SPY FINANZA/ Il “cocktail” che spaventa i mercati

- Mauro Bottarelli

Dal Fondo monetario internazionale arriva la richieste alle Banche centrali di proseguire con una politica accomodante. Altrimenti, spiega MAURO BOTTARELLI, si rischia grosso

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Attenzione, il Fmi lancia un altro allarme e anche in questo caso lo fa con un certo anticipo rispetto al suo solito timing, ovvero quello di mettere in guardia quando il guaio è già esploso. Nel suo Global Financial Stability Report, l’istituto di Washington dice chiaramente che governi e Banche centrali rischiano di gettare il mondo in una nuova crisi finanziaria, visto anche il combinato di debito privato che sta montando nel mondo, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. Le aziende operanti sui mercati emergenti si sono infatti indebitate attraverso un eccesso di credito per 3 triliardi di dollari negli ultimi dieci anni, di fatto riflettendo un dato che tra il 2004 e il 2014 ha visto il debito quadruplicarsi. Oggi quell’esposizione eccessiva alla leva rischia di scatenare un’ondata di defaults che andrebbero a impattare su una situazione macro-economica a livello globale già molto debole e instabile: in parole povere, per la prima volta il Fmi dice chiaro e tondo a governi e regolatori che non hanno margine di errore nei loro interventi.

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Questo perché «anche il minimo errore di calcolo e valutazione potrebbe tramutarsi in una fallita normalizzazione delle condizioni di mercato e della politica monetaria (tassi di interesse, ndr) che potrebbe far evaporare il 3% del Pil mondiale nei prossimi due anni. Ma i bilanci ultra-indebitati sono solo un elemento di quella che il Fmi definisce “triade velenosa” di sfide che il sistema finanziario si trova ad affrontare: sette anni dopo la crisi innescata da Lehman Brothers, infatti, una combinazione di alto indebitamento nelle economie avanzate e di liquidità che sparisce dal mercato potrebbe portare a un nuovo, più severo credit crunch una volta che le condizioni di politica monetaria si contrarranno, ovvero quando e se la Fed deciderà di alzare i tassi, essendo il grosso dell’indebitamento dei mercati emergenti in dollari a fronte di valute locali in caduta libera.

«Passi falsi politici e shock avversi potrebbero tramutarsi in un prolungato momento di instabilità sui mercato che potrebbe mandare in stallo definitivo la ripresa economica», ha avvertito il consigliere finanziario del Fondo, José Vinals.

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E attenzione, perché al riguardo sul finire della scorsa settimana è giunta una conferma davvero poco piacevole, ovvero la notizia che il surplus commerciale della Germania, calibrato in base alla stagione e al calendario, è sceso a 19,6 miliardi di euro da 22,4 miliardi luglio, sotto le attese degli economisti ferme a 22,5 miliardi, come ci mostra il secondo grafico. Le esportazioni sono calate del 5,2% rispetto al mese precedente a 97,7 miliardi di euro in termini adjusted lo scorso agosto: si tratta del maggior declino dal gennaio del 2009! Le importazioni sono invece scese del 3,1% su base mensile a 78,2 miliardi di euro, mentre il saldo delle partite correnti della Germania ha registrato un avanzo di 12,3 miliardi di euro ad agosto (in termini non aggiustati), ben sotto le previsioni degli economisti di 16,2 miliardi di euro si surplus: lo stesso indicatore nel 2014 era pari a 11,2 miliardi di euro.

Questi dati seguono quelli, altrettanto negativi, che hanno confermato come l’economia stia risentendo in maniera evidente del rallentamento cinese e dei mercati emergenti in generale. In netto rosso, quindi, anche la produzione industriale tedesca, scesa ad agosto dell’1,2% rispetto al mese precedente contro le attese degli economisti per un +0,2% e anche gli ordini all’industria, in calo a loro volta dell’1,8% rispetto al mese precedente, contro le attese di crescita per lo 0,5%. Insomma, la locomotiva d’Europa arranca e ora che allo scandalo Volkswagen si è andato ad unire anche il profit warning di Deutsche Bank (perdite nette per 6,2 miliardi di euro nel terzo trimestre, con raccomandazione di taglio o eliminazione del dividendo), la situazione non può che peggiorare.

