio, ora. 

Del totale, 19,8 miliardi di outflows registrati nel quarto trimestre del 2014 sono ascrivibili a nuove misure di fornitura della liquidità da parte della Banca centrale russa, la quale ha esteso nuove linee di credito alla banche. In parole povere, sono prestiti: quindi, se gli istituti non fanno default su quei prestiti, questa quota di outflow è reversibile. Negli outflows di capitale netti tra il primo e il terzo trimestre, 16,1 miliardi sono in realtà il repayment di linee di finanziamento estere, quindi si possono chiamare quei soldi fuga di capitale, ma anche abbattimento del debito esistente: non c’è il dato aggregato del quarto trimestre, ma su base mensile gli stessi outflows per il settore bancario ammontano a 11,8 miliardi di dollari. 

Quindi, 27,9 miliardi di dollari totali per il 2014 sono di fatto deleverage forzato delle banche, ma anche riduzione del loro debito estero. E ancora, il deleverage o repayment del debito nel settore non bancario è stato ancora maggiore, visto che nel solo quarto trimestre del 2014 ammontava a 34,8 miliardi di dollari: forzato? Non programmato? Non si sa, comunque è stato fatto. Quindi, solo nel terzo e quarto trimestre dello scorso anno le redemption bancarie erano programmate a quota 45,321 miliardi dollari e quelle del settore privato a quota 72,684 miliardi: in parole povere, 118 miliardi di dollari, oppure il 78% degli outflows di capitale dalla Russia nel 2014, erano redenzioni del debito nel settore degli istituti di credito e corporate. Insomma, non investitori che scappano o bank-run sui conti correnti ma un repayment parzialmente forzato del debito esistente. I rimanenti 33 miliardi di outflows sono riconducibili a dollarizzazione dei conti dei cittadini (ovvero la conversione dei rubli in dollari o altre valute), gli effetti forex sulle detenzioni di biglietti verdi o altre monete e i cambi di valutazione proprio delle riserve auree. 

 

 

Insomma, certo i numeri degli outflows sono grandi, ma ciò che viene visto da molti analisti come il crollo imminente dell’economia russa potrebbe invece essere letto come il miglioramento dello stato patrimoniale del Paese e la riduzione del suo debito estero. Un qualcosa di tanto brutto? Ma come vi dicevo prima, Mosca non è solo in questa dinamica. Guardate il primo grafico a fondo pagina: quando si parla di creditori esteri degli Stati Uniti, solo due nomi contano (a parte quel Belgio usato da qualcuno come proxy anomimo attraverso Euroclear per acquisti di Treasuries): Giappone e Cina. Con una differenza, il Giappone in ossequio all’Abenomics ha visto salire le sue detenzioni a un controvalore da record storico di 1,242 triliardi, mentre la quota di debito in mano a Pechino è rimasta pressoché uguale dall’estate del 2011, salvo vedere un calo lo scorso luglio al minimo dal gennaio 2013 di 1,250 triliardi di dollari. Come ci mostra il grafico a fondo pagina, infatti, negli ultimi due anni le detenzioni nipponiche di debito Usa sono salite di 150 miliardi, grazie alla pressione della Bank of Japan verso cittadini, banche e fondi pensioni affinché acquistassero carta statunitense in cerca di una rendimento, mentre quelle cinesi sono rimaste piatte. 

Se questa dinamica sarà proseguita, quando verranno presentati i dati Tic di dicembre dal Tesoro Usa, si potrebbe scoprire che la Cina non è più il maggior creditore estero degli Stati Uniti, scalzata dal pressoché insolvente Giappone con il suo 250% di ratio debito/Pil: decisamente mani sicure a cui affidare il proprio futuro, visto che Tokyo se non vuole vedere collassare il proprio mercato obbligazionario deve monetizzare forzatamente tutte le sue nuove emissioni lorde di debito. Inoltre, la Cina sta muovendosi anche su un altro fronte. Ieri infatti la Borsa cinese è letteralmente crollata, con l’indice Shanghai Composite che ha chiuso sotto del 7,7%, la caduta più fragorosa dal 2008 e capace di azzerare i guadagni da inizio anno dopo il blocco imposto sul margin trading a tre dei più grandi broker del Paese. 

Le autorità cinesi stanno infatti attuando un giro di vite sui margini degli investimenti perché temono che un rialzo delle azioni di oltre il 60% negli ultimi mesi sia insostenibile e possa essere fonte di instabilità, dopo la graduale apertura a investitori esteri dell’hub borsistico tra Shanghai e Hong Kong che permette di acquistare azioni quotate nel listino principale cinese. Cosa vi avevo detto il 13 gennaio in questo articolo? Ancora una volta tutto è connesso: la Fed ha bisogno di un alibi serio per riattivare la stamperia, altrimenti Wall Street crollerà a tal punto da far sembrare il 2008 una passeggiata nel parco. 

Il prezzo del petrolio, come visto, non basta come pretesto, serve solo come “oil weapon” contro la Russia, attaccata sia dal fronte dell’export, sia da quello delle sanzioni, sia da quello di fatto bellico della questione ucraina. Ma la Russia, come vi ho spiegato varie volte, sta dando vita a sempre più accordi economici bilaterali con la Cina, oltretutto su base rublo-yuan, bypassando ulteriormente il ruolo di benchmark del dollaro, oltre che chiudere un accordo di cooperazione dopo l’altro con l’Iran, altro “grande satana” per gli Stati Uniti e bersaglio sempre nel mirino di Washington. Inoltre, Mosca – come avete visto – sta scaricando debito pubblico Usa e comprando oro, quindi dedolarizzando ulteriormente il suo status finanziario, mentre la Cina non solo sta anch’essa comprando oro con fame sempre maggiore, ma ormai non è più il primo detentore di debito Usa, visto che sta per essere superata dal Giappone: Tokyo compra come non ci fosse un domani per non far crollare l’indice Nikkei, esattamente come la Fed vorrebbero ricominciare a fare per sostenere Wall Street e Pechino non compra più, mantiene le sue detenzioni contrapponendo alla “oil weapon” Usa la sua “debt weapon” verso Washington. Ma Cina e Russia sono anche l’asse che finora ha garantito alla Siria di non venir attaccata su larga scala dalla coalizione a guida statunitense, tanto che dallo scorso agosto Usa e alleati hanno cominciato a bombardare nel Paese mediorientale proprio le postazioni dei principali nemici del regime di Assad, ovvero l’Isis.

Proprio sicuri? Guardate l’ultimo grafico, pubblicato dal Wall Street Journal e non dalla Gazzetta di Damasco: da quando sono cominciati i raid alleati, il territorio sotto il controllo dello Stato islamico è più che triplicato. I piloti statunitensi hanno una pessima mira o forse invece che missili sganciano rifornimenti e kit di sopravvivenza, proprio come quelli trasportati dalle nostre volenterose cooperanti, Greta e Vanessa? O forse fa comodo che a fare il lavoro sporco contro Assad sia il sedicente Califfato, il quale, una volta arrivato al potere o quasi, finirà come i talebani post-11 settembre e darà il pretesto a Washington per l’ennesima guerra contro il terrore – cui nessuno potrà opporsi, salvo venire tacciato di supportare tagliagole e lapidatori di donne – e alla Fed un pretesto, questa volta serio, per riattivare la stamperia in ossequio alla più classica “warfare economy”? Pensateci su.

 

 

P.S.: In tarda serata e quando questo articolo era già stato inviato alla redazione per essere impaginato, una notizia ha reso ancora più netto lo scontro in atto tra Russia e Occidente, in particolar modo verso gli Usa. In quella che pare una risposta chiara e inequivoca al downgrade del rating di credito operato da Standard&Poor’s venerdì e di cui vi ho parlato nel pezzo, la Banca centrale russa con un comunicato ufficiale annunciava che a partire dal 1 marzo prossimo non utilizzerà più i rating relativi al credito di S&P’s, Moody’s e Fitch e che ora tutte le valutazioni sul credito saranno a discrezione del board dei direttori della Banca stessa, i quali come regolatori dovranno sancire se i rating fatti dopo marzo saranno accurati. Boom!

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