SPY FINANZA/ I “fuochi d’artificio” pronti per il Draghi-Day

- Mauro Bottarelli

Resta altissima l’attesa per le decisioni che prenderà oggi il board della Banca centrale europea. E non mancano le manovre di altri soggetti finanziari. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

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Ricordate le parole del presidente della Fed di St. Louis, James B. Bullard, che ho riportato nel mio articolo di martedì? Oltre ad aprire la porta a un possibile Qe4 se questo fosse necessario, motivava così il suo giudizio: «Il Quantitative easing ha funzionato molto bene». Per chi, però? Direi che il primo grafico a fondo pagina mi esime dal dover approfondire la questione, parla da solo. Ciò che invece va approfondito, alla vigilia del Consiglio direttivo della Bce di oggi, sono i movimenti sottotraccia statunitensi in vista proprio del Qe europeo. 

L’altro ieri, infatti, Bullard è tornato a parlare e questa volta non a un convegno ma intervistato da Jon Hilsenrath del Wall Street Journal e ha lanciato un segnale chiaro ai mercati: accusando esplicitamente la politica non convenzionale della Bce di «aver fornito lo scorso anno l’aspettativa di un intervento che si è sostanziata in spinta al rally del mercato obbligazionario globale». A detta del numero uno della Fed di St. Louis, è giunto il momento per la Banca centrale Usa di «proseguire la strada verso un rialzo dei tassi, visto che a oggi il tasso di finanziamento principale è 400 punti base sotto il suo livello normale».

Direte voi, questo soggetto è palesemente bipolare, visto che solo venerdì scorso apriva le porte a un quarto ciclo di Qe e solo quattro giorni dopo chiede invece l’aumento dei tassi di interesse. No, è palesemente un paraculo, mi scuserete il francesismo. Per Bullard, infatti, «i tassi ai minimi non sono segno di debolezza nella crescita economica Usa, i cui dati invece sono abbastanza buoni e dobbiamo anche tenere conto dell’attuale situazione dei prezzi del petrolio… Penso che dobbiamo uscire dalla logica dei tassi a zero, visto che la costellazione di dati con cui stiamo facendo i conti in questi giorni non sono compatibili con una politica simile. Penso sia importante che cominciamo a normalizzare la situazione». Quindi? Quindi, minacciare di alzare i tassi da un giorno con l’altro è un altro modo di ottenere l’effetto Qe senza doverlo mettere in campo, visto che con l’aumento degli stessi si manda un segnale negativo ai partecipanti del mercato obbligazionario, spingendoli inconsciamente verso la grande rotazione da bond a titoli azionari e i corsi di Wall Street sono salvi. Ma, in tutta onestà, non mi sento di crocifiggere il povero Bullard per la sua incoerenza: al netto delle sue bugie, la situazione per l’economia degli Usa si sta facendo seria e lui, giustamente, mette l’interesse del suo Paese davanti a quello degli altri. 

Guardate il secondo grafico, mostra come sia di fatto in atto un vortice deflazionario sulla cosiddetta “dollar economy” – ovvero il Pil mondiale misurato in dollari – che ha portato a una contrazione record negli ultimi sei mesi, durante i quali si è registrato un collasso da 4 triliardi di dollari in termini nominali, il 5% del totale, al ritmo più veloce dal crollo di Lehman Brothers, quando la “dollar economy” perse 7 triliardi di dollari, pari al 10% del totale. Quindi, più il dollaro si apprezzerà, più questa dinamica tenderà ad aggravarsi: qualcuno tipo Bullard, mentendo, potrebbe chiamare questo fenomeno ripresa globale, io lo chiamo un segnale d’allarme quasi senza precedenti. 

E cosa potrebbe portare a un ulteriore rialzo del dollaro a breve? Esatto, il Qe della Bce e se il commercio denominato in dollari continua a rivalutarsi, le pressioni ribassiste sulla “dollar economy” saliranno su una base di quasi uno-a-uno, ciò ogni miglioramento della crescita del Pil nominale denominato in termini di valute locali subirà un offset e sarà annullato. E non solo: con un apprezzamento del dollaro, si sostanzierà anche un pressione ribassista ulteriore sui tassi d’interessi Usa, soprattutto a lungo termine, tanto che ieri il Treasury trentennale prezzava un rendimento record al ribasso del 2,35% e questo è un qualcosa che va a intaccare anche gli utili del settore corporate. 

Ironicamente, sembra che un sempre crescente numero di banche centrali stia cercando attivamente di esportare deflazione, un fenomeno che però mette pesantemente a rischio gli investitori. Se infatti le politiche accomodanti degli istituti centrali e i prezzi bassi delle commodities hanno fallito nel far crescere Pil e inflazione, da qualche parte nel mondo la “dollar economy” sta per contrarsi ancora, sostanziando da un punto di vista fondamentale un chiaro segnale di rischio ribassista. Insomma, la Fed manda segnali ai mercati cercando di combattere i rischi impliciti che un Qe della Bce porta per il dollaro e la “dollar economy”, visto che come vi ho dimostrato più di una volta l’azione congiunta della Bank of Japan e dell’Eurotower dal lato dello stimolo monetario non è in grado, a livello di volumi di acquisti, di mantenere in vita il boom oramai insostenibile di Wall Street. 

E veniamo proprio alla Bce, ora, visto che come in un film giallo mal recitato e peggio diretto, ieri si è tentato il doppio colpo di scena. Il membro austriaco del Consiglio dei governatori della Bce, Ewald Nowotny, ha infatti invitato i mercati a «non sovra-eccitarsi in vista del direttivo di domani (oggi, ndr), che sarà comunque interessante». Cosa vuol dire, il Qe non si fa? Si annuncia soltanto, ma si rimanda la sua attivazione? Non sarà l’attesa bazooka da 1 triliardo, ma un miccetta da meno di 500 miliardi? Mistero, ma già all’inizio di questa settimana anche la cancelliera tedesca, Angela Merkel, aveva puntualizzato di non considerare questa come «la settimana del destino dell’euro» e anche diversi economisti stanno cercando di riportare alla realtà i mercati, avvertendoli sui rischi derivanti dal riporre un’eccessiva speranza nell’azione della Bce (meglio tardi che mai, io lo dico da sei mesi). 

Riflettendo, invece, sui precedenti programmi messi in campo dalla Bce per aumentare la liquidità, Nowotny ha ammesso – eufemisticamente – che gli effetti sull’economia «non sono stati granché». In particolare, «l’aver portato in territorio negativo il tasso sui depositi ha avuto effetti limitati»: ma va, ci ha messo un po’ a capire che al netto della loro fragilità, delle sofferenze e dell’indigestione di bond che hanno fatto, le banche non prestano denaro a persone e imprese nemmeno se devono pagare qualcosa alla Bce per il deposito overnight, un porto sicuro a fronte di prestiti che vedono salire sempre più il numero degli insolventi. 

Quanto al pericolo di deflazione nell’area euro, il membro del board ha rassicurato che i rischi si sono allontanati, sebbene ci si debba preparare a un lungo periodo di bassi tassi di inflazione. Insomma, come vedete nel board della Bce non albergano proprio dei premi Nobel, quantomeno per elasticità mentale nel leggere i processi economici e le loro conseguenze in tempi che non siano biblici. Chi invece un fenomeno ha dimostrato di esserlo con i fatti è William White, oggi capo del Comitato di revisione dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e influente consigliere di Angela Merkel ma in precedenza capo economista della Banca per i regolamenti internazionali, ruolo ricoprendo il quale anticipò di tre anni gli eventi del 2008, compreso il crollo Lehman e scrisse un report proprio nel giugno 2008 nel quale prevedeva una crisi che sarebbe stata pericolosa e profonda come la Grande depressione. 