Tornando al quadro globale, per il Fmi «le politiche delle Banche centrali devono rimanere accomodanti» per il timore che eventuali mosse di contrazione possano innescare una nuova ondata di instabilità che vedrebbe salire i prezzi delle obbligazioni ma collassare quelli degli assets. Per Vinals, «i premi di rischio potrebbero decomprimersi in maniera disordinata, causando un circolo vizioso di svendite e redenzioni, esacerbando la volatilità». In parole povere, il Fmi ha detto chiaramente alla Fed di non azzardarsi ad alzare i tassi entro fine anno e a Bce e Bank of Japan di proseguire con i loro programmi di stimolo senza precedenti: insomma, il doping della stamperia e dei tassi a zero deve proseguire, lo vuole madame Lagarde. Questo perché «gestire ogni possibile esplosione di contagio finanziario richiederà un uso giudizioso di tutti i cuscinetti politici a disposizione».

Ma giovedì sera è arrivata la conferma, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che la Fed non ha assolutamente bisogno dei consigli del Fmi, sa benissimo che se alza i tassi viene giù tutto. A confermarlo le minute della riunione di settembre del Fomc, il comitato monetario, rese note appunto giovedì sera e dalle quali si evince che «la Federal Reserve non ha deciso di alzare i tassi di interesse in quanto l’impatto del rallentamento dell’economia mondiale ha reso opportuno attendere tempi migliori, complici le preoccupazioni sull’andamento dell’inflazione». Di più, parecchi delegati del Fomc hanno espresso timori sull’impatto del rallentamento della crescita economica in Cina sugli Usa, sul rafforzamento del dollaro, che viene citato per ben 25 volte nelle minute e sul calo dell’inflazione che viene prevista sotto il 2% entro la fine del 2018. Numerosi membri del Fomc, in particolare, si legge nei verbali, «hanno riconosciuto che i recenti sviluppi globali economici e finanziari possano aver accresciuto i rischi di un calo dell’attività economica in una certa misura, il che include anche l’apprezzamento del dollaro, un calo dell’export e dell’inflazione».

Insomma, «dopo aver valutato le prospettive dell’attività economica, del mercato del lavoro e dell’inflazione e dopo aver valutato le incertezze legate alle prospettive, tutti, a eccezione di uno, hanno concluso che, sebbene l’economia americana si sia rafforzata, le condizioni dell’economia non legittimavano un aumento nella gamma dei target per i tassi Fed fund nell’incontro».

Al Fmi stiano tranquilli. Tanto più che con un un comunicato su Twitter in occasione proprio del meeting del Fmi a Lima, venerdì pomeriggio Mario Draghi ha fatto sapere che «la Bce è pronta a usare tutti gli strumenti disponibili di fronte agli sviluppi dell’economia, e può variare la composizione, durata e dimensione del Qe». E ancora, quasi a voler ricalcare la tesi del Fondo monetario, «con i rendimenti dei bond soggetti ad alta volatilità, in Paesi ad alto debito in particolare devono fare attenzione ai rischi collegati a un’inversione di tendenza degli attuali bassi tassi d’interesse». E come? Ve lo dico io, non perché sia un genio, ma perché leggo quantità di report infinita e proprio giovedì scorso ne è arrivato uno fresco fresco di Pimco, principale fondo obbligazionario al mondo (1,52 triliardi di dollari di assets in gestione), casualmente dedicato al Qe della Bce e al suo ampliamento e rimodulazione in fatto di acquisti.

Qual è la ricetta del gigante Usa? Semplice, il focus deve cambiare e indirizzarsi verso i bond sovrani della nazioni europee con debiti e deficit più alti, insomma i periferici. Per Andrew Balls, capo dell’investiment di Pimco a Londra, «la Bce deve aumentare i suoi acquisti di debito periferico e ridurre quelli di Bund a basso rendimento, perché la prima categoria è più ampia e più liquida anche del mercato corporate europeo». Vedrete che, magicamente, alla prossima riunione del Comitato monetario, la Bce riammetterà il debito greco tra le securitires eligibili all’acquisto. Come ci mostra il grafico qui sotto, il mese scorso la Bce ha acquistato debito per altri 51 miliardi di euro, mentre le detenzioni di covered bonds sono salite di 10,1 miliardi di euro e quelle di Abs solo di 1,9 miliardi di euro. A oggi, l’Eurotower ha già comprato 54,8 miliardi di debito pubblico italiano e e 39,3 miliardi di debito pubblico spagnolo: capito perché lo spread è basso? Inoltre, in novembre la Bce andrà front-load, ovvero aumenterà gli acquisti per tamponare la scarsa liquidità del mercato tipica di dicembre e del periodo delle festività.

 

Anche perché se Mario Draghi non espande il volume di intervento del programma, mantenendo la pianificazione attuale gli acquisti totali saranno pari all’11% del Pil nominale dell’Ue del 2014, contro il 21% ottenuto dalla Bank of England con il suo Qe e il 25% della Fed. Entro fine mese, poi, la Bank of Japan riunirà il suo comitato monetario per decidere il destino dell’Abenomics: state certi che si andrà avanti e con volumi di acquisto maggiore, visto che il gigante Japan Post sta scaricando debito pubblico nipponico e la BoJ non vede l’ora di comprarlo. Insomma, il quadro che il Fmi offre del sistema finanziario è quello di un’assuefazione mortale alla liquidità a basso costo che ora comincia a mostrare segni di allarme di fronte all’ipotesi di una contrazione delle politiche monetarie derivanti dal rialzo dei tassi, la fine di condizioni benigne durate per almeno sei anni ininterrotti e che ora stanno per evaporare, come ci mostra la contrazione del ciclo del credito nei mercati emergenti.

Per il Fmi, «alcuni mercati mostrano chiari segnali del fatto che le condizioni di liquidità siano peggiorate e che le politiche monetarie accomodanti utilizzate finora stiano solo mascherando i rischi sottostanti»: basti pensare, in effetti, alla volatilità estiva sul mercato azionario o alle fughe di capitali quasi senza precedenti dai mercati emergenti. Per l’istituto, «la sfida è quella di aggiustare in maniera indolore abnormi condizioni di mercato verso un nuovo ambiente», ma non si nasconde il fatto che alcuni eventi di credito accadranno comunque, visto che una serie di default sul debito e di bancarotte sono ritenute certe in Cina. Ma non solo, perché «se i governi dei Paesi sviluppati hanno preso le giuste decisioni per rafforzare le loro finanze pubbliche e ridurre il debito estero, il grado di leverage di banche e aziende potrebbe ora riportarli a terra, vanificando gli sforzi». Inoltre, «molti governi sovrani potrebbero perdere il loro status di investment grade per i downgrade delle agenzie di rating», come accaduto a settembre al Brasile, la più grande economia dell’America Latina ora con valutazione “spazzatura”: prima e ovvia conseguenze, maggiori difficoltà e costi più alti del finanziamento.

Il cocktail di rischi finanziari, inoltre, va a unirsi a una crescita anemica, visto che proprio le previsioni del Fmi vedono il Pil globale al 3,1% quest’anno, il livello più basso da cinque anni a questa parte. Per l’istituto, «la bassa crescita nominale potrebbe mettere pressione su governi e bilanci privati troppo esposti al debito, facendo salire i rischi legati al credito. I tassi di default nel settore corporate saliranno, soprattutto in Cina e questo farà crescere le tensioni finanziarie con implicazioni dirette sulla crescita». Per evitare sgradevoli sorprese, il Fmi ha invitato le autorità a prestare molta attenzione all’industria dell’asset management e ad aumentare i requisiti di capitale per le banche dei mercati emergenti, chiaro sintomo di un qualcosa che è già in atto sottotraccia e che non si può chiamare con il suo nome per paura di reazioni esagerate e disordinate del mercato. «Ciò che vogliamo ottenere è una normalizzazione delle condizioni finanziarie e delle politiche monetarie che vada a braccetto con la sostenuta ripresa economica. In gioco c’è il 3% del Pil globale», ha concluso Vinals.

E che i rischi, seri, ci siano ce lo confermano anche altre due notizie. La prima è che Morgan Stanley, uno dei 22 primary dealers che tratta direttamente con la Fed per piazzare il debito Usa, ha guarda caso sentito il dovere di far sapere a Bloomberg che «i nostri clienti cominciano a discutere della possibilità che i banchieri centrali ricomincino ad acquistare obbligazioni o taglino i tassi di interesse in negativo dopo il dato sull’occupazione non agricola Usa. Come azienda raccomandiamo di comprare Treasuries a medio termine». La seconda è ancora peggiore, perché se Morgan Stanley ha semplicemente fatto dire ai suoi clienti ciò che pensa e sa, ovvero che la Fed deve operare il Qe4 o mandare i tassi almeno a -1,5%, la banca inglese Hsbc nel suo ultimo report si è chiesta se «l’America si sta trasformando in Europa, o forse nel Giappone?», tagliando di netto le previsioni del Pil statunitense a 10 anni dal 2,8% all’1,5%!

Alla faccia della ripresa economica obamiana, quella di cui vi ho parlato giovedì scorso e che è esistita veramente soltanto per Wall Street. Ormai siamo nel mondo pianificato e drogato delle Banche centrali, il libero mercato è morto e sepolto. 

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