MANOVRA/ I conti che “lasciano a terra” l’Italia

- Stefano Cingolani

La prossima settimana il Governo è chiamato a presentare e approvare la Legge di stabilità. Sono però tanti i dubbi e gli interrogativi sulla manovra. Di STEFANO CINGOLANI

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)
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Il governo sta preparando la Legge di stabilità e dice che sarà espansiva (moderatamente precisa il ministro Padoan) e punterà sulla riduzione delle imposte. Buoni propositi. L’economia è in ripresa (modestamente precisa l’economista Padoan) e bisogna approfittare in fretta di questa opportunità perché già si vedono all’orizzonte nubi inquietanti. La ripresina dipende in gran parte dalla congiuntura internazionale, ma essa sta rapidamente peggiorando: la discesa dei paesi in via di sviluppo ha rallentato l’economia tedesca della quale l’industria italiana è la prima fornitrice, mentre l’atteso rialzo dei tassi da parte della Fed avrà un impatto sul costo denaro. La Bce non la seguirà per sostenere l’eurozona con una politica monetaria accomodante, tuttavia dovrà fare i conti con le tensioni sui mercati internazionali. Dunque, bene espandere la domanda esterna entro i limiti delle italiane possibilità. Non bisogna assolutamente sprecare l’occasione. Ma come?

Matteo Renzi punta sulla casa, eliminando la tassazione sulle prime abitazioni. È una mossa dal sicuro impatto politico. È vero che le imposte sul mattone in Italia non sono superiori a quelle medie europee, ma sono odiose e potenzialmente recessive in un Paese che basa sugli immobili gran parte della propria ricchezza patrimoniale. Tuttavia l’Italia oggi ha due problemi fondamentali: la crescita troppo lenta e il debito pubblico troppo alto. 

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Per sviluppare il prodotto lordo bisogna aumentare la produttività, rafforzando la quota degli investimenti in nuove macchine e nuovi prodotti, riducendo la rigidità nell’impiego della manodopera e abbassando in modo significativo le imposte che scoraggiano il lavoro. È quel che dicono, giustamente, l’Unione europea e il Fondo monetario internazionale (lo ha ripetuto proprio in questi giorni da Lima dove si tiene l’assemblea annuale). Renzi spavaldamente sostiene che nessuno ci può fare la lezione, ma non è uno sciocco e si è reso conto che deve aggiustare il tiro; per questo sta cercando di rimediare con una serie di ritocchi alle imposte sulle imprese. Ma la coperta è troppo corta, i limiti del bilancio pubblico inducono a concentrare le scarse risorse su pochi, consistenti interventi. E senza dubbio la tassazione sul lavoro dovrebbe avere la priorità.

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C’è poi il debito pubblico. Mario Draghi ha invitato esplicitamente a destinare i margini ricavati dalla ripresina e dalla maggior flessibilità concessa dall’Ue, a una riduzione del debito pubblico rispetto al Pil. Ciò si può fare intaccando lo stock, aumentando il prodotto lordo o usando entrambe le leve. Un intervento straordinario sul debito accumulato non è all’orizzonte, non piace alla Banca d’Italia, non convince il ministro dell’Economia e le teste d’uovo di Renzi non ci pensano nemmeno. Per la spinta al Pil, in cantiere c’è la manovra fiscale. Ma esiste anche una terza condizione: non aumentare il disavanzo. La manovra economica sarà davvero efficace se verrà coperta subito con risorse effettive. Da quel che si sa, non è così. Anzi, un aumento del deficit rispetto al Pil è proprio quel che Bruxelles dovrebbe concedere all’Italia per varare la Legge di stabilità per il 2016. Dunque, c’è il rischio di cadere in un circolo vizioso.

E la spending review? Ci stanno lavorando a palazzo Chigi, anche se non se ne sa molto. Si continua a ripetere che da essa verranno dieci miliardi, tre dei quali dalla sanità, senza specificare come. Intanto la legge diventa il solito salsicciotto dove si cerca di far entrare tutto (dal canone Rai pagato con la bolletta elettrica al pensionamento anticipato rinunciando a una parte dell’assegno). Con l’effetto certo che di qui a fine anno avverrà il solito assalto alla diligenza. 

Allo stato attuale (qui sotto sono riassunti i “conti”), le coperture ballerine, affidate a ipotesi e speranze s’aggirano tra i 13 e i 14 miliardi (7 dalla flessibilità sul deficit, 3 da reperire e 3,5 in base alle stime sul “tesoretto” generato dalla ripresa). Il rischio che si sprechi anche questa occasione diventa ogni giorno che passa più elevato e allarmante. Speriamo che il ministro Padoan ci smentisca.

 

Il conto della spesa

 

Risorse necessarie:

14,5 miliardi: spese per evitare aumento Iva e accise 

0,5 miliardi: reindicizzazione pensioni 

1 miliardo: cancellazione Imu su macchinari e capannoni 

1,6 miliardi: sblocco contratti pubblici 

2 miliardi: sgravi Ires Sud (o flessibilità in uscita) 

1,5 miliardi: proroga decontribuzione nuovi assunti 

3,8 miliardi: cancellazione Tasi sulla prima casa 

0,7 miliardi: cancellazione Robin Tax su energia e petrolio 

1,4 miliardi: spese aggiuntive obbligate

 

Come trovare le risorse:

10 miliardi: spending review (3 miliardi di tagli alla sanità) 

3,5 miliardi: rientro dei capitali 

3,5 miliardi: maggiore crescita e minori interessi 

7 miliardi: flessibilità deficit

3 miliardi: altre risorse ancora da reperire

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