SPY FINANZA/ “L’incognita” Iran nella battaglia del petrolio

- Mauro Bottarelli

La strategia dell’Arabia Saudita, via Opec, sul petrolio non sta funzionando. E ora c’è anche l’Iran a scombinare i piani di Ryad. Il punto di MAURO BOTTARELLI

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Mercoledì scorso, nell’intorpidimento generale pre-natalizio, l’Opec ha pubblicato il suo annuale report, World Oil Outlook e non ci ha dato solo un’indicazione su quali saranno le dinamiche di domanda e offerta – e, quindi, dei prezzi del barile – ma anche e soprattutto una certezza geopolitica: la scacchiera mediorientale, a breve, diverrà l’ombelico bellico del mondo. E, purtroppo, due delle mie previsioni oltraggiose potrebbero non risultare poi tanto peregrine. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dal report dell’Opec, dal quale si desume che il prezzo del petrolio è destinato a una ripresa graduale che lo riporterà a 80 dollari al barile ma solo nel 2020. Previsioni in parte ottimistiche, poiché partono da un prezzo medio di 55 dollari al barile per il proprio greggio quest’anno e stimano un incremento medio di 5 dollari al barile all’anno nell’arco del prossimo lustro. 

E a parlare di eccessivo entusiasmo non sono io, ma qualcuno che della materia ne capisce e parecchio, l’ex ad di Eni, Paolo Scaroni, a detta del quale il prezzo del petrolio rimarrà basso a lungo: «Non sarei sorpreso se andasse a 28-30 dollari al barile. C’è un tetto naturale che è dato dai costi di produzione dello shale oil americano che è intorno ai 55 dollari al barile, quindi oltre i 55 dollari al barile non andrà per alcuni anni». Per di più, ha aggiunto Scaroni, «c’è una lotta furibonda per quote di mercato nel mondo tra Arabia Saudita, Russia e in prospettiva l’Iran, che sta arrivando». Tutte cose di cui vi sto parlando da settimane e di cui parleremo ancora più avanti nell’articolo. Stando invece al quadro dipinto dal cartello dei Paesi produttori, la domanda globale di petrolio prodotto dall’Opec è destinata a calare fino al 2020, in un contesto che vedrà l’offerta di idrocarburi non convenzionali, come il tight oil nordamericano, destinata a crescere nonostante il crollo delle quotazioni. 

L’Opec sembra constatare la riuscita solo parziale della presunta strategia saudita di deprimere i prezzi, mantenendo l’output invariato per non perdere quote di mercato a favore di concorrenti come Russia e Usa, che hanno invece reagito portando anch’essi la produzione a livelli record. Numeri alla mano, la domanda per il greggio Opec scenderà a 30,70 milioni di barili al giorno nel 2020 dai 30,90 milioni di barili stimati per il 2016 e un milione di barili in meno rispetto all’attuale produzione. Mentre gli effetti positivi sulla domanda della forte flessione del prezzo del greggio, sceso questa settimana ai minimi da 11 anni intorno a 36 dollari al barile, sono destinati, stando alle previsioni dell’Opec, ad avere un respiro corto. «L’impatto sulla domanda del recente declino del prezzo del petrolio è più evidente nel breve termine e calerà nel medio periodo», ha sottolineato il segretario generale dell’organizzazione, il saudita Abdullah al-Badri. 

Un’ammissione che sembra lasciar trasparire quanto sia animato al momento il dibattito interno all’Opec, che vede sempre più membri contrastare la strategia di Ryad, in particolare quei Paesi, come il Venezuela e l’Algeria, che hanno subito più duramente le conseguenze del tonfo delle quotazioni. Un’altra novità è l’aver riconosciuto l’impatto “significativo” che shale oil e tight oil stanno avendo sul mercato, un impatto che l’Opec in passato sembrava aver sottovalutato. Non solo. L’outlook riconosce che i costi produttivi del greggio non convenzionale si stanno rivelando molto più bassi di quanto si sostenesse appena un anno fa, quando molti analisti preannunciavano la sua imminente disfatta con un barile sotto gli 80 dollari. 

