GIORNATA DEL RISPARMIO/ Acri-Ipsos: migliora la fiducia degli italiani (che ripartono del mattone)

- La Redazione

Alla 91esima Giornata Mondiale del Risparmio, la tradizionale indagine Acri-Ipsos segnala dopo quattro anni l’avvio di un’inversione positiva di tendenza nel clima di fiducia.

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Giuseppe Guzzetti

Acri (l’Associazione che rappresenta collettivamente le Fondazioni di origine bancaria e le Casse di Risparmio Spa) ha presentato anche quest’anno, alla vigilia della Giornata Mondiale del Risparmio giunta alla 91esima, che si terrà domani, come da tradizione, a Roma, i risultati della consueta ricerca sugli Italiani ed il loro rapporto con il Risparmio, studio che la compagnia conduce da quindici anni in collaborazione con Ipsos. Il lavoro si divide in due macroaree. La prima, che resta invariata dal 2001 ad oggi, sull’atteggiamento degli Italiani verso il Risparmio e la seconda sul tema della Giornata dedicata, che quest’anno sarà intitolata ‘Risparmio e ripresa in una nuova Europa’.

Alla fine del 2015 la ricerca conferma, in sintesi, come la crisi sia ancora parte integrante della vita degli italiani, che tuttora la percepiscono come grave (l’80%) e ritengono che durerà ancora per almeno un quinquennio. Però, il pensiero quasi nascosto di molti pare essere: “La crisi c’è, ma non per me”. Migliorano, infatti, sensibilmente le prospettive personali, ma anche quelle nazionali. Le famiglie colpite direttamente dalla crisi sono ancora molte -1 su 4 (il 25% contro il 27% del 2014 e il 30% del 2013) – ma il numero di soddisfatti rispetto alla propria situazione economica (il 55% della popolazione), per la prima volta dopo quattro anni, supera quello degli insoddisfatti.

Tutte le aree del Paese denotano un miglioramento, ma questo è particolarmente visibile nel Nord Ovest, dove sono soddisfatte 2 persone su 3 (67% di soddisfatti, +9 punti percentuali rispetto al 2014). Al contempo si riduce il numero di coloro che denunciano un peggioramento del proprio tenore di vita. Nel 2015 sono il 18%, contro il 23% del 2014, il 26% del 2013 e del 2012. Anche in questo caso il dato migliora particolarmente nel Nord Ovest, dove chi vede un peggioramento passa dal 20% al 13%, ma pure nel Sud, ove il dato si riduce dal 28% al 22%. Inoltre 1 italiano su 20 (5%) dichiara di aver sperimentato un miglioramento del proprio tenore di vita, accreditando un’importante inversione di tendenza, quantunque di misura contenuta, rispetto a un dato che era andato riducendosi anno dopo anno a meno del 2%.

Riguardo al futuro, il numero dei fiduciosi su un miglioramento del proprio tenore di vita è superiore a quello degli sfiduciati (13% gli sfiduciati, 26% i fiduciosi, saldo +13): un dato questo su cui incide il forte recupero di fiducia presso i giovani (18-30 anni) per i quali il saldo tra ottimisti e pessimisti raggiunge il livello di +23 (quasi il doppio dell’ottimo +12 del 2014), ma anche degli over 65 che, dopo otto anni di negatività, tornano in una situazione di equilibrio tra pessimisti e ottimisti.

Rispetto alla situazione locale prevale di poco il pessimismo: coloro che hanno poca fiducia superano di 1 punto percentuale i fiduciosi (24% vs 23%). C’è un generale ottimismo nel Nord Ovest (+7 punti di saldo tra ottimisti e pessimisti), nel Nord Est (+7) e nel Centro (+6), mentre il Sud denota pochissima fiducia nel territorio locale (-14 punti di saldo negativo riguardo al territorio, mentre riguardo all’Italia nel suo complesso il saldo nel Sud è positivo di +3).

Oggi più di 1 italiano su 3 è fiducioso sul futuro dell’Italia (36%), mentre gli sfiduciati sono il 27%: un saldo positivo di 9 punti percentuali a favore degli ottimisti che, unito al miglioramento del saldo dello scorso anno, evidenzia una tendenza di robusta crescita della fiducia nel Paese (l’anno scorso il saldo era ancora negativo, -15, ma già in forte miglioramento; due anni fa era -23).

Nel 2015, dunque, il saldo tra ottimisti e pessimisti passa da -15 dello scorso anno al +9 attuale: un miglioramento di 24 punti percentuali! Il 34% degli italiani ritiene che la situazione italiana rimarrà inalterata (il 3% non si esprime).

Registrano, invece, un ridimensionamento importante le attese riguardo all’andamento dell’economia mondiale: il 30% degli italiani sono ottimisti, il 22% pessimisti.

Riguardo all’Europa, il percepito dei nostri concittadini è tinto di chiaroscuri. Per quanto riguarda le prospettive economiche future continua a prevalerel’ottimismo, anche se i dati si dimostrano abbastanza statici: il saldo è positivo di 8 punti percentuali per i fiduciosi, attestati al 32%. Ma dal punto di vista politico, anche se nel 2015 coloro che hanno fiducia nell’Unione Europea (il 51%) rimangono maggioritari, si registra un 49% di italiani che non hanno fiducia; inoltre quelli che hanno una bassa fiducia (il 24%) sono molti di più di coloro che hanno grande fiducia (il 15%) e dal 2009 a oggi coloro che hanno fiducia sono arretrati di ben 18 punti percentuali.

 

Peraltro, molti italiani ritengono che l’Europa stia riguadagnando centralità nello scacchiere internazionale: se solo tre anni fa il pendolo del futuro pareva spostarsi decisamente verso Est, a favore dei Brics e in seconda battuta degli Usa, ora la situazione appare differente e l’Europa riacquista centralità. Dei Brics, solo la Cina mantiene le proprie posizioni di vertice nelle aspettative degli italiani, ma se nel 2012 il 60% la ritenevano tra i paesi più importanti per il futuro, ora il dato è sceso al 47%. Nel contempo gli Stati Uniti riacquistano posizioni, passando dal 34% al 42% di italiani che ne reputano centrale il ruolo per il futuro, mentre al terzo posto risale l’Europa, dal 19% al 25%.

Sembra, però, che gli italiani vogliano una nuova Europa. Auspicano un’Europa che sappia soprattutto ridurre le diseguaglianze, tra paesi (economiche, fiscali, legali) e tra i cittadini (sulla distribuzione del reddito e sulla parità di genere); un’Europa anche più attenta ai cittadini, specie quelli più giovani, e alle imprese; un’Europa che investa in ricerca e sviluppo.

Un’Unione Europea che punti più sulle piccole imprese (77%) che non sulle grandi (17%) qualeasse portante del proprio contesto produttivo, che abbia sempre più a cuore agricoltura e industria (76%) piuttosto che servizi e informatica (19%), che definisca una maggiore uniformità legislativa nell’economia (64%) piuttosto che lasciare completa autonomia ai paesi (28%). Queste sono le caratteristiche che dovrebbe avere primariamente. Ma deve anche essere un’Europa che faccia crescere e sviluppare tutti i territori (62%), piuttosto che puntare al mero spostamento dei lavoratori tra i paesi (33%); che si possa allargare (49%, che arriva al 61% tra i giovani) piuttosto che restringersi (42%), ma che si sviluppi anche in modo che, nel farsi ancor più “Unione Europea”, non annulli le specificità dei singoli paesi, anzi le sappia valorizzare (49%, specie fra le donne, mentre il 45% vorrebbe una piena integrazione politica). Un’Europa che abbia una Costituzione comune (invocata dal 65% degli italiani, in crescita rispetto al 55% del 2007) per condividere con certezza i principi fondamentali.

Gli italiani ritengono che se non ci fosse stato il percorso di integrazione europea l’Italia sarebbe più arretrata, con meno giustizia sociale, meno importante sulla scena internazionale, e forse un po’ più povera. Però sarebbe anche più libera. Otto anni fa la percezione a questo riguardo era opposta: cioè la maggioranza riteneva che senza l’integrazione europea l’Italia sarebbe stata meno libera; questo capovolgimento d’opinione insieme al ridimensionamento della percezione dei vantaggi derivanti da 50 anni di Europa unita dovrebbe indurre una riflessione in merito alla distanza tra le attese dei cittadini italiani e la risposta che a esse arriva dall’Unione Europea.

Chi ha risorse disponibili mantiene una forte preferenza per la liquidità: riguarda quasi 2 Italiani su 3; inoltre chi investe lo fa solo con una parte minoritaria dei propri risparmi. È da notare comunque come uno scenario meno negativo incrementi la volontà di investire – in tutto o in parte – i propri denari: i potenziali investitori salgono, infatti, dal 30 al 34%.

Rispetto al 2014 la situazione delle scelte di investimento è sostanzialmente costante: si riduce di un punto la quota di italiani possessori di certificati di deposito e di obbligazioni (9%), di titoli di stato (7%) e di fondi comuni di investimento (13%); si riducono di 2 punti i possessori di azioni (6%), mentre cresce di 1 punto la quota di coloro che dichiarano di aver sottoscritto assicurazioni sulla vita/fondi pensione (dal 24% al 25%), salgono lievemente i possessori di libretti di risparmio (dal 22% al 23%).

Riguardo all’investimento ideale si registra una riscossa del mattone. Nel 2006 la percentuale di coloro che vedevano nel mattone l’investimento ideale era il 70%, scesa progressivamente fino al 24% del 2014; nel 2015 essa risale di ben 5 punti percentuali, raggiungendo il valore del 29%.

L’immobiliare torna di nuovo a essere l’investimento ideale nel Centro e nel Sud. Rimangono in maggioranza relativa (il 35%) coloro che reputano questo il momento di investire negli strumenti ritenuti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di Stato) e si trovano prevalentemente nel Nord Italia. Il numero complessivo degli amanti dei prodotti più a rischio cresce anch’esso, attestandosi al 9%. Perde ben 5 punti percentuali il gruppo di coloro che ritengono sbagliato investire in una qualsiasi forma (il 32% nel 2013 e nel 2014, il 27% nel 2015).

Peraltro, gli italiani continuano a non ritenersi sufficientemente tutelati da leggi e controlli: anche se il dato è in miglioramento (il 58% parla di norme e controlli non efficaci, ma erano il 65% nel 2014 e il 72% nel 2013) e non c’è fiducia che questa tutela aumenti nei prossimi 5 anni (il 22% pensa che il risparmiatore sarà più tutelato, mentre il 59% ritiene che lo sarà meno).

Una certa normalizzazione dello scenario economico del Paese induce sempre più italiani a concentrarsi sul presente, piuttosto che sul futuro, e ad avere un atteggiamento un po’ più rilassato rispetto ai consumi, soprattutto presso le classi medie e più abbienti, che oggi tornano a consumare, anche se in modo più cauto rispetto a prima della crisi. Le loro spese si indirizzano soprattutto verso elettronica e telefonia, prodotti alimentari e spese per l’auto. I diversi settori denotano comunque tutti un cambiamento di rotta che riduce la negatività.

Rimane ancora poco fruito il fuori-casa, anche se il saldo complessivo per viaggi e vacanze, pur negativo di -43 punti percentuali, è in netto miglioramento rispetto al dato di -54 del 2014. Così è anche per il comparto ristoranti, bar e pizzerie, la cui frequentazione negli ultimi 2-3 anni si è ridotta per il 51% degli italiani, mentre solo il 6% dichiara di averla incrementata e il 43% di averla tenuta costante: il saldo negativo tra chi ha incrementato e chi ha ridotto è di -45 punti percentuali, ma è meno negativo rispetto al -55 dell’anno scorso. Lo stesso vale per cinema, teatro e concerti, la cui frequentazione si è ridotta per il 48% degli italiani, con un saldo negativo tra incrementi e diminuzioni di -43 punti (era -51 nel 2014).

Anche vestiario, abbigliamento e accessori registrano un saldo negativo di -33 punti, ma è molto inferiore a quello del 2014 (-45 punti); così per libri, giornali e riviste, il cui saldo negativo passa da -28 a -20; per la cura della persona da -28 a -21; per i giochi e le lotterie, da -25 a -18.

Molto significativa è la riduzione di negatività nel settore dell’auto e dei trasporti, e le informazioni sulle nuove immatricolazioni nel 2015 sostengono l’evidenza: il saldo negativo passa da -22 punti a -6. Prodotti alimentari e per la casa ed elettronica e elettrodomestici evidenziano saldi poco problematici e molto migliori rispetto a quelli del 2014: registrano un saldo negativo rispettivamente di -5 e -3 punti percentuali, molto lontani dal -18 di entrambi dello scorso anno.

Telefono e telefonia tornano in positivo, con un saldo positivo di 8 punti percentuali (-7 nel 2014). Nei medicinali, infine, non c’è crisi che tenga: continuano ad essere acquistati sempre di più. Coloro che ne hanno incrementato il consumo (il 29%) sono assai più di coloro che lo hanno ridotto (il 10%); il saldo è decisamentepositivo e in linea con il 2014 (+19 punti percentuali nel 2015, +20 nel 2014).

Analizzando dettagliatamente il lavoro di ricerca svolto da Acri in collaborazione con Ipsos, si possono individuare diverse sottocategorie che vale la pena seguire passo passo.

Il futuro dell’economia, personale e globale

“La crisi c’è, ma non per me” sembra essere il motto che nascostamente recitano molti italiani, un poco per esorcizzare la paura degli ultimi anni, che ancora sfiora i loro pensieri, un po’ perché il 2015 appare come un anno di svolta: un cambiamento vissuto nel proprio quotidiano, piuttosto che riconosciuto a livello collettivo.

Quando riflettono sulla situazione generale, l’uscita dalla crisi (tuttora percepita come grave dall’80% degli italiani) continua ad apparire lontana: l’aspettativa di durata media era di poco superiore ai 2 anni nel 2009, ai 3 nel 2010, 3-4 anni nel 2011, 4 nel 2012 e nel 2013, circa 5 anni nell’autunno 2014, ed anche nell’autunno 2015 si attesta sullo stesso valore. Ciò vuol dire che gli italiani si aspettano di tornare ai livelli pre-crisi soltanto dopo il 2020.

Riguardo alla situazione economica delle famiglie il quadro è, però, di chiaro miglioramento e conferma il percorso virtuoso che già si intravedeva alla fine del 2014. Accelera la contrazione del numero delle famiglie colpite dalla crisi (dal picco del 40% del 2013 siamo passati al 32% del 2015) e quelle colpite direttamente sono ora 1 su 4 (30% nel 2013, 27% nel 2014, 25% nel 2015), e questa riduzione si deve soprattutto al minor numero di persone che hanno perso il lavoro (15% nel 2015 contro il 20% nel 2014).

Il fatto più considerevole è, però, l’importante crescita della soddisfazione rispetto alla propria situazione economica: i soddisfatti superano gli insoddisfatti di ben 10 punti percentuali (il 55% della popolazione è soddisfatto), con un incremento di 5 punti percentuali rispetto al 2014; il dato è tanto più importante in quanto nei quattro anni precedenti, dal 2011, il numero dei soddisfatti non aveva mai superato quello degli insoddisfatti.

Analizzando i dati, emerge che tutte le aree del Paese denotano un miglioramento, ma questo è particolarmente visibile nel Nord Ovest (67% di soddisfatti, ossia 2 su 3, +9 punti percentuali rispetto al 2014), mentre le altre aree crescono meno (+4 punti percentuali il Nord Est, +2 il Centro, + 1 il Sud): se il recupero del 2014 fu molto indotto da una riduzione di negatività nel Nord Est, la crescita del 2015 ha il suo evidente baricentro nel Nord Ovest.

Cambia anche il trend nel tenore di vita: assistiamo al ritorno, sia pur assai contenuto, di chi migliora la propria situazione anno dopo anno, e al contempo si riducono in modo deciso coloro che denunciano un peggioramento. Nel 2015 le famiglie che segnalano un serio peggioramento del proprio tenore di vita sono il 18%, contro il 23% del 2014, il 26% del 2013 e del 2012. Anche in questo caso il dato migliora particolarmente nel Nord Ovest, dove chi vede un peggioramento passa dal 20% al 13%, ma pure nel Sud, ove il dato si riduce dal 28% al 22%. Quasi la metà degli intervistati (il 45%; lo scorso anno erano il 46%) dichiara di avere comunque sperimentato qualche difficoltà nel mantenere il proprio tenore di vita; salgono al 32% (contro il 27% del 2014) coloro che invecehanno mantenuto con facilità il proprio tenore di vita e – seppur pochi – passano al 5%, cioè 1 italiano su 20, coloro che hanno sperimentato un miglioramento del proprio tenore di vita nel corso degli ultimi dodici mesi. Questa è un’importante inversione di tendenza, quantunque di misura contenuta, rispetto a un dato che era andato riducendosi anno dopo anno a meno del 2%.

