SPY FINANZA/ Così le banche centrali possono “spingere” il petrolio

- Mauro Bottarelli

I paesi produttori di petrolio non vivono certamente un momento facile. Potrebbero però ricevere un aiuto dalle politiche delle banche centrali, spiega MAURO BOTTARELLI

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Giacimento di petrolio, InfoPhoto

Per la serie, anche i ricchi piangono. Nonostante l’Arabia Saudita abbia circa 650 miliardi di dollari di riserve valutarie per sopportare finanziariamente il crollo dei prezzi del petrolio, stando a dati del Fondo monetario internazionale non ci vorrà molto tempo prima dell’esaurimento di queste riserve al ritmo corrente della spesa pubblica del Paese. A detta del recente rapporto del Fondo, infatti, il calo del prezzo del petrolio da circa 100 dollari al barile nel 2014 ai 45 dollari della scorsa estate è già costato a tutti gli esportatori di petrolio del Medio Oriente circa 360 miliardi di dollari di minori incassi quest’anno e senza un’azione drastica molti Paesi dovranno ricorrere alle loro riserve valutarie entro cinque anni. 

Il World Financial Survey dello scorso 15 ottobre riporta infatti che «a parte il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, (i Paesi esportatori) sarebbero a corto di cassa in meno di cinque anni, a causa dei loro massicci deficit di bilancio pubblico». L’Arabia Saudita, il più grande esportatore di petrolio della regione, è particolarmente vulnerabile in quanto il 90% dei suoi ricavi da esportazione proviene dal settore petrolifero: di più, il Paese si basa sulle sue riserve per contribuire a finanziare la spesa pubblica e ha speso più di 70 miliardi di queste riserve da quando i prezzi del petrolio hanno cominciato a precipitare. Questo calo ha già obbligato Riyad a chiudere il bilancio in deficit per mantenere alta la spesa pubblica e il Fmi segnala che il Paese dovrebbe chiudere il 2015 con un deficit di bilancio pari al 21,6% del Pil, per poi scendere al 19,4% del Pil nel 2016, ciò a fronte di un deficit che rappresenta il 3,4% del Pil dello scorso anno. 

Segue poi un preciso avvertimento del Fondo monetario: «Poiché è probabile che il calo del prezzo del petrolio sia ampio e persistente, i Paesi esportatori di petrolio dovranno adeguare le proprie politiche di spesa e di entrate per garantire la sostenibilità fiscale, raggiungere equità intergenerazionale e gradualmente recuperare terreno. I piani di aggiustamento della maggior parte dei Paesi esportatori di petrolio [in Medio Oriente e Nord Africa] sono attualmente insufficienti per affrontare la grande sfida fiscale». Ma attenzione, perché al netto dell’ulteriore tonfo in area 42 dollari patito ieri dal Wti, una dinamica in atto potrebbe significare la salvezza non solo per l’Arabia Saudita ma per tutti i Paesi che basano il loro benessere economico sul petrolio e ce la mostra il grafico a fondo pagina. 

Più che con il precedente del 2007, guardando all’indice Nasdaq la correlazione in atto pare infatti quella con il 1998-1999, ovvero subito dopo il salvataggio di Ltcm e prima dell’esplosione della bolla dot.com. Anche all’epoca, infatti, un mercato rialzista e una ripresa economica guidata dagli Usa furono bruscamente interrotti dalla crisi dei mercati emergenti, proprio come oggi e il rischio di un tonfo a cascata che trasmettesse le perdite di Wall Street alla cosiddetta Main Street era alto (il Nasdaq calò del 33% tra luglio e ottobre 1998, quando Ltcm andò in default), quindi i regolatori attuarono immediatamente una politica di allentamento monetario. Il combinato di liquidità a pioggia e sentiment aggressivo degli investitori portò a un morphing della situazione che innescò un enorme bull market tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999, tale da portare al rialzo non solo le valutazioni ma anche i tassi di interesse e innescando la crescita della bolla tech. 

L’esempio più vivido del déjà vu rappresentato da questo scenario è proprio l’andamento del Nasdaq, un’analogia 1998-2015 quasi perfetta, visto che l’indice sta portando avanti il rally dopo un calo del 18% e nonostante il tonfo del comparto bio-tech. Direte voi, cosa c’entra tutto questo con il petrolio? Ve lo spiego subito, anzi ve lo spiega il grafico a fondo pagina, il quale ci mostra quale potrebbe essere il movimento del prezzo del greggio se l’analogia con il biennio 1998-1999 dovesse davvero risultare reale: siamo di fronte al classico principio del “first-in, last-out”, ma se la crisi dei mercati emergenti dovesse essere tamponata da qualche evento esterno (vedi la Fed che toglie del tutto dal tavolo l’opzione rialzo dei tassi e comincia a parlare di potenziale Qe4), allora questo evento catalizzatore potrebbe spingere in alto le valutazioni del petrolio, esattamente come accadde nella prima parte del 1999. 

Se davvero sarà déjà vu, il prezzo del barile potrebbe salire del 150%. Certo, occorrerebbe un insieme di eventi concomitanti, ovvero la Fed che si ferma, innesca il rally e poi alza i tassi, il dollaro che va significativamente in rally e la domanda di Cina, Giappone ed Europa che sorprendentemente sale. Impossibile? Difficile, tremendamente difficile ma non impossibile, perché ricordatevi che non viviamo in un mercato normale, in quello dove le entità partecipanti vivono secondo il principio della stampa perenne di denaro. E attenzione, perché se è vero che appare molto complicato attendersi mosse azzardate dalla Fed è altrettanto vero che l’unica vera preoccupazione della Cina non è certo mandare in reflazione la bolla immobiliare o sostenere il mercato azionario ma proprio far salire il prezzo della commodities, visto che più della metà delle sue aziende del comparto sono talmente esposte alla leva da essere incapaci di coprire i costi del servizio del debito a questi prezzi, come vi dicevo la scorsa settimana. Quindi, o si lascia partire una cascata di default nel comparto commodities cinese oppure si fa di tutto per far salire i prezzi, petrolio in testa. 

In tale contesto, però, logica vorrebbe che una nuova iniezione di liquidità si sostanzierebbe meramente in ulteriore finanziamento a basso costo che andrebbe a stimolare la produzione: ovvero, ulteriore saturazione del mercato e quindi prezzi in calo. Ma attenzione, perché c’è un’opzione che sta diventando giorno dopo giorno sempre più argomento di discussione. Ovvero, il fatto che non stia scritto in nessuno statuto delle Banche centrali che queste ultime non possano comprare commodities in varie forme, in primis Etf. 

Si varcherà anche questo Rubicone? Io non penso, se non come extrema ratio e continuo a pensare che sarà lo scenario bellico mediorientale a garantire il casus belli per uno shock rialzista sul petrolio, tanto più che l’altro giorno proprio l’aviazione dell’Arabia Saudita ha colpito un altro ospedale di “Medici senza frontiere” durante i suoi raid in Yemen per combattere le milizie filo-iraniane. Tra qui e la Siria, non scordando l’Iraq dove ora i russi compiranno raid anti-Isis, la possibilità di un “incidente” o di una false flag che inneschi un’escalation sta salendo di giorno in giorno. E se cominceremo a vedere traffico tra le posizioni long nel mercato futures del petrolio, allora vorrà dire che quella possibilità appare quasi una certezza. A volte la guerra la si osserva meglio dalle sale trading. 

 



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