SPY FINANZA/ Il grafico che spiega perché i mercati stanno andando “in tilt”

- Mauro Bottarelli

Il mercato azionario, nonostante tutto, continua a mandare segnali di ottimismo. Tuttavia, spiega MAURO BOTTARELLI, ci sono alcuni indizi cui occorre prestare attenzione

Trader_Cina_Shangai_BorsaR439
Infophoto

Nella sua intervista di venerdì scorso, Mario Draghi ha detto chiaramente che l’obiettivo principale in questo momento è stimolare l’inflazione, in accordo con il mandato statutario della Bce di guardiano della stabilità dei prezzi e per evitare che la trappola deflattiva rispedisca l’intero continente in recessione. Bene, per l’articolo di oggi utilizzerò una versione del concetto di inflazione poco ortodossa e più a largo spettro, includendo tutti i possibili utilizzi per il denaro e il credito (ammettendo che le Banche centrali non creino denaro ma cerchino solo di influenzare le azioni delle banche nella fornitura dello stesso e, ancora più importante, del suo flusso). Quindi, il prezzo delle commodities e dei titoli azionari, rientra appieno in questa definizione. 

Come vi ho più volte dimostrato e sottolineato, l’unico settore dell’economia e della finanza che non sembra minimamente segnalare il rischio di una nuova recessione è il mercato azionario, impegnato in un rally infinito e pronto a sfondare un record dopo l’altro grazie al denaro a pioggia delle Banche centrali che finanziano i buybacks da parte delle aziende quotate. Quanto durerà ancora? Difficile dirlo ma il grafico a fondo pagina sembra dirci che, se non interverrà un qualcosa di inatteso come ad esempio un Qe4 della Fed, certi pattern finora sempre rispettati indicano il forte rischio di una correzione netta dei corsi. 

Lungo i periodi A, B e C del grafico, infatti, tutte le indicazioni del mercato sono in accordo tra loro: il periodo A, per la maggior parte della sua durata, vede la curva dei rendimenti impennarsi, le aspettative di inflazione e i prezzi delle commodities salire, il tutto mentre i titoli azionari suonavano la grancassa della ripresa. Il periodo B va nella direzione opposta, visto che le difficoltà dell’euro andavano a unirsi alla frammentazione del dollaro, mentre il periodo C ribalta ancora la visione visto che l’azione coordinata delle Banche centrali sembrava aver riportato calma e ordine sui mercati. Ma proprio questa fase C ha determinato la fragilità che ha reso poi possibile la divergenza netta tra inflazione legata alle commodities e inflazione legata ai titoli azionari: l’enorme intervento di espansione monetaria delle varie Banche centrali ha infatti creato un vulnus, portando benefici limitati se non inesistenti all’economia reale e gonfiando la bolla ciclica del malinvestment, concetto di cui vi ho parlato quando abbiamo affrontato il tema della Scuola austriaca. 

Come conseguenza, con il periodo D ecco emergere questa divergenza tra settori e indicazioni finanziarie, mentre il periodo E è definito dal concetto di contrazione, visto che le Banche centrali decidono di contrarre comprando e bevendosi il concetto distorto in base al quale l’ordine artificiale che hanno imposto ai mercati attraverso il diluvio di denaro fosse in realtà crescita economica reale. Ecco quindi che le aspettative di inflazione si sono unite in tandem al prezzo delle commodities, muovendosi però in andamento laterale e non di crescita, dimostrazione ulteriore che la vulgata della ripresa globale era soltanto un’illusione creata da Banche centrali ed economisti compiacenti, prezzolati o semplicemente incapaci. 

Il periodo F rappresenta l’ultima fase della contrazione, cominciata a metà giugno con le prime difficoltà sul fronte repo dopo la decisione della Bce di imporre tassi negativi sui depositi, una fase più decisa sia come profondità di intervento che come intensità dello scopo: la prima indicazione che otteniamo è che tutto sia tornato ancora una volta in armonia, visto che tutto le indicazioni si stanno muovendo all’unisono al ribasso con un tasso di pessimismo che ha medesimo timing e medesimo grado. 

Una cosa sola ancora rende disarmonico il quadro, il mercato azionario. Da qualche parte, tra il periodo B e C, la cosiddetta ripresa è terminata ed è poi stata rimpiazzata dal rallentamento globale del periodo D, garantendoci la prova provata che le promesse del monetarismo poste in essere in modalità emergenziale e attraverso politiche e strumenti non convenzionali sono rimaste tali: ecco quindi che ognuno dei mercati-settori finanziari è sceso a patti con la realtà, declinando, ma non la Borsa. I periodi A-C sono quindi stati condizionati da una fede cieca nell’efficienza dell’intervento delle Banche centrali, un qualcosa che comincia a diminuire già a metà del 2011 e che si sostanzierà subito dopo nel rallentamento: non a caso, l’ultimo periodo è quello che ci porta dalla crisi del 2012 ai giorni attuali, un ritorno nella crisi a livello globale talmente profondo e nei fondamentali da essere impenetrabile al monetarismo e ai suoi strumenti ovunque e in ogni momento, dagli Usa alla Cina al Giappone. 

Le commodities sono l’asset class che ha rotto al ribasso per prima perché avevano il link più diretto con l’attività in atto, poi è toccato ai breakevens inflazionistici e poi, nel novembre del 2013, alla curva dei rendimenti obbligazionari. I titoli azionari, invece, hanno sempre continuato a disgiungersi e vivere nel regno fatato dell’intervento monetario delle Banche centrali e delle loro onniscienza nel guadagnare sempre altro tempo. Andrà avanti così? Oppure tutti i settori finanziari-economici sono destinati a tornare in armonia in un ipotetico e non troppo distante periodo G, il grande timore che sta attanagliando sempre più operatori? 

Anche perché nel frattempo sui mercati sono emersi dieci segnali che dovrebbero farci drizzare le antenne per quanto riguarda i rischi di un crash dei mercati nell’anno appena iniziato. Vediamoli per sommi capi. 

1) Per cinque anni, gli investitori hanno operato in modalità risk-off, ovvero il timore per i rischi di una possibile correzione che arrivasse a “purgare” le manipolazioni poste in essere dalle Banche centrali erano praticamente a zero. Ora però, con le manovre di contrazione già in atto in Usa e Cina e con la deflazione a livello globale che morde, la legge delle conseguenze non desiderate sembra essere giunta a suonare le sveglia, visto che il Vix – il misuratore della volatilità – venerdì scorso ha chiuso la giornata a 18,4, contro una media per il 2014 del 14,5. 

2) Con la Federal Reserve formalmente impegnata nel “taper” del programma di stimolo e nel primo rialzo dei tassi da quasi dieci anni a questa parte, i mercati del credito si attendono un anno povero per i Treasuries Usa, con il loro rendimento più che raddoppiato da ottobre a oggi, passando da 0,31% a 0,74%. 

3) In parallelo con l’aumento dei rendimenti sui titoli Usa, sta crescendo anche il costo per assicurarsi dai rischi sul credito corporate: per l’esattezza, il prezzo per assicurarsi contro il default del credito corporate statunitense di categoria investment grade è salito del 20%, passando dai minimi di 55 a 66 da luglio a oggi, stando a dati di Markit. 

4) Ma è l’insieme del credit market a mandare segnali di tensione. Lo spread Ted, ovvero la differenza tra il tasso a cui le banche Usa si prestano denaro tra di loro e il tasso della Fed, quest’ultimo assunto come risk-free, è salito del 9% in dicembre, il livello più alto dalla fine del 2013: insomma, i rischi sul credito per l’economia stanno salendo, o almeno, la loro percezione da parte del mercato. 

