SPY FINANZA/ Usa-Cina, la battaglia che fa “sospirare” i mercati

- Mauro Bottarelli

La Fed sta per prendere una decisione storica sui tassi di interesse. Ma deve tener conto, spiega MAURO BOTTARELLI, di come si sta comportando la Cina sul mercato valutario

cina_banca_centrale_r439
Infophoto

Ancora due giorni e finalmente, come si dice negli Stati Uniti, bets are off: scopriremo se la Fed alzerà finalmente i tassi di un quarto di punto dopo 84 mesi di fila a livello zero. Una decisione importantissima e che infatti rappresenta l’unico catalizzatore dei mercati, visto che l’aumento del costo del denaro negli Usa non va a incidere soltanto sul mercato finanziario interno ma sull’intero pianeta, in primis i mercati emergenti che hanno massicci stock di debito corporate denominato in biglietti verdi. Ci sono però delle variabili da considerare, prima delle quali è la netta correlazione che si è rivelata tra dollaro forte e performance del mercato azionario: ovvero, non appena il dollaro si deprezza, Wall Street si schianta come accaduto mercoledì scorso. A rigor di logica, quindi, un aumento dei tassi da parte della Federal Reserve sarebbe un segnale rialzista per i corsi, visto che porterebbe un immediato rafforzamento della valuta statunitense, abbatterebbe il valore di altre valute come lo yen e proprio i carry-trade tra moneta nipponica e americana spedirebbe le equities verso nuovi massimi. Se poi a gennaio quelle valutazioni tenderanno a sgonfiarsi, poco male, si alza di altri 25 punti base e così via finché non si ristabilisce la correlazione tra dollaro e yen che ci mostra il primo grafico a fondo pagina.

Insomma, se la Fed dopodomani alzerà i tassi lo farà unicamente per difendere il dollaro e, quindi Wall Street e non perché le condizioni economiche macro lo consentono, anzi impongono? Io credo di sì, senza bisogno di rimettervi in fila per l’ennesima volta tutte le voci dell’economia Usa che già oggi sono in fase recessiva o pre-recessiva, manifattura e vendite al dettaglio in testa. Questo, però, porta potenzialmente con sé dell’altro, ovvero il fatto che il 2016 potrebbe essere l’anno in cui la Fed lotterà per riprendere il controllo del Frankenstein che ha creato in anni di denaro a costo zero, inducendo il mercato a rimbalzi a ogni riunione del Fomc a fronte di cali generalizzati e questo solo perché si continuerà a contrarre la disponibilità di denaro.

La Fed potrebbe essere costretta a farlo e attenzione, perché questo comporterà la nascita di un nuovo equilibrio e di un nuovo “gioco” a livello globale: ogni nazione esporterà più deflazione possibile nel resto del mondo. E non è tutto, perché potremmo finire nel più chiaro caso di equivoco interpretativo, perché in questa condizione non sarebbe la Fed a dare le carte, ma la Cina, quindi potenzialmente dobbiamo aver più paura del fatto che Pechino smetta di combattere la sua battaglia contro la svalutazione, perché in quel caso partirebbe un’ondata deflazionistica a livello globale spaventosa. E ci siamo già, di fatto. Il secondo grafico ci mostra come l’indice dei prezzi dell’import statunitense sia calato solo dello 0,40% contro le aspettative di -0,80% e il -0,50% del mese di ottobre. La ragione è ovvia e intuitiva, il petrolio, visto che nel mese di novembre ha conosciuto un calo del 2,5% dopo un +0,1% di ottobre. Su base annua, il ritmo dei cali ha visto un miglioramento minimo, avendo registrato “solo” -9,4% contro il -10,50% del mese di ottobre, pur restando in calo sempre su base annua dal luglio 2016, ovvero sedici mesi di fila.

Insomma, il dato generale lascia qualche speranza rispetto a un miglioramento dei prezzi dell’import nei prossimi mesi, ma qualcos’altro è emerso dal dato reso noto sul finire dalla scorsa settimana dal Bureau of Labor Statistics (Bls): ovvero che l’importazione di deflazione degli Usa è appena iniziata e il responsabile è uno solo, la Cina. Basta leggere quanto scritto nel report: «I prezzi dell’import dalla Cina sono scesi dello 0,3% in novembre, pareggiando il risultato minimo dello scorso maggio: insieme queste due letture rappresentano il calo peggiore dal maggio 2013, quando si toccò il -0,6%. Su base annua, il calo dei prezzi dell’import dalla Cina è dell’1,5%, il peggior calo dal gennaio 2010, quando si arrivò a -1,7%». E cosa vuol dire questo? Che la Cina sta esportando deflazione negli Usa al ritmo maggiore dalla crisi finanziaria! E il primo grafico a fondo pagina ci dice che se l’intenzione di Pechino è quella di unirsi a Giappone e Ue nel club di esportatori di deflazione verso gli Usa, beh è riuscita a meraviglia nel suo intento.

Direte voi: ma in parole povere, cosa sta succedendo? Ve lo spiego subito. Con tutti i suoi mercati interni saturati, la Cina non ha altra scelta che esportare la sua sempre crescente produzione di materie prime nel mondo, di fatto inviando shock deflazionistici. Stando a dati della General Administration of Customs, le spedizioni di acciaio, petrolio e alluminio stanno raggiungendo i livelli record, questo perché nelle fabbriche cinesi si produce al massimo nonostante il rallentamento dell’economia intera, quindi l’eccesso viene inviato a inondare il mondo. Il tutto in un contesto di saturazione globale a livello di materie prime, visto che i returns sono ai minimi dal 1999, minacciando la sostenibilità delle produzioni dall’India alla Pennsylvania e aggravando le dispute commerciali tra Stati. Insomma, sovra-capacità cinese è un problema globale.