Guardando al futuro, il 2015 segna la riscossa per le prospettive del Bel Paese: se da una parte è vero che è la situazione personale quella dove il numero di ottimisti sopravanza i pessimisti nella misura più significativa (con un saldo positivo di 13 punti percentuali), il miglioramento più rilevante viene registrato riguardo alle aspettative sulla situazione italiana, ove il saldo tra ottimisti e pessimisti passa da -15 dello scorso anno al +9 attuale: un miglioramento di 24 punti percentuali!

Il numero dei fiduciosi sul miglioramento del proprio futuro è superiore a quello degli sfiduciati (13% gli sfiduciati, 26% i fiduciosi, saldo +13) e questo dato segna un ulteriore miglioramento che si aggiunge a quello del 2014 (nel 2014: 21% sfiduciati, 24% fiduciosi, saldo +3). In ogni caso, la maggior parte degli intervistati, il 57% (52% nel 2014), non si attende cambiamenti della propria situazione economica (questo è un dato indotto dalla forte presenza di percettori diredditofisso: lavoratori dipendenti o pensionati); il 4% non sa cosa pensare.

Rispetto alla propria situazione personale accelera ulteriormente il forte recupero di fiducia presso i giovani (18-30 anni): il saldo tra ottimisti e pessimisti raggiunge il livello di +23, quasi il doppio dell’ottimo +12 del 2014.

Anche individui fra i 31 e i 44 anni migliorano sensibilmente il saldo (passando dal +8 del 2014 al +19 attuale); mentre la crescita è molto più contenuta presso gli italiani tra i 45 e i 64 anni (la differenza cresce di 2 punti percentuali rispetto al 2014). Gli over 65, dopo otto anni di negatività, tornano in una situazione di equilibrio tra pessimisti e ottimisti.

È importante sottolineare che il miglioramento della situazione è determinato più che altro da una riduzione dei pessimisti circa il futuro della propria situazione personale, piuttosto che da un importante aumento di ottimisti: gli ottimisti salgono infatti di 2 punti percentuali, dal 24% al 26%, e al contempo i pessimisti scendono di ben 8 punti percentuali, dal 21% al 13%: la riduzione dei pessimisti è particolarmente forte nel Centro e nel Nord Ovest.

Rispetto al futuro del territorio locale in cui gli italiani vivono, prevale di poco il pessimismo: coloro che hanno poca fiducia superano di 1 punto percentuale i fiduciosi (24% vs 23%); ma si deve notare che anche questo dato migliora rispetto al 2014 (il saldo negativo era di -13) e si avvicina ai dati del 2009 (il saldo eradi +4 punti). Il dato medio però nasconde un’importante dinamica: rispetto alla situazione locale c’è un generale ottimismo nel Nord Ovest (+7 punti di saldo tra ottimisti e pessimisti), nel Nord Est (+7) e nel Centro (+6), mentre il Sud denota pochissima fiducia nel territorio locale (-14 punti di saldo negativo riguardo al territorio locale, mentre riguardo all’Italia nel suo complesso il saldo nel Sud è positivo +3).

La rinnovata fiducia trae la sua origine dalle attese circa le sorti del Paese nel suo insieme: oggi più di 1 italiano su 3 è fiducioso sul futuro dell’Italia (36%), mentre gli sfiduciati sono il 27%, +9 punti percentuali di differenza che, uniti al miglioramento del saldo dello scorso anno, evidenziano una tendenza di robusta crescita della fiducia nel Paese (l’anno scorso il saldo era ancora negativo, -15, ma già in forte miglioramento; due anni fa era -23). Solo il 34% degli italiani ritiene che la situazione rimarrà inalterata; il 3% non sa cosa pensare.

Sulle prospettive future dell’economia europea continua a prevalere l’ottimismo, anche se i dati si dimostrano abbastanza statici: se nel 2012 avevamo assistito a un’inversione di tendenza con i fiduciosi che superavano di ben 11 punti i pessimisti (il 36% contro il 25%) e nel 2013 si registrava un ulteriore saldo positivo di 14 punti percentuali, nel 2014 c’è stato un arretramento del saldo positivo (era +6), ora, nel 2015, il saldo risale a +8, con i fiduciosi attestati al 32%, i pessimisti al 24% e coloro che ritengono che la situazione rimarrà statica al 36%; l’8% non sa cosa dire. Evidentemente la situazione dell’Europa appare sostanzialmente solida, specie col ridimensionamento della crisi greca, ma non sufficientemente dinamica da essere un vero traino.

La fiducia rispetto all’economia mondiale nel suo complesso invece ha un ridimensionamento importante: nel 2014 gli ottimisti erano di 15 punti percentuali sopra i pessimisti; questo dato nel 2015 scende a 8 punti, generato dal 30% di ottimisti e il 22% di pessimisti; sono il 34% coloro che ritengono che la situazione rimarrà statica.

In sintesi, il presente sembra ancora dominato da situazioni contrastanti: l’Italia in miglioramento, l’Europa sostanzialmente statica, il resto del mondo in una fase meno espansiva che nel passato. Se fino a pochi anni fa gli italiani guardavano all’estero sperando di intercettare parte della ripresa mondiale, ora la fiducia torna a crescere sulle proprie capacità e sulle energie che il Paese nel suo complesso sembra mostrare. La crisi è ancora parte integrante della vita degli italiani, e si pensa lo sarà ancora per molti anni: migliorano però sensibilmente le prospettive, nazionali e personali; il territorio che traina questa nuova fiducia è il NordOvest, mentre il Sud si rivela molto preoccupato rispetto alla propria specifica zona.

Allargando l’orizzonte ad altri Paesi nel Mondo, è da sottolineare come l’Europa sembra avere un momento più positivo rispetto alle altre economie. Gli Stati Uniti e l’APAC sono in contrazione, anche se rimangono su livelli alti, il Sud America è in una situazione difficile, invece Africa e Medio-Oriente continuano a sperimentare un momento di crescente fiducia, sempre che le preoccupazioni per le guerre in atto e potenziali, nonché le minacce terroristiche, non modifichino la situazione (dati Ipsos Global@dvisor agosto – ottobre 2015).

La normalizzazione della situazione induce sempre più italiani a concentrarsi nuovamente sul presente, piuttosto che sul futuro: se è vero che sono ancora di più coloro che puntano a investire soprattutto nella qualità della vita futura (il 49%, ma erano il 54% nel 2014), sono in crescita coloro che prestano attenzioneal presente (il 45%, erano il 42% nel 2014).

L’Europa e l’Euro

In questo clima di sostanziale miglioramento delle percezioni, basato in gran parte su una rinnovata fiducia nelle proprie capacità e nei destini del Paese, rimane ancora tinta di chiaroscuro la percezione dell’Europa. Nel 2015 coloro che hanno fiducia nell’Unione Europea (il 51%) rimangono esiguamente maggioritari, il 49% degli italiani, infatti, non ha fiducia; inoltre quelli che hanno una bassa fiducia (il 24%) sono molti di più di coloro che hanno grande fiducia (il 15%): dal 2009 a oggi coloro che hanno fiducia sono arretrati di ben 18 punti percentuali.

La soddisfazione poi è molto bassa riguardo all’Euro: quasi 3 italiani su 4 ne sono insoddisfatti (il 71%, dato in leggero calo rispetto al 74% del 2014), anche se la maggior parte degli italiani è convinta della sua utilità nel lungo periodo: coloro che sono certi che tra 20 anni essere nell’Euro sarà un vantaggio sono il 51%; il 36% pensa che essere nell’Euro sarà uno svantaggio anche fra 20 anni (erano il 34% nel 2014); il 13% non ha opinioni in merito.

In ogni caso, l’Europa viene assolta dalla responsabilità della crisi italiana: solo il 4% dei cittadini imputa ogni responsabilità all’Europa e ben il 48% ritiene che la situazione attuale sia causata dal malgoverno del Paese negli ultimi anni e dalle mancate riforme (questo dato arriva al 53% nel Sud Italia); il 20% chiama in correità Italia ed Europa; infine, il 26% (in crescita rispetto al 19% del 2014) attribuisce le cause della difficile situazione attuale alle crisi cicliche che hanno dimensioni mondiali e molteplici cause (il 2% non ha un’opinione). Gli italiani, seppur delusi, ritengono che in questa situazione l’Unione Europea sia soprattutto un importante e indispensabile aiuto in un momento di crisi (55%), anche se non sono pochi coloro che la ritengono un ulteriore aggravio che rende ancor più complesso il superamento della crisi (44%).

Scontentezza verso l’Euro, delusione verso l’Unione Europea non devono però indurre a ritenere che gli italiani non vogliano l’Europa: desiderano una “Nuova Europa”, e hanno in mente quali caratteristiche dovrebbe avere.

La Nuova Europa

Innanzitutto molti italiani ritengono che l’Europa stia riguadagnando in centralità sullo scacchiere internazionale: se solo tre anni fa il pendolo del futuro pareva spostarsi decisamente verso Est, a favore dei Brics e in seconda battuta degli Usa, ora la situazione appare differente. Dei Brics, solo la Cina mantiene le proprie posizioni di vertice nelle aspettative degli italiani, ma se nel 2012 il 60% la ritenevano tra i paesi più importanti per il futuro, ora il dato è sceso al 47%. Nel contempo gli Stati Uniti riprendono centralità, passando dal 34% al 42%, mentre al terzo posto risale l’Europa, dal 19% al 25%. L’attivismo russo invece non pare convincere del tutto gli italiani: rispetto a tre anni fa la Russia guadagna solo un punto percentuale (dal 15% al 16%).

L’Europa sembra offrire modelli di comportamento molto migliori di quelli di cui fanno esperienza i nostri concittadini, soprattutto riguardo a senso civico (migliore in Europa rispetto all’Italia per il 72% degli italiani), classe dirigente adeguata (per il 68% è migliore a livello del resto d’Europa), rispetto dell’ambiente (maggiore in Europa per il 63%). L’Italia appare più in linea con l’Europa per quanto riguarda la produttività (per il 46% è meglio in Europa, per il 50% è uguale o migliore in Italia), per la qualità della vita (40% meglio in Europa, 55% uguale o meglio in Italia), mentre l’Italia appare decisamente più attrezzata per quanto riguarda la capacità di risparmio (31% maggiore in Europa, 63% uguale o maggiore in Italia).

Gli italiani ritengono che se non ci fosse stato il percorso di integrazione europea l’Italia sarebbe più arretrata, con meno giustizia sociale, meno importante sulla scena internazionale, e forse un po’ più povera. Però sarebbe anche più libera. Otto anni fa la percezione a questo riguardo era opposta: cioè la maggioranza riteneva che senza l’integrazione europea l’Italia sarebbe stata meno libera; questo capovolgimento d’opinione insieme al ridimensionamento della percezione dei vantaggi derivanti da 50 anni di Europa unita dovrebbe indurre una riflessione in merito alladistanza tra le attese dei cittadini italiani e la risposta che a esse arriva dall’Unione Europea.

Gli italiani auspicano un’Europa che sappia soprattutto ridurre le diseguaglianze, tra paesi (economiche, fiscali, legali) e tra i cittadini (sulla distribuzione del reddito e sulla parità di genere); un’Europa anche più attenta ai cittadini, specie quelli più giovani, e alle imprese; un’Europa che investa in ricerca e sviluppo.