5) Nel Regno Unito, un misuratore chiave del rischio per il settore bancario è la differenza tra il tasso Libor e il tasso swap indicizzato overnight, una ratio generalmente chiamata Libor-Ois spread. Come nel caso precedente, questo compara il tasso interbancario per prestarsi soldi tra istituti e il tasso della Fed, sempre implicitamente risk-free: venerdì scorso questa spread ha toccato il livello più alto dall’ottobre 2012. 

6) I tassi di interesse sono stati tenuti ai minimi emergenziali per gli ultimi cinque anni circa sia nel Regno Unito che negli Usa, ma ora la Fed potrebbe muoversi per prima, alzando il costo del denaro attorno alla metà di quest’anno, mossa anticipata dagli investitori che stanno già comprando dollari in vista della stretta, manovra che ha visto la sterlina perdere il 10% sul biglietto verde da luglio ad oggi. La stessa Bank of England entro l’autunno dovrebbe operare un rialzo dei tassi, mosse che potrebbero portare scossoni di una certa entità sui mercati, soprattutto tra i Paesi emergenti con grandi tassi di indebitamento in valuta estera, soprattutto in dollari. 

7) Il mercato azionario britannico è nel suo 70mo mese di mercato rialzista, cominciato nel marzo 2009. Storicamente ci sono stati soltanto due precedenti di crescita del mercato più lunga, uno è il periodo che ha portato al crollo del 1929 e l’altro quello precedente all’esplosione della bolla dot-com all’inizio degli anni Duemila. Il mercato britannico, il principale europeo, è stato un grande beneficiario dell’enorme espansione dello stato patrimoniale operata dalla Fed, quadruplicato dagli 800 miliardi del 2008 agli attuali 4 triliardi di dollari: ora che quel denaro rischia di vedere diminuire il proprio flusso nel sistema, fino a sparire, sarà dura mantenere corsi rialzisti su questi livelli. 

8) Negli Stati Uniti, il dato Schiller Cape – ovvero la ratio price/earning aggiustata ciclicamente – per l’indice Standard&Poor’s 500 è attualmente al 27,2, il 64% al di sopra della media storica del 16,6. Solo in tre occasione dal 1882 quella ratio è stata più alta: 1929, 2000 e 2007. 

9) I mercati delle commodities sono stati l’indicatore principale del rallentamento della crescita globale, con i prezzi di petrolio e acciaio che hanno dimezzato il loro costo nell’ultimo anno. Il Bloomberg Global Commodity Index, che traccia i prezzi di 22 commodities in tutto il mondo, venerdì scorso è sceso ai minimi da cinque anni a quota 104,17. 

10) Gli investitori professionisti stanno già uscendo dal mercato. L’indice Bloomberg Smart Money Flow traccia i movimenti di mercato alla fine di ogni giornata di trading al Dow Jones, dove i player professionisti operano. Questo indice ha mostrato grossa attività di acquisto dal 2009 in poi, con i grandi operatori che seguivano il denaro delle Banche centrali immesso sul mercato e che ottenevano profitti record ogni anno per cinque anni di fila. Il trend si è però invertito dall’inizio del 2014 e la cosiddetta “smart money” sta cominciando a lasciare il campo, con l’S&P 500 che macina sempre nuovi record. La ratio è chiara: la struttura dei mercati globali di capitale è tale che i 68 triliardi di dollari di mercato equity ora sono più rischiosi e siedono su una montagna di mercato del credito per un controvalore di 100 triliardi di dollari. Ora, con i rendimenti crollati sui mercati di credito, i profitti in eccesso sono confluiti in equity e hanno portato di conseguenza i mercati azionari ai massimi, ma se il trend dovesse invertirsi, l’aumento del rischio e dei rendimenti sul credito ridurrebbero i return sull’equity e invierebbero scossoni su tutti i mercati azionari, finanziariamente interconnessi. 

Per ora sono soltanto segnali ma come vi dico sempre, meglio sbagliare anticipando le mosse che rimanere anche solo un giorno più del necessario sulla giostra che non gira più.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori