SPY FINANZA/ Gli “incroci pericolosi” per i mercati

- Mauro Bottarelli

L’economia e la finanza globale, spiega MAURO BOTTARELLI, sono a un punto di incrocio di equilibri epocale, dove ogni singolo errore potrebbe alla fine risultare fatale

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Luci e ombre sulla crescita mondiale in questo inizio settimana. I dati sulla produzione industriale della Cina hanno infatti mandato al tappeto le Borse asiatiche e nel contempo la Banca centrale di Pechino si è mossa fissando il cambio (onshore) yuan-dollaro ai massimi negli ultimi 10 anni (luglio 2005) a 6,3154, in rialzo dello 0,5% rispetto al fixing di venerdì scorso. Giorno in cui veniva pubblicato il dato relativo all’indice Caixin China Manufacturing Purchasing Managers Index, salito a ottobre a 48,3 da 47,2 di settembre, ma domenica è stato pubblicato l’indice ufficiale (governativo) Pmi, a quota 49,8, sotto le attese degli economisti e invariato rispetto al mese precedente. Il lato positivo dei dati di Caixin è che si è registrato un miglioramento e che quindi la produzione industriale sta cercando di uscire dal pantano, mentre quello negativo è che si tratta dell’ottavo mese in cui l’indice non riesce a raggiungere neppure quota 50, la soglia che separa la contrazione dallo sviluppo economico. 

Sul fronte monetario lo yuan aveva cominciato a salire già venerdì scorso, forse mosso dalle autorità cinesi e anche dai trader in attesa del meeting del Fondo monetario internazionale di fine novembre, che stabilirà la composizione del basket di valute e quindi la possibilità dell’inserimento della divisa cinese tra gli Special Drawing Rights. Uno dei problemi che deve risolvere per poter accedere al portafoglio del Fmi è dimostrare al mondo che la sua valuta può essere scambiata ben più liberamente rispetto all’attuale cambio controllato: «Le misure di stimolo economico messe in atto nei mesi scorsi stanno evidenziando i loro effetti positivi – ha commentato He Fan, capo economista di Caixin Insight Group -. La domanda aggregata debole, sia interna che dall’estero, resta il primo ostacolo alla crescita economica. Inoltre bisogna stare molto attenti al continuo calo dei prezzo delle materie prime», ha aggiunto, tanto che il prezzo di produzione dei beni di consumo è sceso per il 43mo mese consecutivo. 

La differenza fra il monitoraggio di Caixin e quello governativo nell’indice Pmi è che il primo tiene conto anche delle attività delle piccole e medie imprese, mentre il secondo tende più a seguire i grandi gruppi statali. Insomma, qualcosa si muove, ma il rallentamento della seconda economia del mondo è palese e il carico di debito che grava sulle aziende cinesi potrebbe a breve rivelarsi un freno anche alle misure di stimolo messe in campo dal governo. 

Ma ieri è stato anche il giorno dell’indice manifatturiero in Europa e la sorpresa è stata che le aziende italiane del comparto hanno registrato un buon inizio del quarto trimestre, con produzione e nuovi ordini in crescita a tassi robusti e accelerati. L’indice Pmi del settore manifatturiero italiano a ottobre si è, infatti, attestato al valore più alto degli ultimi tre mesi: 54,1 punti, in aumento dai 52,7 di settembre, confermandosi al di sopra della soglia dei 50 punti che separa la crescita dalla contrazione. 

L’indagine di ottobre, hanno spiegato gli esperti di MarkitEconomics, «ha anche mostrato una netta contrazione della media dei costi affrontati dalle aziende manifatturiere, la maggiore da maggio 2013. Questa contrazione è stata la terza consecutiva ed è principalmente connessa ai minori costi delle materie prime, particolarmente quelli dei metalli». Infatti, così come successo a settembre, i produttori manifatturieri hanno in parte trasferito le diminuzioni dei costi sui clienti, scontando i prezzi alla vendita. Anche se modesta, la diminuzione delle tariffe è stata la più netta da febbraio. «Gli ultimi dati pmi hanno mostrato come durante l’inizio del quarto trimestre il settore manifatturiero italiano abbia ripreso vigore», ha commentato Phil Smith, economista di Markit, «con ottobre che ha osservato gli aumenti maggiori della produzione, dei nuovi ordini e dei livelli occupazionali. Secondo le imprese campione è incoraggiante assistere a una ripresa sia del mercato nazionale sia di quello internazionale, che fa presagire una lunga ripresa». 

Infatti, le aziende hanno anche continuato ad aumentare i livelli di produzione in linea con il trend rilevato dallo scorso gennaio ed è aumentata anche la crescita dei livelli dei nuovi ordini ricevuti dai manifatturieri, effetto riconducibile a un rafforzamento della domanda, sia interna sia estera. Inoltre, la ricaduta positiva della crescita degli ordinativi, aumentati per il 34mo mese consecutivo e al tasso più rapido da luglio, ha interessato i livelli occupazionali e gli acquisti che sono a loro volta aumentati in modo da poter sostenere la crescita del carico di lavoro. 

Ma ci sono sorprese. Nello stesso mese è invece sceso leggermente l’indice Pmi manifatturiero tedesco, con l’indicatore che è passato da quota 52,3 di settembre a quota 52,1, risultando comunque superiore alle stime degli economisti che si aspettavano un calo più ampio a quota 51,6. In Francia il settore manifatturiero è stato sostenuto da una crescita degli ordini, la prima da oltre un anno e mezzo: l’indice Pmi manifatturiero è risultato stabile a ottobre a 50,6 punti, in lieve flessione rispetto alla prima stima (50,7 punti), ma la componente dei nuovi ordini si è attestata a 50,2 punti, primo dato positivo da aprile 2014. 

Ha rallentato, invece, la crescita del settore manifatturiero spagnolo, aumentato lo scorso mese al ritmo più lento da dicembre 2013: inoltre, anche la creazione di nuovi posti di lavoro ha frenato la crescita ai minimi di un anno, con l’indice Pmi spagnolo che si è così attestato a 51,3 dai 51,7 punti di settembre. Questo dato si pone però in contrasto con le previsioni degli economisti, che si aspettavano un aumento della crescita con l’indice a 52 punti e anche il sottoindice relativo all’occupazione è sceso a 50,7 dal 52,7 di settembre, ai minimi da ottobre 2014. Cosa vi dicevo qualche settimana fa rispetto al falso miracolo spagnolo? Ora lo dicono anche i dati di Markit, chissà che non siano dei gufi e dei profeti di sventura anche loro come il sottoscritto. 

C’è però una criticità in questo dato, ovvero ciò che in realtà sta avvenendo in Europa con il Qe di Mario Draghi, la cui espansione è prevista per il mese di dicembre, probabilmente con un netto ampliamento della platea di collaterale eligibile per aumentare la potenza di fuoco. Bene, la criticità è quella rappresentata dal primo grafico a fondo pagina: ovvero, in Europa 2,6 triliardi di bond tradano a rendimento negativo, un nuovo record assoluto dopo i 2,4 triliardi di gennaio scorso, quando si sostanziò la scossa sul Bund. E questo cosa significa? Che la liquidità della Bce da un lato non sta portando a releverage di aziende e cittadini, bensì a propensione al risparmio e al deleverage, l’esatto contrario con un politica di tassi a zero o negativi dovrebbe stimolare e che, come ci mostrano il secondo e il terzo grafico, da un lato le aspettative inflazionistiche europee sono ai minimi storici rispetto all’obiettivo della Bce di circa il 2%, mentre dall’altro ci mostra come il trend sia simile anche negli Usa, con lo spread tra i due breakeven inflazionistici ridotto a soli 20 punti base. 

Insomma, le traiettorie stanno convergendo al ribasso e questo significa solo una cosa: rischio di deflazione conclamata un’altra volta, un effetto perverso perché il Qe nasce proprio per contrastare queste condizioni economico e monetaria. Quindi, bene il dato Pmi, ma Draghi stia molto attento a ciò che farà a dicembre, perché con la Cina in netto rallentamento, sbagliare una mossa e innescare uno shock deflazionario potrebbe essere mortale per il minimo di ripresa in atto nell’economia reale. Ma il rischio si amplifica dopo che proprio nel corso del weekend l’Institute of International Finance (Iif) ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Le politiche di allentamento delle Banche centrali hanno varcato il punto dopo il quale i return cominciano a diminuire e mantenere i tassi bassi ancora a lungo potrebbe solo far aumentare il rischio di azzardo morale e distorsione dei mercati finanziari» (alleluja, alleluja, aggiungo io), tanto che come ci mostra l’ultimo grafico il gap tra il valore delle detenzioni americane di titoli, bond e altri asset finanziari e il trend del tasso di crescita dell’economia è ancora molto ampio e non lontano dal livello che ha raggiunto nel 2007, prima della crisi finanziaria. 

Ecco cosa dice l’Iif: «La Fed dovrebbe cominciare a normalizzare la sua politica monetaria il prima possibile, rimuovendo gli eccessi visto che quel gap di solito viene cancellato attraverso una correzione del mercato azionario». Insomma, l’economia e la finanza globale sono a un punto di incrocio di equilibri epocale, ogni singolo errore potrebbe risultare fatale in un mondo così interconnesso e i rischi crescono con il passare del tempo. La Fed dovrebbe alzare i tassi a dicembre? A mio avviso sì, anche se lo stato dell’economia reale Usa direbbe il contrario: serve uno shock subito, una distruzione creativa di schumpeteriana memoria per cercare di eliminare il più possibile degli eccessi finanziari che drogano il sistema e le sue valutazioni. Farlo ora potrebbe essere molto doloroso, rimandare potrebbe essere mortale. 

 

 

 

 



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