RIPRESA?/ Quel 7% di Pil che può aiutare l’Italia

- Giuseppe Pennisi

Per aiutare la ripresa dell’Italia andrebbero stimolati gli investimenti. In questo senso, ricorda GIUSEPPE PENNISI, ci sarebbero risorse da mobilitare a tale scopo

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La ripresa dell’economia europea, e, quindi, di quella italiana, richiede investimenti di lungo periodo. Lo si ripete da anni e lo si ribadirà ancora una volta, certamente, al Roma Investment Forum organizzato dalla Febaf (la federazione delle associazioni bancarie e assicurative). Il Forum si terrà l’11-12 dicembre e ci si attende la partecipazione delle maggiori banche di sviluppo o promozionali dei paesi del G-20.

La situazione è particolarmente grave in Italia, dove si è assistito a un vero e proprio tracollo dell’investimento a lungo termine sia pubblico che privato. La mano pubblica, che tradizionalmente è stata la protagonista nell’investimento in infrastrutture e di lungo periodo, ha ridotto drasticamente il proprio ruolo: la spesa in conto capitale dello Stato è scesa dal 3,5% negli anni Ottanta al 2,5% alla fine degli anni Novanta (quando si è contratta la spesa per investimenti più “facile” da ridurre di quella corrente) per essere ammessi nell’euro, a circa l’1-1,5% negli ultimi anni. I tentativi di dare vita a partnership pubblico-privato hanno destato speranze, ma non hanno avuto esiti di rilievo. Gli stessi investimenti privati hanno subito una forte caduta dall’inizio della crisi iniziata nel 2007-2008 e da cui solo si sta gradualmente uscendo. 

Un rilancio degli investimenti di lungo periodo avrebbe non solo l’effetto di irrobustire la fragile ripresa – i tassi di aumento del Pil sono stimati sull’1-1,4% l’anno per i prossimi anni (come ribadito dalle analisi Istat del 13 novembre) e suscettibili di una riduzione (se peggiora il quadro internazionale, specialmente nel Medio e nell’Estremo Oriente) -, ma soprattutto di incidere positivamente, aumentando il capitale fisso sociale, su quella produttività che in Italia ristagna da oltre dieci anni.

Le strade e la autostrade nel Bel Paese sono essenzialmente le stesse del 1980; nelle aree più sviluppate, la produttività è bloccata da gravi fenomeni di congestione. Le ferrovie possono sfoggiare a livello europeo unicamente l’alta velocità, ma il 30% circa della linea complessiva non è ancora elettrificato. Nonostante la posizione geografica strategica per il traffico merci e crocieristico, i porti italiani soffrono per la debolezza dei collegamenti di ultimo miglio di strade e ferrovie e il numero limitato di strutture con profondità adatte ad accogliere navi di grandi capacità.In vista dell’aumento dei traffici aerei, in circa cinque anni i principali aeroporti italiani potrebbero andare incontro a gravi fenomeni di congestione. Le geremiadi potrebbero continuare.

Pochi, non solo in Italia, riflettono che c’è un salvadanaio che, con strumenti opportuni, può essere mobilizzato: la dotazione dei fondi pensione. Secondo gli ultimi rapporti dell’Eiopa (l’agenzia europea, con base a Francoforte, per la regolazione di assicurazioni e fondi pensione) e della Covip (la Commissione italiana di vigilanza sui fondi pensione), le riforme dei sistemi previdenziali pubblici degli ultimi vent’anni hanno indotto a una forte crescita delle dotazioni dei fondi pensione (che in Olanda rappresentano il 161% del Pil, rispetto al 7% circa di Italia e Germania e al 5% di Francia). Nell’insieme dei Paesi Ocse ammontano a poco più di 25.000 miliardi di euro. Nell’Unione europea, che sino a tempi recenti ha basato i propri sistemi previdenziali principalmente sulla mano pubblica, a 5.000 miliardi di euro. Cifre ingenti che hanno reso bene: nell’Ue, attorno al 6%-7% l’anno, nonostante il 36% circa sia investimento in titoli pubblici. 

Non solo, però, questo è un modo costoso per collocare il debito pubblico e il suo rifinanziamento, ma i fondi cercano, giustamente, investimenti a lungo termine a rendimenti non elevati ma con un basso rischio. Come conseguire questo obiettivo? Non certo aumentando l’imposizione, come fatto con la legge di stabilità dell’anno scorso. Al contrario, potrebbero essere utili incentivi tributari a quei fondi pensione che destinano parte delle loro attività a investimenti di lungo periodo ben allestiti e tali da garantire i futuri pensionati di “dormire tra due guanciali”. 

Il testo di disegno di legge di stabilità in discussione a palazzo Madama non prevede nulla in materia. Ma tra Senato e Camera qualche emendamento potrebbe essere formulato.

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