FINANZA E TERRORISMO/ La carta di Draghi contro il “cigno nero”

Per UGO BERTONE Draghi ha la strada in discesa per ampliare il Qe, creando un meccanismo che sembrerebbe in grado di poter alimentare economie alle prese con il terrorismo

27.11.2015 - Ugo Bertone
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Mario Draghi (Infophoto)

Dal 22 ottobre, data dell’ultimo direttorio della Bce, a oggi, Mario Draghi e i suoi più stretti collaboratori (primo tra tutti il capo economista dell’istituto Peter Praet) hanno anticipato, con toni crescenti, che nella prossima riunione del 3 dicembre saranno prese nuove misure per rilanciare l’inflazione nell’area euro, con l’obiettivo di ridar slancio all’economia in evidente difficoltà. Il “crescendo” dei toni, come in una sinfonia, ha raggiunto il suo apice mercoledì scorso, quando “anonimi funzionari” della banca centrale hanno spiegato a Reuters che lo staff del governatore sta esaminando addirittura la possibilità di comprare pacchetti di prestiti deteriorati che giacciono nei magazzini degli istituti di credito. Una misura forte, per ora solo ipotizzata, comunque trasmessa al mercato con toni e mezzi inusuali. A conferma che la situazione, ancor prima di poter valutare gli effetti della paura trasmessa dal terrorismo sulla fiducia di cittadini e imprese, richiede provvedimenti straordinari. 

Per quali motivi? I più pessimisti s’interrogano sul reale stato di salute del sistema bancario. In queste settimane la Commissione Ue si è distinta per la severità nei confronti delle banche italiane, cui è stata finora negata la possibilità di far ricorso a una bad bank di sistema che pure sembra necessaria per rimuovere il fardello dei crediti a rischio (oltre 300 miliardi) accumulati negli anni di crisi. Tanta severità, secondo alcuni osservatori, non nasce dalle condizioni delle banche italiane, che sembrano più solide (o meno fragili) di qualche anno fa, bensì dai sinistri scricchiolii che risuonano in altri sistemi. 

In Spagna, ieri, è stata decretata l’insolvenza di Abengoa, colosso delle energie rinnovabili collassato sotto il peso di investimenti eccessivi. È una pessima notizia per il sistema bancario, coinvolto per diversi miliardi nel crac: una volta superata (grazie alla bad bank) l’emergenza dell’immobiliare, la finanza spagnola rischia di dover far fronte a una seconda ondata di insolvenze. Ancor più preoccupante la situazione tedesca: Deutsche Bank, travolta da scandali e da errori di gestione, è appena all’inizio di una dura ristrutturazione, imposta da multe miliardarie, perdite (6 miliardi di euro nell’ultimo esercizio) e violenti tagli di personale, oltre 26 mila esuberi. Ma le traversie dell’istituto simbolo della finanza d’oltre Reno è solo la punta dell’iceberg di un sistema in forte difficoltà. 

Negli ultimi anni le grandi banche hanno dovuto alzare bandiera bianca: prima la Post Bank finita sotto le insegne della stessa Deutsche Bank, poi Dredsner, salvata con un grosso sacrificio delle casse pubbliche, per non dimenticare Hvb, acquisita da Unicredit. Ma le cose vanno peggio nel resto del sistema, composto da banche piccole medie che garantiscono circa il 90% del credito all’economia. Una galassia che Wolfgang Schaeuble e Angela Merkel hanno cercato fino all’ultimo di proteggere dalla curiosità della Vigilanza bancaria unica e da cui arrivano segnali inquietanti. Un mese fa la Hsh Nordbank ha ottenuto dall’Europa il via libera al trasferimento dei propri crediti incagliati ai propri azionisti pubblici, la città di Amburgo e lo Stato dello Schleswig Holstein: l’operazione riguarda circa la metà dei bad loans, pari ad almeno 15 miliardi di euro. 

Non stupisce, a questo punto, che uno dei provvedimenti allo studio della Bce sia proprio la possibilità per la banca di acquistare i muni-Bond, ovvero le obbligazioni di alcune grandi città tra cui è citata esplicitamente il municipio di Amburgo. Le cose non vanno molto meglio per la Bayern Lb, azzoppata dalla crisi di Alpe Adria. E così via. Tra Sparkassen (431 con oltre 15 sportelli) e Landesbanken il sistema registra passività ben superiore al 100% del Pil tedesco. In questa cornice la scelta da parte della Bce di procedere a un super Qe appare come un tentativo di fornire al mondo del credito i mezzi finanziari per procedere al suo risanamento: gli Stati, insomma, si accollano il costo della pulizia delle banche, come già accaduto in Usa. E come forse è inevitabile. Purché si sappia che il sistema più esposto è quello tedesco, già nel mirino per i vizi emersi con lo scandalo Volkswagen.

Anche questo va tenuto in conto per valutare la spinta espansiva della politica monetaria europea, che va in direzione opposta alla prossima stretta, seppur graduale, della Federal Reserve che terrà occupati i mercati nell’ultimo scorcio del 2015. Sarà questo l’evento clou di dicembre, preceduto, il 30 novembre, da un altro evento storico: l’ingresso dello yuan cinese nel club delle monete che compongono i diritti speciali di prelievo. È il successo più importante in campo internazionale della linea perseguita da Xi Jinping che punta a sviluppare un’economia di servizi meno sbilanciata sull’attività industriale, una scelta che presuppone il rispetto delle regole dei mercati, vuoi per quel che riguarda Borse e bond che la valuta. 

In questi mesi la Cina ha impiegato mezzi enormi per normalizzare il mercato di Shanghai: il 6% del listino è oggi nelle mani del fondo creato ad agosto per stabilizzare le quotazioni. Nello stesso periodo Pechino ha venduto una fetta rilevante (seppur mancano conferme ufficiale) delle sue riserve in Bond Usa e Bund tedeschi per procurarsi la valuta necessaria per sostenere la quotazione dello yuan e difendersi dall’accusa di puntare a una svalutazione competitiva. Questa politica ha avuto per effetto di spingere al rialzo i rendimenti dei titoli Usa, in linea con gli obiettivi della Fed. Ma, ancor di più, le vendite di Bund hanno offerto a Draghi la materia prima per proseguire gli acquisti sul mercato senza che l’assenza di “carta” tedesca inceppasse il Qe. 

Al di là delle apparenze, il sistema funziona e sembra in grado di alimentare economie alle prese con il terrorismo, il “cigno nero” che ha fatto balzare all’insù l’avversione al rischio. 

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