SPILLO/ 1. La “religione” della finanza che ci ha regalato la crisi

- Giovanni Passali

In Europa esiste una sorta di “religione delle regole” che provoca la crisi, anziché risolverla, in contrasto con la Dottrina sociale della Chiesa. L’analisi di GIOVANNI PASSALI

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Il direttore de Il Sole 24 Ore Roberto Napoletano ha scritto un lungo editoriale a commento della crisi economica e della situazione italiana. Voglio subito dire che non sono d’accordo con la sostanza di quell’articolo, ma bisogna riconoscere che dalle persone intelligenti emergono sempre spunti interessanti e letture originali della realtà, qualcosa da cui apprendere un punto di vista originale e rivelatore. Anche se magari non è qualcosa di nuovo (almeno per chi mi legge di frequente), però è qualcosa di nuovo nel panorama del pensiero economico oggi dominante.

E cosa c’è di nuovo in questo editoriale? Di nuovo c’è il termine più disconosciuto di questa crisi economica, la parola “religioso”. Proprio ciò che ormai sembra dimenticato in qualche oscuro cassetto della cultura moderna, rispunta fuori quando meno te lo aspetti. E rispunta fuori, ma guarda un po’, quando una persona di discreta intelligenza e cultura ci descrive la realtà.

La continuata e persistente negazione dell’aspetto religioso del reale non riesce a impedire che, nel tempo, ogni tanto la realtà venga riconosciuta così com’è. E anche chi nega ostinatamente tale aspetto religioso può farlo solo assumendo proprio un carattere religioso, finendo così con il mostrare ciò che vuole negare. In altre parole, anche un ateo che affermi la non esistenza di Dio esprime una sua religiosità, anche perché non smette di avere regole e norme morali, né smette di indagare il reale e di cercare significati. Lo stesso è evidente in questo editoriale. Vediamo i quattro punti in cui il termine “religioso” viene utilizzato.

“C’è una burocrazia europea che rischia di far rimpiangere quella italiana, pervasa da un senso quasi religioso per cui tutto è aiuto di Stato”. Qui il termine religioso è attribuito a un apparato pubblico (la burocrazia europea) il quale evidentemente ha posto in essere una serie di “riti” ai quali gli altri poteri e i popoli devono sottostare in funzione di un presupposto bene comune. Ma qui l’accusa (che traspare dal paragone con la burocrazia italiana) è che il bene comune sia stato perso di vista, mentre i riti sono rimasti a rappresentare una qualche forma ideologica che doveva costruire l’Europa, ma la sta invece dividendo e sempre più chiaramente sta servendo potentati economici e finanziari.

Seconda citazione, colta all’interno di una domanda. “Perché l’Europa non si chiede che senso ha un disavanzo virtuoso che ammazza l’economia di un Paese e la smette con quel feticismo religioso che li spinge a ritenere che ogni allentamento delle regole per gli italiani si tradurrebbe solo nell’ennesima occasione per buttare via altri soldi?”. Ogni assunzione religiosa si fa portatrice di una qualche posizione ideologica. Qual è qui l’ideologia sottostante? Non è ancora esplicitato chiaramente, ma una cosa è certa: è un’ideologia che presuppone che “ogni allentamento delle regole per gli italiani si tradurrebbe solo nell’ennesima occasione per buttare via altri soldi”. Quello che qui l’autore afferma è che tale preposizione, vera o falsa che sia, non aiuta nessuno. A che serve un sistema ideologico che riconosca un male ma non offra alcuna redenzione o soluzione? Per questo giustamente definisce questo pregiudizio ideologico un “feticismo religioso”. Si tratta di un feticcio, buono solo per soggiogare la parte più debole, senza offrire alcuna soluzione.

Terza citazione. “La verità, e bisogna cominciare a dirselo con sempre maggiore chiarezza, è che la politica europea nella versione di Weidmann o di Schäuble è piuttosto nazionalista e nasconde il suo nazionalismo dietro la religione di regole affette da strabismo”. Ci siamo, ora abbiamo una definizione piuttosto chiara. Si tratta della “religione delle regole”, tipica versione aggiornata ai giorni nostri di un modernismo che le encicliche papali hanno già descritto e condannato da oltre un secolo. E di questa ideologica religione delle regole i primi bestemmiatori sono proprio i suoi promotori. Come giustamente rilevato dall’autore, “non erano aiuti di Stato, forse, i 247 miliardi che i tedeschi hanno usato per coprire i buchi delle loro banche e perché l’Europa decise allora di non farli valere come tali per tutti?”. Se il tradimento è consumato, con quale diritto pretendono da noi il religioso rispetto delle regole? Per affossarci ovviamente (e ovviamente non ci viene detto!).

Quarta citazione, in questo passaggio si sta parlando del Governatore della Bce Mario Draghi. “Questa volta ha contro l’opinione pubblica tedesca, ha ragione ma non gli viene data, e per di più sull’Italia incombe il giudizio di primavera della religiosissima Commissione egemonizzata dai tedeschi”. Ecco, non c’è prospettiva e non c’è speranza, ancora una religiosissima commissione ci giudicherà in futuro. E pure l’autore non riesce a uscire da questa prospettiva. Pure per lui la cosa si risolve con una accelerazione nella stampa di moneta (lo chiamano Quantitative easing o Qe) che è la stessa soluzione che ci ha ficcato nei guai. 

Perché la verità è questa: l’eccesso di moneta c’è sempre stato fin dalla nascita dell’euro. Lo hanno fatto senza dirci niente. Un tale eccesso di moneta che, i miei più fedeli lettori lo ricorderanno, nella primavera 2007 (prima dello scoppio della crisi) pubblicavano uno studio in cui rispondevano alla domanda: come mai, se c’è eccesso di moneta, non osserviamo inflazione? Quindi, già nella domanda era implicito il dato evidente: l’eccesso di moneta stampata dalla Bce. E la risposta dello studio in questione era: non osserviamo inflazione perché l’eccesso di moneta non è andato a famiglie e imprese, ma è finito nei mercati finanziari.

Oggi lo sappiamo: quel fiume di denaro (proveniente non solo dalla Bce, ma anche dall’americana Fed) ha alimentato spaventosamente il mercato dei derivati Otc, prodotti rischiosissimi che hanno avvelenato i bilanci di tutte le maggiori banche mondiali (a cominciare dalla tedesca Deutsche Bank, che nonostante ne abbia per oltre 20 volte il Pil tedesco continua a superare indenne tutti gli stress test della Bce) e poi ha avvelenato i bilanci dei governi, quando gli stessi hanno iniziato a salvare le banche fallite o quando le stesse hanno iniziato a disfarsi dei titoli di stato, ottemperando alle decisioni della Bce.

Quindi la nuova soluzione è esattamente a quella precedente, quella che ha provocato la crisi: stampare moneta in eccesso. Ma una (presunta) banca centrale che non abbia alcun legame con qualche governo o qualche altra istituzione, che altro può fare? Se non stampano moneta, la finanza e l’economia crollano. E allora, via con la stampa!

Ma dimenticano qualche dettaglio. Non solo hanno dimenticato la lezione della storia (quella della Grande depressione). Ma hanno dimenticato (o forse non hanno mai imparato) pure la Dottrina sociale della Chiesa, quella che afferma che occorre “avere riguardo del pari alla doppia natura, individuale e sociale propria, tanto del capitale o della proprietà, quanto del lavoro”. La doppia natura, sociale e individuale, del capitale, cioè della moneta. Hanno dimenticato la natura sociale della moneta, per cui deve servire primariamente al bene comune e non ai bilanci delle banche. Altrimenti non è moneta, ma un pezzo di carta senza alcun valore.

Per questo occorre tornare a una moneta di Stato, cioè a una moneta gestita da un soggetto istituzionale preposto alla promozione del bene comune. Per quanto oggi appaia inadeguato allo scopo, sarà sempre meglio di un’istituzione (come la Bce) che tale scopo non ce l’ha proprio.

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