E cosa ha dichiarato a Davos l’altro giorno, parlando della situazione economico-finaziaria globale con il Daily Telegraph? «Siamo in un mondo pericolosamente disancorato, stiamo assistendo a vere e proprie guerre valutarie da parte di tutti, non so proprio dove andrà a finire questa situazione. Stiamo tenendo una tigre per la coda, visto che l’elastico dei fondamentali globali è stato tirato al massimo, gli eccessi sono in qualsiasi angolo del globo e oggi il debito combinato pubblico/privato è del 20% maggiore che nel 2008». E il Qe della Bce? «È destinato a fallire a questo livello e potrebbe anzi trasportare l’eurozona in difficoltà ancora più profonde. I rendimenti dei bond sovrani non sono mai stati così bassi dai tempi dell’epidemie della “Morte nera”, quanto si può proseguire al ribasso? Il Qe non servirà a nulla, in particolare perché l’Europa e la sua economia dipendono molto più degli Usa dalle piccole e medie imprese e queste prendono i loro finanziamenti dalle banche, non dal mercato obbligazionario e queste ultime, anche dopo aver passato gli stress test, sono in modalità di riduzione del rischio, non intendono prestare soldi alle piccole imprese per una varietà di ragioni e il differenziale dei tassi di interesse sta salendo ancora». 

Questo grafico certifica la bontà dell’analisi di White, a detta del quale poi il Qe non è altro che una forma di svalutazione competitiva: «Anche i giapponesi stanno facendola in questo momento, ma nessuno può lamentarsi perché sono stati gli Usa a cominciare. C’è un rischio significativo che l’esperimento possa andare a finire male perché la Bank of Japan sta finanziando il 40% di tutta la spesa governativa e questo potrebbe portare, se il processo andrà fuori controllo, ad alta inflazione se non addirittura a iper-inflazione». 

 

Ci sono poi i mercati emergenti, «i quali hanno dovuto combattere contro le pressioni al rialzo delle loro valute e così hanno creato enormi riserve in moneta estera. Ora però le aziende di quei Paesi – soprattutto Asia e America Latina – devono far fronte a un indebitamento in dollari pari a 6 triliardi, spesso ottenuto attraverso centri offshore. Se i tassi Usa salgono e il dollaro continua ad apprezzarsi, prepariamoci a un grosso e pericoloso mismatch valutario». Insomma, per White «il Qe è solo una moda senza pensiero alle conseguenze. Chi pensa che Usa e Regno Unito stiano crescendo più velocemente dell’Europa perché ha fatto il Qe sta confondendo la correlazione con la causalità, ci sono seri effetti collaterali che stanno crescendo con il passare dei giorni e non sappiamo cosa succederà quando questi effetti cercheranno di ribaltare la situazione attuale». 

In compenso, alle 4 di ieri pomeriggio, la solita manina ha voluto ribaltare la situazione passando all’agenzia Dow Jones i dettagli del piano di Qe che dovrebbero essere svelati oggi, mandando in fibrillazione i mercati. Stando a quanto riportato e immediatamente rilanciato guarda caso dal Wall Street Journal, fonti non meglio precisate avrebbero fatto sapere che il Board della Bce avrebbe deciso un programma di acquisti da 50 miliardi al mese per la durata di un anno, ovvero un piano di stimolo da 600 miliardi di euro, mentre Bloomberg parlava anch’essa di acquisti per 50 miliardi ma a partire dal 1 marzo e fino alla fine del 2016, quindi un programma totale da 1,1 triliardi di euro. Cross euro/dollaro a picco e Wall Street in giostra, ma attenzione, perché le reazioni pavloviane cambiano rapidamente quando ci si ferma e ci si rende conto che, se l’ipotesi vera fosse quella avanzata da Dow Jones, i 600 miliardi totali a fronte dell’ipotesi circolata di un bazooka da 1 triliardo di acquisti all’anno rappresentano una scelta lowside da parte dell’Eurotower, destinata nel breve termine a deludere i mercati. E anche quella da 1,1 triliardi ma spalmata su 22 mesi e non su un solo anno potrebbe non essere valutata sufficiente per innescare lo shock che gli investitori si aspettano. 

A dimostrarlo, plasticamente, ci ha pensato quanto accaduto sul mercato forex nel lasso di pochi minuti dopo la pubblicazione dell’indiscrezione sul piano Bce: prima il cross euro/dollaro è sceso nettamente, ma qualcuno sembra aver dato rapidamente un seconda occhiata, rendendosi conto che non solo l’ammontare potrebbe non essere sufficiente a placare la sete dei mercati, ma soprattutto non erano presenti dettagli riguardo la sua operatività, ovvero la condivisione di rischio da parte dei paesi membri, fondamentale per capire se comprerà la Bce o le varie Banca centrali dell’eurozona su suo mandato e solo per titoli di debito pubblico del loro Paese. Oplà, ecco l’inversione ed ecco la quasi fotocopia dei quanto accaduto giovedì scorso dopo l’annuncio della Banca centrale svizzera di abbandonare il peg con l’euro, con una serie di macro hedge fund bloccati nelle loro posizioni di short sull’euro/dollaro e destinati a pagare prezzi molto alti. 

Ma ancor più rivelatore della pericolosità del momento e dell’importanza di quanto verrà annunciato oggi è il fatto che, forse volendo testare il grado di soddisfazione del mercato all’ipotesi rilanciata da Dow Jones, l’anticipazione del piano Bce ha gettato nel caos totale i mercati forex e come faceva notare Nanex ha portato la liquidità su quel mercato vicino ai minimi record, come ci mostra il grafico a fondo pagina. 

C’è però un problema quando accadono mosse anticipatorie simili: visto che l’evento destinato a portare volatilità reale è atteso per questo pomeriggio, il fatto che tutti siano già usciti dal mercato ci dice che l’attesa è per un altro avvenimento svizzero. Ovvero, una sorpresa, qualcosa contro cui non si vuole scommettere, visto il numero non certo limitato di morti e feriti che si è registrato tra i fondi che speculavano al ribasso sul franco. Si attende un apprezzamento dell’euro? Se così fosse, vorrebbe dire che la Bce avrebbe deluso le attese dei mercati. Una cosa è certa, come vi dico da tempo ormai gli unici attori del mercato sono le banche centrali, il cui attivismo generale mi porta a dire che l’evento tanto temuto, il tail risk o il “cigno nero”, potrebbe non essere distante. 

 

Ieri, infatti, la Banca centrale canadese ha inaspettatamente tagliato il suo tasso di riferimento allo 0,75%, citando a giustificazione della mossa «rischi sulla stabilità finanziaria dovuti ai trend al ribasso dell’inflazione legati allo shock generato dal calo del prezzo del petrolio, il quale ha avuto effetti significativi sulle finanze pubbliche e crea eccezionale incertezza vista la sua magnitudo». Detto fatto, il Canada potrebbe essere la prossima vittima della deflazione globale – ma se ricordate ve ne avevo parlato poche settimane fa -, tanto che sempre la Bank of Canada ha tagliato l’outlook di crescita per quest’anno dal 2,4% al 2,1%, prevedendo un -30% di investimenti nel comparto petrolifero. 

Una cosa è certa, oggi ci saranno fuochi d’artificio. O, forse, pesanti ripercussioni sui mercati. Manca pochissimo ormai, il d-day è arrivato. Fossi in voi, allaccerei bene le cinture di sicurezza, perché è vero che dopo una partenza incerta e un passaggio in negativo le Borse ieri hanno chiuso tutte positive dopo l’annuncio-anticipazione della Bce, ma non lo hanno fatto con rialzi del 3-4% (come abbiamo visto recentemente accadere per ogni sospiro che arrivava da Francoforte) e il risultato da maglia rosa di Milano è stato garantito dalle banche popolari, dopo l’annuncio del governo della loro cannibalizzazione entro 18 mesi grazie alla trasformazione in spa e da Saipem per l’ipotesi di entrare nel consorzio che gestirà Turkish Stream, la pipeline russa per bypassare l’Ucraina nella fornitura di gas all’Europa. Non dalle grandi banche commerciali o dai gruppi assicurativi che beneficerebbero, sulla carta, del Qe.

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