MANOVRA 2015/ I benefici “nascosti” dalle proteste delle Regioni

- Gian Luca Barbero

La Legge di stabilità, all’esame ora del Parlamento, viene criticata da Regioni ed enti locali, ma contiene anche importanti misure espansive, evidenziate da GIAN LUCA BARBERO

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Una Legge di stabilità dice degli impegni del Paese nei prossimi anni ed è, comprensibilmente, sempre un tema controverso. Allo stato attuale, possiamo sintetizzare in due poli il dibattito politico sul disegno legge, recentemente approvato dal Consiglio dei ministri. Da una parte, si delinea una posizione di netta bocciatura, che possiamo vedere ben rappresentata dalle Regioni: su di esse peserebbe la maggior parte dei tagli alla spesa pubblica, circa due terzi della spending review, sommando i 2 miliardi di tagli alla sanità ai 2,2 miliardi per spese extra-sanitarie, come ha osservato Sergio Chiamparino davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ossia circa la metà dei tagli complessivi alla spesa previsti dalla manovra. Anche gli enti locali sono sul sentiero di guerra per l’abolizione (per l’ennesima volta!) di una tassa federalista e dell’incertezza dei trasferimenti dall’amministrazione centrale alle amministrazioni periferiche.

Dall’altra parte, c’è invece chi è favorevole e positivo, come Confindustria: con un giudizio più che lusinghiero – forse il primo dopo tanti anni -, il Presidente Squinzi ha parlato della prima manovra espansiva dal 2007, stimando un effetto positivo sulla crescita dello 0,3% nel 2016. Pur essendoci del vero in entrambe le posizioni, vorrei proseguire con l’analisi di alcuni aspetti che considererei espansivi – per usare le parole di Confindustria – sulla falsariga di quanto già fatto la scorsa settimana.

La novità in tema di ammortamenti, ad esempio, avrà certamente effetti positivi su competitività e produttività, favorendo l’investimento in beni strumentali delle imprese e dei professionisti, che potranno maggiorare del 40% il costo fiscalmente riconosciuto, portando così al 140% il valore della deduzione ai fini Ires e Irpef. Per avere un’idea, secondo stime fornite da Il Sole 24 Ore, ipotizzando l’acquisto di nuove infrastrutture informatiche con una spesa di 150.000 euro e con un coefficiente di ammortamento del 20%, una società potrebbe ottenere uno sconto fiscale pari a 1.650 euro già nel 2016 (16.500 euro a fine periodo di ammortamento).

A beneficio di chi vuole avviare un’attività viene ampliato il cosiddetto “regime dei minimi”, che prevede una tassazione agevolata. Per la prima volta, tale regime viene esteso anche a chi possiede redditi di lavoro dipendente e assimilati (non superiori a 30.000 euro) e viene ridotta al 5% (in luogo dell’attuale 10%) l’aliquota sul reddito prodotto dalle start up applicabile per 5 anni. Tale misura va completata con il “bonus ricerca”, introdotto dalla Legge di stabilità 2015, che prevede un credito di imposta per le imprese che investono in ricerca e sviluppo. A mio avviso, vale la pena insistere su simili misure, fondamentali per attrarre investimenti, soprattutto nel campo delle nuove tecnologie che si spartiranno largamente il nostro futuro.

Viene confermato in misura ridotta – comprensibilmente perché si tratta di una disposizione di carattere straordinario – il bonus sulle assunzioni attraverso una riduzione dei contributi del 40% per 24 mesi sulle nuove assunzioni. Viene detassato il salario di produttività, negoziato dalla contrattazione aziendale o di secondo livello e collegato al raggiungimento di determinati obiettivi, fissando soglie reddituali per una volta di tutto rispetto (50.000 euro), affinché possano usufruirne la maggior parte dei lavoratori dipendenti.

Queste misure sono certamente migliorabili, come tutto il resto, ma vanno nella direzione di favorire gli investimenti ed è su questa linea che bisognerebbe insistere, come ha individuato bene il Presidente di Confindustria invocando maggior sostegno degli investimenti privati al Sud e in ricerca e innovazione. A ciò occorrerebbe affiancare maggiori investimenti in lavori pubblici, calati di un terzo (quasi 20 miliardi in meno all’anno) negli ultimi 10 anni: secondo la classifica Ocse, l’Italia è al terz’ultimo posto (prima di Grecia e Portogallo) per investimenti in rapporto alla spesa pubblica (circa 21%).

Mi sembra la strada giusta, quella di favorire gli investimenti e la crescita, anche per venire incontro alle istanze di regioni ed enti locali.

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