SPY FINANZA/ I numeri che spingono la Francia verso il default

- Mauro Bottarelli

A determinare il successo del Front National in Francia, dice MAURO BOTTARELLI, non è il pericolo terrorismo, ma la situazione economica. Che può ancora peggiorare

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Marine Le Pen, Presidente Front National (Infophoto)

Dopo la vittoria del Front National al primo turno delle elezioni regionali ho sentito di tutto, sia dagli entusiasti che dai critici. Questi ultimi hanno scomodato qualsiasi riferimento al passato possibile, quasi evocando Vichy e lasciandosi andare ad allarmismi degni di miglior causa. I primi, invece, hanno ammantato il trionfo – temporaneo, visto che domenica c’è il secondo turno – di Marine e Marion Le Pen quasi di una dimensione salvifica per l’intera Europa, scomodando come al solito i popoli e la sovranità. A mio modesto avviso sono due le cose che contano. Primo, il Front National non è un partito fascista, è il classico partito di destra statalista con accenti xenofobi che utilizza tematiche sacrosante – l’immigrazione incontrollata, la sicurezza, la difesa dei valori – come clava da agitare senza ben sapere come risolvere quelle criticità, se non con ricette populiste e inapplicabili nei fatti. Secondo e a mio avviso molto più importante, il voto di domenica scorsa è stato il primo realmente post-ideologico nella Francia repubblicana, perché ha visto sgretolarsi definitivamente il concetto stesso di area di riferimento e classe di rappresentanza. 

Il perché è presto detto e non sta certo in quanto accaduto il 13 novembre scorso a Parigi: non c’entra l’Isis, c’entra un Paese che è intrappolato in una depressione economica ormai decennale. Il tasso di disoccupazione ha continuato a salire dopo la crisi Lehman, garantendo a Francois Hollande il poco piacevole primato di aver assistito da presidente a 83 mesi consecutivi di aumento dei senza lavoro: nel mese di ottobre il numero è cresciuto di altre 42mila unità, arrivando al 10,6%, il massimo da diciotto anni. Il continuo rimandare le riforme necessarie, in primis quella del mercato del lavoro che si basa su un tomo di oltre 3000 pagine e che fa ancora riferimento a un’economia da anni Settanta, ha fatto detonare il pachiderma statalista francese e il debito pubblico transalpino, infatti, è esploso. Alla fine del secondo semestre dell’anno scorso ha infatti superato per la prima volta i 2000 miliardi di euro, giungendo a 2037 miliardi. 

Si tratta di una cifra impressionante – pari al 95% del Pil – che si è incrementata negli ultimi anni, dato che al termine del 2011 era “solo” di 1690 miliardi, stando a calcoli dell’Isee. E oggi? Siamo a 2162 miliardi, il 97,3% del Pil. Quindi, una bella tagliola da Fiscal compact anche per la Francia, visto che in base ai parametri comunitari il debito pubblico non dovrebbe superare il 60% del Pil e le eccedenze vanno tagliate a botte del 20% l’anno. Il tutto in un Paese che vede la spesa pubblica al 57,2% del Pil (un livello scandinavo ma senza un mercato del lavoro e la flessibilità dei Paesi nordici), come ci mostra la tabella a fondo pagina, e che per sette anni di fila ha sforato il parametro del 3% tra deficit e Pil. 

La strage del 13 novembre ha però cambiato tutto, non tanto in favore dei partiti più duri verso l’immigrazione e il terrorismo, ma perché ha portato a un rilassamento emergenziale delle regole di bilancio comunitarie, in primis con l’esclusione delle spese per sicurezza, difesa e intelligence dal computo generale. Hollande sperava nell’effetto Bataclan, ma ha dovuto fare i conti con altro, ovvero con il fatto che il 55% di chi ha votato Front National fa parte della categoria degli operai, come ci mostra il grafico a fondo pagina, ovvero il bacino elettorale storico della sinistra francese. Per questo parlo di voto post-ideologico, perché il Partito socialista ha preso solo il 15% dei voti di quella categoria, un fatto che non rende più possibile a Hollande e sodali di presentarsi come voce della classe lavoratrice e dei ceti meno abbienti. 

La maledizione della “gauche caviar” si è concretizzata e paradossalmente senza bisogna che fosse la Force Ouvriere di turno a drenare voci, ci ha pensato l’estrema destra: una nemesi. Interpellata dal Daily Telegraph, la professoressa Brigitte Granvile della Queen Mary University di Londra ha dichiarato chiaro e tondo che «nulla è stato fatto per combattere la disoccupazione, questo nonostante le promesse. Nessuno ha prestato ascolto al malcontento che arrivava dalle classi lavoratrici». E invece ci ha pensato Marine Le Pen a colmare quel gap di rappresentanza e ascolto e lo ha fatto utilizzando parole d’ordine che la sinistra non utilizza più, facendole sposare con concetti più di destra come la sovranità nazionale, l’orgoglio patrio e la sicurezza. La Le Pen parla infatti contro l’Europa dei burocrati e dei banchieri, contro i modelli neo-liberisti, contro la dittatura dei mercati, contro l’euro e contro quella globalizzazione che, nelle sue parole, «dà vita a politiche da legge della giungla per quanto riguarda il mercato del lavoro, permettendo alle multinazionali di pagare salari da fame per produrre in Cina o Taiwan a dispetto del lavoro francese». 

È questa la nuova destra europea, identitaria ma anche anti-sistema e anti-capitalista nel senso più antagonista possibile, legata ai valori tradizionali e paladina dell’ordine, ma anche in grado di mettere in discussione lo status quo, finanziario in prima battuta. Come leggere, altrimenti, il programma della Le Pen per una nuova strategia industriale statale che cancelli le legislazioni Ue sulla competitività e contro gli aiuti di Stato, abbassare l’eta pensionabile a 60 anni e riallineare la tassazione in modo che sia il grande capitale a pagare di più, favorendo i lavoratori. 

Fino agli anni Novanta avremmo parlato di politiche comuniste, oggi le porta avanti chi ha la fiamma tricolore nel simbolo e si richiama alla Marianna e alla Vandea. Non a caso uno dei giudizi più negativi e più netti verso l’agenda politica del Front National è giunto da Pierre Gattaz, segretario della Medef, la Confindustria transalpina, a detta del quale si tratta di ricette radicali rubate alla sinistra che distruggerebbero la Francia, se applicate. 

C’è poi il tasto sovranista in materia monetaria, ovvero la promessa che, non appena giunta all’Eliseo, il suo primo atto da presidentessa sarebbe ordinare al Tesoro di preparare un piano per il ritorno al franco: «L’euro cesserà di esistere nel momento stesso in cui la Francia se ne andrà. E cosa faranno gli altri, ci manderanno contro i carri armati?». No cara Marine, basta lo spread per certe cose, chiedere a Silvio Berlusconi per referenze sul caso. Per il professor Jacques Sapir dell’École des Hautes Etudes di Parigi, è innegabile che il Front National abbia fatto incetta di voti in aree che hanno patito particolarmente la de-industrializzazione e gli shock della globalizzazione, come ci mostra il grafico a fondo pagina, e lo confermano i dati elettorali, visto che il partito della Le Pen è andato bene anche in aree come la Lorena o la Normandia dove il tema immigrazione non è il primo nella lista delle criticità per i cittadini. Il professor Sapin chiama queste aree «le regioni della miseria rurale», visto che subiscono i colpi di una crisi silenziosa, la quale vede chiudere fabbriche medio-piccole che mettono sulla strada 50-70 lavoratori alla volta e le cui vicende non balzano agli onori della cronache giornalistiche o sindacali nazionali. Il tutto, in un Paese dove sono in vigore 383 tasse differenti. 

 

A queste dinamiche tutte interne – e dubito imputabili a immigrati o Islam – vanno unite poi quelle legate all’appartenenza all’Ue, le quali hanno giocato un ruolo non di secondo piano nella crescita dei consensi verso il Front National, visto che le politiche di contrazione fiscale e monetaria che si sono sviluppate tra il 2010 e il 2014 hanno strozzato nella culla la ripresa post-shock Lehman e trasformato una recessione in depressione, con conseguenze di medio termine che si sono palesate ora. Il grafico a fondo pagina ci offre inoltre un’altra chiave di lettura del successo della Le Pen, direttamente riconducibile alla sua lotta senza quartiere contro l’euro. Dall’introduzione della moneta unica, infatti, Francia e Germania hanno cominciato a muoversi in direzioni nettamente opposte, visto che all’introduzione delle 35 ore voluta dal governo socialista in Francia si è contrapposto il pacchetto Hartz di riforme del mondo del lavoro voluto dal sempre socialista Schroeder, attraverso il quale la Germania ha operato una contrazione salariale enorme che ha messo il turbo alla competitività e all’export e ha operato una svalutazione interna dentro l’unione monetaria. 

Ecco spiegato il surplus tedesco e la situazione da semi-recessione francese: in Francia si è perso il 20% in competitività del costo del lavoro e se all’inizio dell’ultima decade il Paese poteva vantare in surplus del 2,5% del Pil, oggi sta bruciando ricchezza attraverso un deficit dell’1,5%. Stando a calcoli della Banque de France, nonostante le condizioni monetarie garantite dal Qe e il prezzo basso della bolletta energetica, la Francia crescerà solo dell’1,2% quest’anno e dell’1,4% il prossimo: il problema è con un ratio debito/Pil al 97,3% non si può operare un tentativo di svalutazione competitiva interna, quindi la camicia di forza dell’euro appare ancora più stretta e opprimente. Inoltre, esistono alcune patologie demografiche che stanno peggiorando con il passare del tempo, visto che l’Osce ha sottolineato come un solo quarto dei francesi tra i 60 e i 64 lavori ancora, contro la media Osce del 40%, il tutto grazie alle politiche di incentivo al pensionamento anticipato. Un dato che vede i francesi con un’aspettativa di vita media di 25 anni dopo essere andati in pensione, peccato che la spesa per il comparto previdenziale sia già salita al 14% del Pil come conseguenza. 

Ecco la Francia di oggi, ecco la Francia che Marine Le Pen ha incantato con il suo mix di marxismo d’attacco e identitarismo nazionalista. Il problema vero e strutturale della Francia non sono l’Islam o gli immigrati, ma l’economia e le ricette che vengono applicate, sono le riforme sempre annunciate e mai fatte, sono privilegi e rendite di posizione che il Paese non si può più permettere, ma che invece mantiene grazie al peso ricattatorio del corporativismo, basti ricordare il recente caso delle aggressioni ai manager di Air France. 

Questo è il problema, non il Bataclan che nelle recenti elezioni ha contato poco o nulla, visto che il Paese aveva già visto l’orrore di Charlie Hebdo a gennaio e sapeva di non essere immune. Ma se le ricette usate finora sono state sbagliate, state altrettanto certi che applicando quelle annunciate da Marine Le Pen, in un regime economico e finanziario come quello attuale, lo sbocco naturale è il default. 

 



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