SPY FINANZA/ Le nuove “prove di forza” tra Usa e Russia in Medio oriente

- Mauro Bottarelli

La Russia potrebbe portare avanti la sua lotta all’Isis anche in Iraq, dove sono presenti da molto più tempo anche le forze Usa. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

caccia_difesa_r439
Infophoto

Mi tocca tornare sull’argomento Russia e Medio Oriente per il secondo giorno di fila e me ne scuso con voi, ma gli accadimenti di questi ultimi giorni sono molti e vale la pena raccontarli per capire davvero fino in fondo cosa sta accedendo nello scenario più caldo a livello globale. Giovedì era filtrata l’indiscrezione in base alla quale Mosca sarebbe stata pronta a inviare al largo delle coste siriane la sua unica portaerei, la “Ammiraglio Kuznetsov”, di fatto solo la sesta volta che il vascello veniva schierato in ambiti operativi. Ieri l’ufficio stampa della Flotta del Nord della Marina russa ha negato che questo stia accadendo, visto che la portaerei si trova ora in manutenzione nel porto settentrionale russo di Murmansk, al termine della quale verrà dispiegata per operazioni di addestramento di routine nel Mare di Barents. Prendiamo per buona la smentita, anche perché vista la stazza del mezzo in questione, se nelle prossime settimane dovesse palesarsi dalle parti del Mediterraneo penso che verrebbe notata. 

Più pesanti, invece, le novità arrivate ieri dal campo. Stando alla Bbc, infatti, la Turchia avrebbe abbattuto un drone non identificato al confine con la Siria, dopo che questo era entrato nello spazio aereo turco e non aveva risposto a tre avvertimenti. Immediatamente un funzionario statunitense, coperto dall’anonimato, ha dichiarato alla Reuters che «c’è il sospetto che si tratti di un drone russo», ma altrettanto rapida è stata la risposta di Mosca, la quale attraverso il portavoce del ministero della Difesa, Igor Konoshenko, ha negato la paternità del velivolo che sarebbe stato abbattuto: «Tutti i jet russi operanti in Siria sono tornati alla base vicino a Latakia dopo le loro missioni, mentre i droni operano come previsto». Insomma, come in tutte le guerre, la propaganda ricopre un ruolo di enorme importanza. 

Non servono conferme, invece, all’altra grande notizia di giornata, ovvero l’avvio dell’offensiva da parte di truppe siriane, iraniane ed hezbollah, con il supporto dei raid aerei russi, per la riconquista di Aleppo, principale città siriana e “capitale” del Califfato nel Paese. Insomma, la guerra all’Isis è cominciata davvero e in grande stile. Ma tornando all’operatività militare russa nell’area, occorre sottolineare che Mosca non ha bisogno della sua unica portaerei per raggiungere i suoi obiettivi operativi nell’area. La strategia di Mosca a questo punto, infatti, appare chiara: utilizzare l’influenza iraniana verso autorità sciite e milizie in Iraq al fine di ottenere il permesso a bombardare obiettivi dell’Isis nel Paese. 

Insomma, la lotta al Califfato supera i confini siriani e si espande a quelli iracheni. E dopo l’attacco dell’aeronautica dell’Iraq contro il convoglio dove sarebbe stato presente il capo dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi (notizia poi smentita), l’apertura di un fronte iracheno appare sempre più probabile, tanto più che il parlamentare e capo del Comitato per la Difesa, Hakim al-Zamili, ha apertamente lodato la condivisione di intelligence da parte del cosiddetto “gruppo dei quattro” (Iraq, Iran, Siria e Russia), definendola «molto utile, tanto che intendiamo formalizzare questo rapporto e tramutarlo in un’alleanza militare integrata». E mercoledì, il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha confermato che «la Russia fornisce assistenza tecnica e militare ai curdi iracheni con il consenso di Baghdad e solo attraverso il governo iracheno».

Sia i curdi che le milizie sciite, inoltre, stanno ricevendo supporto anche dall’Iran, quindi se la Russia ricevesse luce verde per bombardare in Iraq si aprirebbe uno scenario di enorme portata: primo, perché si amplierebbe ancora la sfera di influenza russa in Medio Oriente, con più che probabile irritazione da parte di Washington e, secondo, di fatto Teheran completerebbe la sua operazione di controllo sull’Iraq. 

Possibile? Logisticamente sì, già adesso e senza bisogno dell’arrivo della portaerei russa. La base siriana di Latakia da cui stanno partendo i raid russi, infatti, garantisce già oggi un posizionamento strategico per arrivare in Iraq, come ci mostra la prima cartina a fondo pagina, anche se potrebbe necessitare il dispiegamento di risorse ulteriori. Parlando in termini molto chiari, i potenziali obiettivi in Iraq rientrano nel range sia delle forze navali già presenti nel Mar Caspio, sia dei caccia Su-24 e Su-34 operativi a Latakia in Siria, presso la base aerea Bassel al Assad. Con dei rifornimenti in volo, anche la questione del tempo di conduzione maggiore per le operazioni potrebbe essere risolta. Le navi russe, inoltre, hanno già lanciato 26 missili da crociera su obiettivi siriani dal Mar Caspio, sorvolando gli spazi aerei sia iracheno che iraniano: di fatto, sarebbe ancora più semplice per i vascelli da guerra colpire obiettivi in Iraq. 

La soluzione ideale per evitare missioni con voli a lungo raggio sarebbe poi quella di installare delle basi aeree russe proprio in territorio iracheno, visto che ci sono molte runaways inutilizzate e che l’esperienza siriana ha dimostrato come i russi siano perfettamente in grado di creare dal nulla una base aerea in meno di un mese. C’è però un problema, ovvero che un simile sviluppo imporrebbe personale russo da portare in quella base per i sistemi di supporto logistico e per garantire protezione alle forze armate presenti: al netto della recessione in atto, delle sanzioni occidentali e del basso prezzo del petrolio per finanziare il budget, Mosca potrebbe però ritenere troppo onerosa un’operazione del genere, di fatto un investimento anche per la futura sicurezza dell’Iraq post-Isis. 

Ma c’è di più e dell’altro, ovvero ciò che è rappresentato dalla seconda cartina a fondo pagima: ovvero, il fatto che dispiegare assets miliari in territorio iracheno spingerebbe i russi sempre più vicino alle operazioni e agli assets Usa in Iraq, facendo aumentare le tensioni tra Mosca e Washington e anche la possibilità di potenziali incidenti sul terreno e in aria. La presenza statunitense sul suolo iracheno potrebbe quindi portare Mosca a decidere di non utilizzare forze e assets di terra, ma senza la presenza di queste e senza poter lavorare fianco a fianco “boots on the ground” con le forze irachene anti-Isis, la Russia potrebbe dover affrontare notevoli difficoltà nel coordinamento tattico con gli alleati dislocati sul suolo, un qualcosa che potrebbe rendere meno efficaci anche i raid aerei. 

In Siria, le forze a terra russe sono molto limitate, visto che l’esercito leale ad Assad funziona come raccordo tra le truppe e i velivoli russi, fornendo intelligence e informazioni dirette sui bersagli. In Iraq questo tipo di interazione con le forze di sicurezza sarebbe molto più difficile e dispiegare truppe di terra in un teatro dove sono già operative truppe americane potrebbe creare conflitti e tensioni pericolose. 

 

 

Alla fine, la decisione finale spetterà a Baghdad: ovvero, decidere se mettere in pericolo la sua relazione con gli Stati Uniti, i quali hanno dedicato al Paese molti più sforzi in termini militari rispetto alla Siria, o ritenere che i vantaggi di una partnership con Mosca valgano bene la perdita del supporto Usa. Il quadro che si sta delineando, però, è il seguente: prima la Russia aveva solo una base navale a Tartus, ora invece dispone a pieno anche di una base aerea a Latakia, la quale consente alle forze russe di colpire con efficacia obiettivi iracheni attraverso i raid aerei ma anche di poter raggiungere, sempre con i caccia, il Canale di Suez, un chokepoint chiave per il mercato del petrolio e il commercio globale, come ci mostra la prima cartina a fondo pagina. 

Quindi, già oggi, possiamo porci la seguente, fondamentale e dirimente domanda: come reagirà l’America a questo equilibrio nuovo in evoluzione? Washington cederà lo spazio aereo ai caccia russi in Iraq come ha fatto in Siria o siamo al punto di rottura dopo il quale gli Usa decideranno che il troppo è troppo e contrasteranno il power play di Mosca in Medio Oriente? Con le tensioni saudite che crescono e la campagna per le presidenziali entrata nel vivo con il primo dibattito tra i candidato democratici, propendo per la seconda soluzione. E non è detto che Washington propenda per la ritorsione bellica. Anzi. La questione resta centrata su un unico, vero obiettivo: l’Iran. 

Se Teheran proseguisse indisturbata nella sua politica filo-siriana al fianco di Mosca e tentasse il blitz sciita in Yemen in chiave anti-saudita, di fatto “sigillando” i confini di Riyad e degli altri Paesi del Golfo, metterebbe in quarantena non solo il wahabismo, ma le stesse riserve petrolifere e il loro potenziale, come ci mostra l’ultima cartina. Di fatto, si sostanzierebbe quanto vi ho descritto la scorsa settimana parlando della strategia energetica di Mosca nel suo interventismo mediorientale. Isolare l’Arabia e costringerla a tagliare la produzione in sede Opec, per arrivare entro la primavera al barile a 100 dollari, sviluppo che non vedrebbe certo gli Stati Uniti strapparsi le vesti. 

Ma l’Iran, esponendosi così tanto, presta il fianco anche a possibili errori strategici e al rischio di una false flag che faccia vacillare l’accordo sul nucleare, fondamentale per vedersi tolte le sanzioni e tornare a produrre a pieno regime. E siccome proprio il Paese degli ayatollah potrebbe diventare il primo esportatore non solo di greggio ma anche di gas naturale, scalzando il Qatar, il potere di ricatto in mano a Teheran diventerebbe troppo, sia per Riyad che per Israele, il quale non a caso sta operando una subdola politica di apertura verso Mosca proprio per testare le intenzioni e le reazioni dell’alleato storico, ovvero gli Usa. Ora la palla passa in mano a Washington, attendiamoci novità a breve. Ma più che ai missili, io presterei attenzione al rublo. 

 

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori