IL CASO ORLANDI/ Tasse & mandarini: se Renzi spaventa la “polizia fiscale”

- Gianni Credit

Approccio alla lotta all’evasione e ridimensionamento di alte amministrazioni: la partita politica dietro la rivolta dei dirigenti dell’Agenzia delle Entrate. GIANNI CREDIT

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Qualche coriandolo di spending review – più esibita che reale – da parte di un premier accusato di aver cucinato una manovra senza tagli. Qualche centinaio di burocrati todos dirigentes attraverso un auto-concorso interno: fatto apposta per finire fra flutti dei ricorsi amministrativi, ma anche ideale per la griglia mediatica e soprattutto per la narrazione di Palazzo Chigi. Una mandarina retro della Pa ministeriale che finisce fra l’incudine dei suoi pretoriani restati a mezza paga e il martello della dittatura renziana: nel momento più sbagliato per tutti gli zar e le zarine della capitale, lavorino al Campidoglio o all’Anas. Ma c’è dell’altro nel “caso Orlandi” che – nella permanente rappresentazione del renzismo – è difficile collocare fra le consumate macchinazioni di palazzo o ridurre a una delle quotidiane emergenza/improvvisazione della Presidenza del Consiglio.

Il caso del direttore dell’Agenzia delle Entrate emana soprattutto l’odore di soldi, moltissimi soldi e molto particolari: le tasse. Soldi per eccellenza, soldi molto più uguali degli altri, i soldi del contribuente e/o del governo, di qualsiasi governo. E il governo italiano in carica ha deciso – non diversamente da altri governi, in carica poco fa – di governare con “meno tasse per tutti”. O almeno di narrarlo agli italiani, ma non solo: lo storytelling deve giungere forte e chiaro a Bruxelles e a Berlino. A difendere l’austerity – la domenica a ora di pranzo  da Lucia Annunziata – è rimasto solo un Mario Monti: triste, solitario y final. Perfino l’altro “super-Mario” – quello in carica alla Bce, che per arrivarci aveva sottoscritto il rigore deciso per l’Italia – è diventato flessibilista, espansionista, ripresista: in opposizione ai falchi tedeschi.

La prospettiva spesso inganna: i drammi agli sportelli degli uffici tributari italiani (quelli spietati dallo sceriffo Attilio Befera) sono finiti in tivù tre, quattro, cinque anni prima dei pensionati greci in lacrime di fronte ai bancomat disseccati. Giusto o sbagliato, è chiaro che Renzi vuol cancellare quella stagione italiana – quel Pd – in fretta, del tutto, definitivamente. Basta con le “belle tasse” di un Padoa-Schioppa o con il cipiglio tributario di un Vincenzo Visco, grinta da commissario sovietico. “Basta tasse”, basta controlli di polizia in banca o sul contante. Quindi: basta poliziotti fiscali troppo pagati o coccolati, anche se gli stipendi dei “dirigenti per sbaglio” delle Entrate non erano certa garanzia di motivazione ed efficienza, di impegno professionale pari all’onestà.

Quanto alla “mandarina” Orlandi – pare non molto amata né dal premier, né dal ministro dell’Economia e delle Finanze – le rimane una stima di rito che le conserverà il posto (ma forse non all’infinito) e, prevedibilmente, metterà sul chi vive altri alti gradi dell’amministrazione. Giusto ieri, in una lettera al Corriere della Sera, l’ex ministro del Welfare, Elsa Fornero, versava ennesime lacrime di coccodrillo sull’incidente mortale della sua carriera nel governo Monti: le decine di migliaia di italiani esodati da una sua firma. Una firma poco informata, il peggio per un’economista-ministro. Più esattamente: una firma “disinformata” da un ex collega-mandarino della Orlandi, l’ex potentissimo presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua. Arrestato nei giorni scorsi.

La riforma del Senato non rischiava forse di cadere – con grave rischio per Renzi – per una strana disattenzione di un mandarino del Parlamento? Attenti a voi, mandarini. Niente scherzi nel lungo avvicinamento alle elezioni.

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