FINANZA/ Il finto “tesoretto” per l’Italia

- Giuseppe Pennisi

La liquidità garantita dal Qe della Bce può far sì che si prenda a prestito per investimenti poco produttivi. Anche per questo la ripresa latita, spiega GIUSEPPE PENNISI

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Nel fine settimana numerosi commentatori si sono cimentati nel sottolineare come l’aumento dei tassi d’interesse deciso dall’autorità monetaria americana segni “la fine della crisi” iniziata nel 2007-2008. Pochi si sono avventurati nel proporre un segnale analogo da parte delle autorità europee: nell’eurozona ci sono indicazioni solo timide e fragili di ripresa economica e nessun columnist ha proposto la fine anticipata del Quantitative easing, un aumento dei tassi e una svolta rispetto alle politiche monetarie espansive. Nonostante sinora le “misure straordinarie” adottate dalla Banca centrale europea non sembrano aver sortito effetti apprezzabili.

Proprio nei giorni in cui le autorità monetarie americane decidevano “la svolta” in materia di tassi d’interesse, sono stati presentati due lavori particolarmente interessanti che gettano nuova luce sul nesso tra tassi, produttività e sviluppo. Il secondo è stato discusso in un seminario del Dipartimento del Tesoro del ministero dell’Economia e della Finanze il 17 dicembre (ossia proprio mentre a Washington a Consititution Ave si decideva sui tassi): lo ha presentato John Fernald della Federal Reserve Bank di San Francisco a nome anche dei co-autori, Gilbert Cette e Benoit Monjon della Banque de France. Il loro studio – Pre-Global Financial Crisis Slowdown in Productivity – è stato completato a fine novembre ed è ancora inedito (si può richiedere a fernaldig@gmail.com). Il primo è l’annuale Luigi De Rosa Lecture, tenuta all’Abi da John A. Davis dell’Università del Connecticut il 9 dicembre, e relativa essenzialmente alla questione meridionale. Il testo verrà verosimilmente pubblicato su The Journal of Economic History che ha curato l’evento.

Quindi, due lavori differenti, uno di macroeconomisti quantitativi e l’altro di uno storico economico. Mentre il primo esamina il Nord America e l’Europa, il secondo è mirato al caso specifico del sottosviluppo del Mezzogiorno. Occorre sottolineare che mentre il saggio di John Fernald, Gilbert Cette e Benoit Monjon è una lettura per specialisti, i saggi proposti da John A. Davis a corredo della sua lezione sono di facile fruibilità.

Andiamo al punto centrale. L’analisi quantitativa di John Fernald, Gilbert Cette, e Benoit Monjon mostra che il rallentamento della produttività dell’area atlantica è iniziato molto prima della crisi del 2007-2008. Risale alla metà degli anni Novanta. In gran misura pare essere conseguenza dell’impoverimento della qualità del fattore lavoro, nonché dell’esaurimento dell’innovazione tecnologica che aveva in parte compensato l’erosione di qualità del fattore lavoro nel 1990-2000 (o giù di lì). In Europa, mentre la produttività si è gradualmente deteriorata in Francia e Germania (ma ci sono segni di recupero), in Italia e Spagna c’è stato un vero collasso: ora è mediamente la metà di quella degli Usa. Da imputarsi, in gran misura, a un great unlearning, grande riduzione dell’apprendimento.

Allora – verrebbe voglia di dire – guardiamo alla buona scuola. Lo studio risponde che l’istruzione e la formazione sono certamente un elemento, ma occorre anche guardare alle politiche economiche attuate dal 2007 negli Usa e dal 2010 in Europa per uscire dalla crisi. In particolare, alle politiche monetarie. Politiche eccessivamente espansioniste e tassi di interesse rasoterra hanno implicazioni molto serie sia a livello micro dei singoli, individui, famiglie e imprese, sia a livello macro-economico.

Dai tempi di Keynes è nota “la trappola della liquidità” (la tendenza a tesorizzare, non a investire o aumentare i consumi quando la liquidità abbonda tanto che si teme una deflazione). È meno nota “la trappola dei bassi tassi d’interesse”. Essa fa sì non solo che aumenti la sensazione che si sta avvicinando una deflazione, ma che si prenda a prestito per investimenti poco produttivi o che si concedano prestiti a imprese poco efficienti.

È sotto gli occhi di tutti cosa è avvenuto al sistema bancario italiano: il Centro Studi ImpresaLavoro stima in 150 miliardi di euro i risparmi bruciati con la crisi delle banche, di cui la cronaca, il Parlamento e la magistratura si stanno focalizzando solo su un piccolo aspetto. Non si tratta solo di risorse che si bruciano. Utilizzando la liquidità messa a disposizione anche dal Qe e dai tassi d’interesse rasoterra, quando la liquidità medesima non resta nella pancia delle banche, gli istituti di credito finanziano imprese e progetti poco produttivi, spiazzando quelli produttivi. Con effetti sull’allocazione delle risorse e, quindi, sull’intero sistema economico. Quindi, almeno negli Usa, l’aumento dei tassi dovrebbe rappresentare una riduzione della cattiva allocazione delle risorse. E, dunque, un maggiore scarto di velocità rispetto a un’Eurozona in ristagno.

In questo contesto, si pone la lezione De Rosa di John Davis, il quale, documentato l’aggravamento delle già pessime condizioni del Mezzogiorno, e constatato come le lezioni neo-istituzionali non abbiamo dato esiti, si chiede se si tratti “di un caso unico o universale”. Anche lì la risposta è nel cattivo uso fatto dei fondi europei e delle agevolazioni creditizie. Hanno spiazzato gli elementi migliori (individui e imprese), privilegiando i meno produttivi.

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