Addirittura, si legge nel documento, «i giacimenti più ricchi possono sopportare punti di pareggio anche inferiori ai prezzi osservati nel 2015 ed è quindi probabile che vedano la produzione crescere ancora». Nella fattispecie, la produzione globale di tight oil toccherà i 5,19 milioni di barili al giorno nel 2020, raggiungerà un picco di 5,61 milioni di barili al giorno nel 2030 e calerà a 5,18 milioni di barili nel 2040. L’incremento di medio periodo sarà legato al previsto ingresso di Russia e Argentina nel settore degli oli non convenzionali. Questo solo nello scenario medio: se anche Cina e Messico entrassero in questa industria, l’output di tight oil sfiorerà gli 8 milioni di barili al giorno. Insomma, certezze ma non certo granitiche. Anche perché il mercato sembra credere maggiormente alla versione dei fatti offerta da Paolo Scaroni, visto che come ci mostra il grafico a fondo pagina, le opzioni put con strike price a 30, 25, 20 ma anche 15 dollari al barile siano le più appetite, stando a dati ufficiali della New York Mercantile Exchange e della U.S. Depository Trust & Clearing Corp. Con il Wti attualmente in area 36 dollari al barile, significa che parecchia gente sta cominciando a pensare a un calo anche superiore al 50% nei prossimi mesi e l’open interest più grande tra tutti i contratti di opzione – sia long che short – è il put a 30 dollari per dicembre 2016. Ingestibile per troppi Paesi, in primis l’Arabia Saudita ma anche gli Usa stessi con la loro rivoluzione shale, visto che – ad esempio – solo il 2% della produzione del giacimento Permian e profittevole a 30 dollari al barile. 

Sempre Scaroni, poi, parlava della furibonda lotta tra Arabia Saudita e Russia per l’accaparramento di quote di mercato, cui adesso potrebbe andare ad unirsi anche l’Iran liberato dalle sanzioni dopo l’accordo sul nucleare. Ma come stanno davvero i fatti? Ryad sta perdendo la guerra del petrolio contro Mosca e deve per forza reagire. Per l’Arabia, la quale sta già pagando un prezzo altissimo alle basse quotazioni del greggio, avendo un deficit pari al 20% del Pil, inoltre la connection sempre più stretta tra Mosca, Teheran e Pechino rappresenta una minaccia anche geopolitica, essendo la Russia alleata dell’asse sciita in Medio Oriente. Certo, Ryad sta vendendo a sconto il suo greggio sul mercato europeo, utilizzando i porti polacchi come choke-point ma questo potrebbe solo esacerbare i rapporti già tesi con la Russia, a lungo andare. 

Insomma, la strategia saudita di abbassare al massimo i prezzi, pompando la produzioni Opec quasi agli estremi, non è servita, anzi si è rivelata auto-lesionista, visto che oggi la Russia sta producendo al ritmo più rapido dalla fine dell’Unione Sovietica. E proprio pochi giorni fa, per la terza volta quest’anno, la Russia ha superato proprio l’Arabia Saudita come fornitore di greggio alla Cina, 949.925 barili a novembre contro gli 886.950 di Ryad nello stesso periodo. E attenzione, perché con molti analisti – non ultima Goldman Sachs – che prevedono addirittura il barile in area 20 dollari, Mosca potrebbe reggere meglio di chiunque altro lo shock ulteriore. Lo conferma Mikhail Stavskiy, capo dell’upstream alla Bashneft PJSC, l’azienda che ha permesso l’aumento di produzione record della Russia quest’anno: «Non so a quanto dovrà scendere il prezzo del petrolio affinché le cose cambino in maniera drammatica, ma noi siamo arrivati a continuare la produzione con un livello di valutazione pari a 9 dollari. Quindi, se succederà qualcosa, sappiamo cosa fare». 

Ryad non reggerebbe sei mesi a quei prezzi, oltretutto con i costi faraonici della guerra in Yemen. La quale, oltre a essere tremendamente costosa, sta anche mettendosi molto male a livello militare. Le forze anti-saudite, forti di nuovi missili provenienti probabilmente dall’Iran, hanno infatti cominciato a difendersi. E guarda caso, il movimento popolare Ansarole¡ yemenita ha attaccato proprio la sede della Saudi Aramco, gigante petrolifero saudita a controllo statale, con un missile balistico nazionale Qahir-1, a Jizan, nel sud-ovest del Regno arabo. La controffensiva sarebbe una risposta alle incessanti violazioni del cessate il fuoco nello Yemen da parte saudita: dopo avere subito i raid aerei della coalizione del Golfo sulla capitale Sana’a, le forze yemenite, forti dei nuovi missili, hanno cominciato quindi una sorta di reazione: e sarebbero infatti 300 gli obiettivi militari in territorio saudita alla loro portata, grazie all’armamento fornito da Teheran. 

E qui i giochi si fanno chiari: chi ha tutto da guadagnare da un possibile coinvolgimento diretto dell’Iran nel conflitto proxy in Yemen? Israele, nazione che da sempre non riconosce l’accordo sul nucleare che garantirebbe a Teheran l’eliminazione delle sanzioni e quindi il ritorno in grande stile sul palcoscenico mondiale dell’export petrolifero. Tradita da Obama e dalla sua amministrazione, almeno ufficialmente, Gerusalemme potrebbe sfruttare al meglio un potenziale passo falso iraniano nel contesto bellico contro l’Arabia Saudita, magari adombrando in sede internazionale il dubbio che Teheran possa fornire ai ribelli yemeniti anche armi non convenzionali. A quel punto, un blitz contro un sito nucleare iraniano o contro infrastrutture strategiche – ritenute delle casematte per il traffico di armi con lo Yemen – potrebbe avvenire, facendo immediatamente salire la febbre in tutta l’area e mettendo il turbo alle quotazioni del greggio. Washington, a quel punto, non potrebbe voltare le spalle ai suoi alleati storici nell’area – Arabia Saudita e Israele – e l’accordo sul nucleare potrebbe saltare, levando dal mercato le quote potenziali iraniane e fungendo da ulteriore dinamo di una spinta rialzista delle quotazioni. Se così fosse, però, Mosca cosa farà? 

Attenzione, perché casualmente l’altro giorno è spuntata fuori dal nulla Amnesty International, la quale ha accusato l’aviazione russa di aver ucciso circa 200 civili durante i suoi bombardamenti contro le postazioni dell’Isis. La fonte? L’autorevole, obiettivo ed equidistante “Osservatorio siriano per i diritti umani”. Le prove delle accuse all’aviazione russa quali sarebbero? Non si sa, non c’è mezzo filmato, mezza fotografia, mezza testimonianza audio o video credibile. Aspettiamo. Amnesty International, d’altronde, non è nuova a mosse del genere: non è presente sul posto ma ha sempre fonti sicure da citare, soprattutto se queste garantiscono titoli sui giornali contro il demonio e il nemico di turno. In questo caso, Mosca. Scommettete che salteranno fuori altre accuse simili? O magari si aprirà anche il fronte delle presunte atrocità russe nel Donbass, come accadde per la Cecenia, salvo soprassedere sempre allegramente su finanziamenti e addestramento fornito ai cosiddetti ribelli del Caucaso da parte dei sempre zelanti servizi segreti occidentali? O vogliamo ricordare il Kosovo e l’Uck made in Usa? D’altronde, quando al governo in Spagna c’era un socialista illuminato e intoccabile come Gonzalez, Amnesty International non si era nemmeno accorta che si usasse la tortura contro i militanti dell’Eta nei Paesi Baschi: se non si è accorta di cosa accadeva nel cuore d’Europa, figuratevi nella periferia dell’Impero. 

Attenzione, oggi più che mai, a cosa leggete: la grande guerra della disinformazione sta entrando nel vivo. Ad esempio, non vi pare strano che negli ultimi cinque giorni siano ripresi i naufragi di migranti e che tra le vittime ci siano sempre molti bambini? Come è iniziato il grande esodo, se non con la foto del bimbo morto sulla spiaggia? Casualmente, però, dei rapporti della Turchia con l’Isis non si parla più, ora l’orco mondiale è l’aviazione russa, quella che l’Isis lo riduce in polvere. Governare il caos, ecco quale sarà la missione per il 2016. Perché, tranquilli, di caos ce ne sarà tanto. 

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