Un’Unione Europea che punti più sulle piccole imprese (77%) che non sulle grandi (17%) quale asse portante del proprio contesto produttivo, un’Europa che abbia sempre più a cuore agricoltura e industria (76%) piuttosto che servizi e informatica (19%), un’Europa che definisca una maggiore uniformità legislativa nell’economia (64%) piuttosto che lasciare completa autonomia ai paesi (28%): queste sono le caratteristiche che deve avere primariamente. Ma deve anche essere un’Europa che faccia crescere e sviluppare tutti i territori (62%), piuttosto che puntare al mero spostamento dei lavoratori tra i paesi (33%); che si possa allargare (49%, che arriva al 61% tra i giovani) piuttosto che restringersi (42%), ma che deve anche svilupparsi in modo che, nel farsi ancor più “Unione Europea”, non annulli le specificità dei singoli paesi, anzi le sappia valorizzare (49%, specie fra le donne, mentre il 45% vorrebbe una piena integrazione politica).

Un’Europa che abbia una Costituzione comune (invocata dal 65% degli italiani, in crescita rispetto al 55% del 2007) per condividere con certezza iprincipi fondamentali.

Analizzando i dati, l’identikit dell’Europa che vorrebbero gli italiani potrebbe sembrare contraddittoria: si chiede più integrazione, riduzione delle differenze, maggiore presenza, ma anche autonomia e si ha la sensazione di perdita della libertà. La sfida sarà quindi quella di fondere proficuamente l’Europa attenta alle specificità dei singoli con un’Europa più omogenea negli elementi essenziali e fondativi. Più integrazione negli elementi fondativi, nel rispetto reciproco, valorizzando le differenze sembra essere quello che chiedono gli italiani. Insomma un’Europa con cervello, membra, ma anche cuore e anima.

E soprattutto, nonostante le delusioni e i rimpianti dell’oggi, gli italiani sono sicuri che l’Europa andrà nella giusta direzione: lo pensava il 65% nel 2014; lo pensa ancora il 62% nel 2015.

Il risparmio: ultimi 12 mesi e attese per i prossimi 12

La crisi è stata anche caratterizzata dal crescente numero di persone che non vivono tranquille se non mettono da parte dei risparmi: nel 2015 questi sono il 42%, che è un dato lievemente inferiore al 46% del 2014, ma per la prima volta dopo 4 anni questi sono superati da coloro che risparmiano solo se ciò non comporta tropperinunce (il 48%). Preferisce invece godersi la vita senza pensare a risparmiare solo l’8% degli italiani, costante rispetto all’anno scorso (11% nel 2010, 10% nel 2011, 9% nel 2012 e nel 2013, 8% nel 2014), un residuale 2% non prende posizione. Nella nuova normalizzazione della situazione, anche il risparmio fa la sua parte, e cessa di diventare un elemento ansiogeno per ridivenire una fisiologica attività del cittadino italiano.

Infatti, per il terzo anno consecutivo, il dato più importante della rilevazione è che cresce ulteriormente di 4 punti percentuali la quota di italiani che negli ultimi dodici mesi sono riusciti a risparmiare: passano dal 33% del 2014 al 37% attuale, il dato più alto dal 2010 a oggi. Al contempo si riducono per il terzo anno di fila, e in modo consistente, le famiglie in saldo negativo di risparmio, dal 25% del 2014 al 22% attuale (un dato così ridotto non lo si vedeva dal 2005). Sostanzialmente costanti, al 41%, sono le famiglie che consumano tutto quel che guadagnano, senza risparmiare ma al contempo senza intaccare i risparmi accumulati o ricorrendo a prestiti. È interessante notare che la crescita di chi è riuscito a risparmiare è sostanzialmente legata al Nord Ovest (il 48% è riuscito a risparmiare) e ai giovani (il 50% ha risparmiato).

Combinando l’andamento del risparmio delle famiglie italiane nell’ultimo anno (2015) e le previsioni per quello futuro (2016), si delineano sei gruppi di tendenza rispetto al risparmio.

Nel dettaglio: Famiglie con trend di risparmio positivo -hanno risparmiato nell’ultimo anno e lo faranno di più o nella stessa misura anche nei prossimi dodici mesi: sono il 27%, in forte crescita (+7 punti percentuali rispetto al 2014, +13 punti percentuali rispetto al 2013 e +11 rispetto al 2012, quando il dato era il 16%);Famiglie con risparmio in risalita -hanno speso tutto senza fare ricorso a risparmi/debiti, ma nei prossimi dodici mesi pensano di risparmiare di più: sono il 6% in crescita rispetto al 4% del 2014 (al 5% del 2013 e al 4% del 2012 e del 2011);Famiglie che galleggiano -hanno speso tutto senza fare ricorso a risparmi/debiti e pensano che lo stesso avverrà nel prossimo anno, oppure hanno fatto ricorso a risparmi/debiti, ma pensano di risparmiare di più nei prossimi dodici mesi: sono il 26%, in crescita (+4 punti percentuali rispetto al 2014, +7 punti percentuali rispetto al 2013, +4 rispetto al 2012). 10; Famiglie col risparmio in discesa -sono riuscite a risparmiare, ma temono di risparmiare meno nei prossimi dodici mesi: sono l’8% in diminuzione di 3 punti percentuali rispetto al 2014 (-5 rispetto al 2013, +1 rispetto al 2012);Famiglie in crisi moderata di risparmio -hanno consumato tutto il reddito e nei prossimi dodici mesi temono di risparmiare meno: sono il 9%, in diminuzione di ben 7 punti percentuali sul 2014 (erano il 16%), e di 9 punti sul 2013; Famiglie in crisi grave di risparmio -hanno fatto ricorso ai risparmi accumulati e a debiti (famiglie in “saldo negativo”) e pensano che la situazione del prossimo anno sarà identica o si aggraverà: sono il 18%, poco meno di 1 italiano su 5, in contrazione rispetto al passato (-3 punti percentuali sul 2014, -7 sul 2013, -8 sul 2012).

Gli anni di crisi hanno comunque ridotto le riserve di denaro di molte famiglie: nonostante i miglioramenti in termini di risparmio, ancora oggi quasi 1 famiglia su 4 (il 23%, in diminuzione rispetto al 2014) dice che non riuscirebbe a far fronte a una spesa imprevista di 1.000 euro con risorse proprie. Se la spesa imprevista fosse maggiore, 10.000 euro (ossia un furto d’auto, una complessa operazione dentistica, la sistemazione di un tetto o una cartella esattoriale non attesa), potrebbe farvi fronte con le sole proprie forze poco più di 1 famiglia su 3 (il 35%, -2 punti percentuali rispetto al 2014). Questi dati, combinati fra loro, fanno comprendere come i segni di miglioramento riguardino solo una parte del Paese: quelli che hanno ridotto i timori legati alla crisi. Chi è in difficoltà rimane in difficoltà: infatti quasi 1 famiglia su 4 non ha riserve sufficienti per far fronte a una spesa di 1.000 euro.

In sintesi, la tensione degli italiani al risparmio è molto forte, anche se ora che la situazione si sta normalizzando lo si riesce a vivere con maggiore serenità; nel Paese rimane comunque un’importante fetta di famiglie che è al limite delle proprie forze economiche.

Gli investimenti

La preferenza degli italiani per la liquidità è stabilmente elevata: riguarda 2 italiani su 3; inoltre chi investe lo fa solo con una parte minoritaria deipropri risparmi. È da notare comunque come uno scenario meno negativo incrementi la volontà di investire – in tutto o in parte – i propri denari: i potenziali investitori salgono dal 30 al 34%.

Rispetto al 2014 la situazione è sostanzialmente costante: si riduce di un punto la quota di italiani possessori di certificati di deposito e di obbligazioni (9%), di titoli di stato (7%) e di fondi comuni di investimento (13%); si riducono di 2 punti i possessori di azioni (6%), mentre cresce di 1 punto la quota di coloroche dichiarano di aver sottoscritto assicurazioni sulla vita/fondi pensione (dal 24% al 25%), salgono lievemente i possessori di libretti di risparmio (dal 22% al 23%).

La riscossa del mattone. Gli italiani si dividono rispetto all’investimento ideale. Nel 2006 la percentuale di coloro che vedevano nel mattone l’investimento ideale era il 70%, una percentuale scesa progressivamente fino al 24% del 2014; nel 2015 essa risale di ben 5 punti, raggiungendo il valore del 29%, e l’immobiliare torna di nuovo ad essere l’investimento ideale nel Centro e nel Sud. Rimangono in maggioranza relativa (il 35%) coloro che reputano questo il momento di investirenegli strumenti ritenuti più sicuri (risparmio postale, obbligazioni e titoli di Stato); si trovano prevalentemente nel Nord Italia. Il numero complessivo degli amanti dei prodotti più a rischio cresce anch’esso, attestandosi al 9%. Perde ben 5 punti percentuali il gruppo di coloro che ritengono sbagliato investire in una qualsiasi forma (il 32% nel 2013 e nel 2014, il 27% nel 2015).

Il risparmiatore italiano è sempre più attento alla (bassa) rischiosità dell’investimento e sempre meno attento ad investire in attività che aiutino lo sviluppo dell’Italia; rifugge il rischio anche perché continua a ritenere di non essere sufficientemente tutelato da leggi e controlli: anche se il dato è in miglioramento (il 58% parla di norme e controlli non efficaci, ma erano il 65% nel 2014 e il 72% nel 2013), non c’è fiducia che questa tutela aumenti nei prossimi 5 anni (il 22% pensa che il risparmiatore sarà più tutelato, mentre il 59% ritiene che lo sarà meno).

I Consumi

I primi anni di crisi hanno visto la pesante riduzione dei risparmi e degli investimenti, successivamente l’elemento che sicuramente è stato più colpito sono stati i consumi. Nel 2015 il clima è diverso: torna la voglia di consumare, soprattutto presso le classi medie e più abbienti, che paiono voler festeggiare la fine di un periodo di seria preoccupazione, concedendosi qualche lusso da tempo agognato e rimandato. Questa situazione riduce sensibilmente la negatività in molti ambiti, in generale tutte le tipologie di consumo risultano meno colpite rispetto al passato, e questo grazie soprattutto alla maggiore propensione al consumo da parte di coloro che non hanno avuto un serio impatto dalla crisi. La situazione può essere riassunta in questo modo: da una parte ci sono coloro che sono stati effettivamente colpiti dalla crisi: essi continuano ad adottare una forte razionalizzazione delle proprie spese, quando non una vera e propria austerità. Queste persone continuano quindi con il loro approccio sostanzialmente cauto al consumo.

Dall’altra parte c’è il gruppo di coloro che non sono stati colpiti dalla crisi, ma che per anni hanno ridimensionato o rinviato i consumi, per timore del futuro ed anche perché non era più di tendenza il consumo esibitivo. Tali individui ora si sentono molto più rassicurati nelle prospettive, inoltre avendo avuto comportamenti cauti negli ultimi anni si trovano ad avere delle maggiori disponibilità di denaro: oggi tornano dunque a consumare, anche se in modo più cauto rispetto a prima della crisi. Le loro spese si indirizzano soprattutto verso elettronica e telefonia, prodotti alimentari e spese per l’auto: rimane ancora poco fruito il fuori-casa.

I diversi settori denotano un andamento differente l’uno rispetto all’altro, anche se accumunato da una generale situazione: quando non si ha proprio un cambiamento di rotta si riduce comunque la negatività.

Il 51% degli italiani dichiara di aver ridotto la propria frequenza nei ristoranti, bar e pizzerie negli ultimi 2-3 anni, solo il 6% dichiara di averla incrementata e il 43% di averla tenuta costante: il saldo negativo tra chi ha incrementato e chi ha ridotto è di -45 punti percentuali, però meno negativo rispetto al -55 dell’anno scorso.

Viaggi e vacanze sono stati ridotti negli ultimi anni dal 50% degli italiani, contro il 7% che li ha incrementati; il saldo negativo è di -43 punti percentuali, in netto miglioramento rispetto al dato di -54 del 2014: coloro che hanno migliorato la propria situazione economica dichiarano un importante incremento di vacanze. Il 43% ha tenuto costanti i consumi di viaggi e vacanze. Il calo di negatività trova anche conferma nel commento di Confcommercio alla stagione estiva.

Cinema, teatro e concerti registrano una contrazione presso il 48% degli italiani, solo il 5% ne ha incrementato la fruizione; il 47% è stabile. Il saldo è negativo di -43 punti percentuali, ma anche in questo caso un anno fa era negativo per -51 punti.

Vestiario, abbigliamento e accessori registrano una riduzione presso il 42% degli italiani, un incremento presso il 9%, mentre il 49% dichiara di non aver modificato i propri consumi al riguardo. Ciò genera un saldo negativo di -33 punti: importante, ma molto inferiore a quello del 2014 (-45 punti percentuali). Inoltre chi ha migliorato la propria situazione economica dichiara di aver incrementato di molto i consumi in questo ambito.

Libri, giornali e riviste vedono ridursi il saldo negativo da -28 a -20, e lo stesso accade per la cura della persona (da -28 a -21) e per i giochi e le lotterie (con un saldo negativo passato dal -25 del 2014 a -18).

Molto significativa la riduzione di negatività nel settore dell’auto e dei trasporti, e anche in questo caso le informazioni sulle nuove immatricolazioni nel 2015 sostengono l’evidenza: il saldo negativo passa da -22 punti a -6; il dato è molto positivo per chi ha visto migliorare la propria situazione, oppure non ha sperimentato dei problemi.

Prodotti alimentari e per la casa ed elettronica e elettrodomestici evidenziano saldi poco problematici e molto migliori rispetto al 2014 (registrano un saldo negativo rispettivamente di -5 e -3 punti percentuali, molto lontani dal -18 di entrambi dello scorso anno). Telefono e telefonia tornano in positivo: hanno un saldo positivo di 8 punti percentuali, in miglioramento rispetto al -7 del 2014. Da notare che in quest’ambito sono aumentati i consumi sia di coloro che hanno visto un miglioramento del proprio stile di vita, sia di coloro che non hanno sperimentato problemi, e persino di coloro che hanno dovuto fronteggiare qualche difficoltà.

Nei medicinali non c’è crisi che tenga: continuano a essere acquistati sempre di più. Sia pur dominando la stabilità, con il 61% di italiani che dichiara di fare un uso dei medicinali uguale al passato, si nota che coloro che ne hanno incrementato il consumo (il 29%) sono assai più di coloro che lo hanno ridotto (il 10%); il saldo è decisamente positivo e in linea con il 2014 (+19 punti percentuali nel 2015, +20 nel 2014).

Riassumendo i dati per tipologia di famiglie consumatrici:Chi ha un tenore di vita in peggioramento ha dovuto tagliare ogni spesa: per ogni categoria di prodotti prevalgono coloro che ne hanno drasticamente ridotto il consumo, tranne che sui farmaci;Coloro che hanno dovuto faticare per mantenere il proprio tenore di vita sono stati costretti a essere più attenti in ogni tipologia di consumo: questi soggetti hanno però attenuato i propri tagli (nell’auto, elettronica, alimentari) e hanno persino incrementato i propri consumi nella telefonia e nei farmaci;Chi ha mantenuto costante la propria qualità di vita senza difficoltà si riaffaccia al consumo: in particolare aumenta molto quello in telefonia ed elettronica, ma anche le spese per auto e per la casa, inoltre riduce i tagli nella cura della persona. Rimane cauto invece sul fuori-casa, sull’abbigliamento, sui libri e sui giochi.

Esiste però una nuova tipologia di consumatori, vogliosi di rifarsi di anni di difficoltà e rinunce: coloro il cui tenore di vita è migliorato. Hanno molto aumentato le spese per la telefonia, l’elettronica, l’auto e i prodotti alimentari e per la casa. Inoltre hanno seriamente incrementato le spese d’abbigliamento e la cura della persona. Sia pur cauti sul fuori-casa, hanno aumentato le spese per le vacanze. Rimangono molto freddi verso il mondo del gioco.

I tratti dei consumatori sono sempre gli stessi rilevati negli ultimi anni: attenzione al consumo e razionalizzazione nelle scelte. Però con la scomparsa di un poco di paura per la crisi, ecco riemergere desideri sopiti, specie in coloro che stanno meglio: tali desideri sono generalmente legati sia a prodotti innovativi (telefonia ed elettronica), sia alla mai scomparsa attrazione per l’auto.

L’anno scorso abbiamo evidenziato che l’atteggiamento parsimonioso era determinato, oltre che dal bisogno, da due grandi forze: il consumo responsabile e la mancanza di fiducia nel futuro; nel momento in cui viene meno questo secondo elemento, la conseguenza a breve è un aumento dei consumi.

 

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