E la fornitura cinese a basso costo non colpisce solo gli Usa, visto che in Europa il produttore leader ArcelorMittal ha ridotto le stime di profitto e sospeso il pagamento di un dividendo. E il secondo grafico ci mostra come la crescita senza fine dell’export cinese di commodities sia appena iniziata e sarà il mondo intero a pagare il prezzo in termini di deflazione. Senza dimenticare, inoltre, che gli investimenti di capitale fissi in Cina hanno raggiunto i 5 triliardi di dollari quest’anno, pari a Nord America ed Europa insieme: insomma, l’excess capacity cinese è cosmica. E questo quadro non può che portare a un aumento delle pressioni sull’economia, visto che le fughe di capitale hanno raggiunto il record di 113 miliardi di dollari in novembre e, stando a calcoli di Capital Economics, nello stesso mese la Banca centrale cinese ha bruciato 57 miliardi di dollari di riserve estere per difendere il peg dello yuan.

Ma il quadro sul medio termine è anche peggiore, perché solo nel terzo trimestre di quest’anno gli outflows di capitale hanno toccato i 300 miliardi di dollari, un tasso pari al 10% del Pil e per tamponare il quale la Banca centrale ha dovuto liquidare assets esteri per 200 miliardi di dollari. E difendere la valuta è costoso, visto che il terzo grafico ci mostra come l’utilizzo di riserve vada a cozzare con le politiche di contrazione, neutralizzando lo stimolo che la Banca centrale voleva offrire al credito attraverso il taglio della ratio sui requisiti di capitale (Rrr). Quindi, paradossalmente, o la Fed decide di operare una rotazione di 180 gradi e si lancia in una svalutazione del dollaro (quindi tassi fermi e addirittura stimolo), cosa che abbiamo visto potrebbe far deragliare i corsi azionari o l’America deve prepararsi a vedere il livello dell’inflazione crollare, visto che nei prossimi mesi – e, forse, anni – importerà deflazione con il badile dalla Cina, tanto più se Pechino continuerà a svalutare.

 

 

 

E Pechino quasi certamente dovrà farlo, perché la principale vittima del dollaro debole è la Cina, non l’America, tanto che molti economisti parlano dell’ipotesi di un allentamento del peg yuan-dollaro per permettere il deprezzamento. E già mercoledì scorso la Banca centrale cinese ha compiuto un piccolo passo in tal senso, tagliando il tasso valutario di riferimento a 6,4140 per dollaro, il livello più debole dal 2011. La dinamica è chiara: legare lo yuan al dollaro per aumentare la stabilità finanziaria porta alla conseguenza che se il biglietto verde sale, così fa anche la divisa cinese, come ci mostra il grafico a fondo pagina, peccato che Pechino patisca di più perché la sua dipendenza dal commercio è doppia di quella Usa. Ma il problema è anche politico, perché lasciar svalutare lo yuan proprio mentre negli Usa si sta entrando nel vivo della campagna elettorale per le presidenziali dell’anno prossimo, potrebbe portare a sgradevoli attriti. Tanto più che il vulcanico e poco ortodosso candidato repubblicano, Donald Trump, ha già etichettato la Cina come «il manipolatore valutario numero uno al mondo».

Certo, il dollaro forte colpisce le aziende americane perché le rende meno competitive sui mercati mondiali, tanto che l’export è calato del 4,3% nei primi dieci mesi di quest’anno, ma le criticità cinesi legate a un rafforzamento valutarie sono maggiori, visto che come già detto il commercio pesa per il 42% del Pil cinese contro il 23% di quello statunitense. Un improvviso apprezzamento del dollaro del 10% si sostanzierebbe in un rallentamento della crescita dell’economia cinese di almeno l’1%, un impatto quasi doppio a quello patito dagli Usa, stando a simulazioni di Goldman Sachs. E lo yuan si è apprezzato del 15% rispetto a un paniere di altre valute da metà del 2014 a oggi, un lasso di tempo durante il quale Pechino stava già perdendo di competitività rispetto a nazioni come Vietnam e Tailandia a causa del maggior costo del lavoro. Nel corso degli ultimi 10 anni, lo yuan si è apprezzato del 26% contro il dollaro, secondo solo al franco svizzero e al suo lunare +31%, stando a dati di Bloomberg. Ed esattamente come per gli Usa, una moneta forte rende più dura la battaglia della Cina contro la deflazione, perché pone maggiore pressione al ribasso sul prezzi dell’import: in ottobre i prezzi alla produzione cinesi sono scesi del 5,9% su base annua, il 44mo calo mensile consecutivo.

Insomma, cosa farà la Fed? Manca poco, due giorni e sapremo chi e di quale morte dovrà morire. Perché state certi, questo snodo storico farà delle vittime, forse anche eccellenti. Perché al netto di tutto, un rialzo di 25 punti base del costo del denaro negli Usa equivale a un ritiro di liquidità dai mercati pari a 800 miliardi di dollari. E i tonfi delle Borsa di questa settimana, con il Dow Jones giù di 600 punti e il mercato dei bond ad alto rendimento che si sta schiantando letteralmente al suolo, ci dicono che si comincia a prezzare lo shock. Ma è solo l’inizio.

 



© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori