FINANZA/ La “Chernobyl” pronta per i mercati globali

- Giovanni Passali

Le Borse continuano ad avere un andamento positivo. Tuttavia per GIOVANNI PASSALI ci sono segni di un disastro imminente per i mercati finanziari e l’economia

trader_mercati_bolgiaR400
Infophoto

La montagna ha partorito l’ennesimo topolino. La Commissione europea ha “proposto” la creazione di comitati nazionali “per la competitività” e un “Comitato consultivo europeo per le finanze pubbliche”; inoltre, auspica “una rappresentanza più unificata della zona euro nelle istituzioni finanziarie internazionali, in particolare al Fmi” e il completamento dell’Unione bancaria. In altre parole, si tenta di dare maggiore efficienza al sistema costruendo nuovi carrozzoni burocratici. Una follia generata dall’incapacità e dall’impotenza nel fronteggiare una crisi che lo stesso sistema ha procurato e favorito con ogni mezzo. Siamo all’esecuzione di quel “più Europa” che tanti disastri ha finora generato. E per capire l’efficienza di simili disposizioni, la stessa “illuminata” Commissione prevede insediamento del presidente dell’Eurogruppo come stabile rappresentante della zona Euro presso il Fmi entro il 2025. Allora è fin troppo facile prevedere che questo accadrà sicuramente entro il 2025. Ma avverrà molto in fretta, magari tra pochi mesi, motivando la decisione con l’urgenza di fronteggiare il collasso che già oggi possiamo definire imminente, scorgendone tutti i segni. Con la scusa dell’emergenza, metteranno in pratica il piano già studiato a tavolino. E vinceranno ogni resistenza con la scusa dell’emergenza.

Dicevo dei segni del disastro imminente. Il primo più eclatante è che ne parlano tutti, anche quelli che hanno contribuito a crearlo in prima persona, i fondi speculativi e i loro bravissimi esperti. Come Egon von Greyerz, fondatore e managing partner della società svizzera Matterhorn Asset Managment, noto soprattutto per aver previsto il Qe e le forti perdite sofferte dalla Swiss National Bank. Commentando in una intervista l’ammissione di Deutsche Bank di aver trasferito per errore la somma di sei miliardi di dollari a un ignaro cliente, ha affermato: “Com’è possibile che un dipendente junior di una banca talmente importante paghi la somma incredibile di 6 miliardi senza che vi sia nessun tipo di controllo? Questo è un mondo che è impazzito. I governi stampano trilioni, le banche emettono derivati che valgono quadrilioni ed effettuano transazioni del valore di centinaia di miliardi ogni settimana. Gli zero non significano più nulla e non hanno valore. Tutto ciò è diventato routine per le persone che gestiscono tali somme e nessuno ha idea riguardo al rischio o all’esposizione reale”.

Con una battuta, posso confermare che gli zeri non contano nulla. Sono i numeretti che sono davanti agli zeri che creano il problema: un piccolo dettaglio che potrà mandare all’aria il sistema finanziario globale, in maniera imprevista. E sarà il disastro non solo per un errore piccolo piccolo, per colpa di un numeretto piccolo piccolo (con appresso tanti tanti zeri), ma perché quello sarà solo il granello di sabbia che bloccherà la gigantesca macchina finanziaria globale che ha già al suo interno mille attriti e mille criticità. Come nel caso di Chernobyl, sarà l’inettitudine di qualcuno insieme all’errore grossolano di qualcun altro, compiuti in una situazione di grandissima pericolosità, a scatenare l’evento irreparabile e disastroso.

Il nostro reattore nucleare è la massa dei derivati, circa 4 quadrilioni di dollari (4 milioni di miliardi) che finora hanno fornito l’energia per una crescita fasulla e che da un momento all’altro possono abbattersi sul sistema finanziario globale, creando un “day after” apocalittico. 

Commenta von Greyerz: “Andate indietro con la memoria al 1995, quando Barings Bank collassò a Londra dopo una perdita di 827 milioni di sterline (l’equivalente attuale di 1,3 miliardi di dollari). La caduta di Baring fece crollare quasi tutte le banche di Londra. Venti anni più tardi, la stampa di moneta e la creazione del credito hanno dato vita a un sistema finanziario al di fuori di ogni controllo, che ha fatto ricorso in modo pesante a un leverage eccessivo e che è disperatamente sottocapitalizzato”. E ancora: “Prendete come esempio Deutsche Bank. L’esposizione verso i derivati, ufficialmente, è di 75 trilioni di dollari. Ma la vera cifra è probabilmente superiore ai 100 trilioni. Noi facciamo finta che sia di 75 trilioni. Ora, il capitale di DB è di 83 miliardi. Ciò significa che basta una perdita dello 0,1% sull’esposizione lorda verso i derivati a far crollare la banca […]. DB è anche troppo grande per la Germania. I suoi derivati sono 24 volte il Pil tedesco e hanno lo stesso valore del Pil globale”.

Tutto questo accade mentre l’economia reale sta collassando. La Cina, il maggiore trafficante di beni e servizi al mondo, ha esportazioni e importazioni in forte contrazione. E il dato più allarmante è proprio il secondo: le importazioni cinesi a settembre sono scese del 20,4% rispetto a un anno prima. Una catastrofe, che per ora non si è riflessa sui mercati finanziari drogati dal denaro facile. Secondo un recente report del colosso bancario Hsbc, il traffico di beni e servizi nel mondo è in calo del -8,4% e il Pil espresso in dollari americani è in contrazione del -3,4%.

Ma come mai gli indici di borsa continuano a salire vorticosamente? Perché le grandi aziende prendono denaro a prestito e acquistano le proprie azioni, una tecnica definita “buy-back”, una pratica che negli Usa ha raggiunto livelli patologici. Basta vedere il primo grafico a fondo pagina. Come si vede dalla linea verde, il numero di aziende che riacquista azioni proprie è al massimo da quattro anni; e la quantità di riacquisto (barre azzurre) è ai massimi, vicino al top del 2007, prima dello scoppio della crisi. Nello stesso periodo, l’indice americano SP500 è solo salito, segno di una salita procurata solo da questi riacquisti. E mentre questo accade, i profitti aziendali calano, come si vede dal secondo grafico.

Siccome i profitti calano, le aziende prendono denaro in prestito a costo quasi nullo per gonfiare i propri valori di borsa e procurare lucrosi dividendi agli azionisti (e ricchi bonus per i manager). Ma questo non ha nulla a che fare con l’economia reale: il Baltic Dry Index (indicatore del traffico mondiale) è in continua discesa, ha sfondato al ribasso quota 800, mentre ad agosto aveva segnato un massimo relativo a 1200, in calo di oltre il 35% in soli tre mesi. Ora sembra dirigersi verso quota 500, minimo storico assoluto (da quando è scoppiata la crisi) visto a gennaio di quest’anno. E vengono a parlare di ripresa? Cosa succederà quando prima o poi i valori si riallineranno verso il basso? Fallimenti a catena? Tranquilli, ci penserà la Bce.

Commenta von Greyerz: “Le bolle in tutti i mercati degli asset, che governi e banche centrali hanno creato negli ultimi 25 anni, devono implodere prima che si possa tornare a una crescita reale del mondo. Ma le banche centrali non molleranno. Stamperanno più moneta al di là di quanto ritenuto possibile. Tuttavia, risolvere un problema con lo stesso metodo che lo ha creato scatenerà ovviamente una bolla più grande e un collasso più importante, dando vita a una iper-inflazione temporanea, prima che si presenti una deflazione depressionaria. Tristemente, considero la probabilità di questo scenario molto elevata”. Se lo dicono loro…

 

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori