SPY FINANZA/ I numeri da incubo degli Usa di Obama

- Mauro Bottarelli

Non sono mancati, anche nei mesi scorsi, elogi sulla ripresa economica statunitense garantita dall’Amministrazione Obama. Ma MAURO BOTTARELLI non intende accodarsi

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Il presidente americano Barak Obama

Durante lo zapping che segue le celebrazioni del Natale con i parenti, mi sono imbattuto in una sorta di apologia della ripresa economica statunitense garantita dall’Amministrazione Obama. Non vi dico quale canale l’abbia trasmessa, poco importa: tranne rare eccezioni, il presidente degli Usa è ritenuto una sorta di Re Mida, l’apoteosi del progressismo, un totem non criticabile come lo fu Tony Blair una volta giunto al 10 di Downing Street. Non metto bocca in altri ambiti che non mi competono, ma per quanto riguarda la cosiddetta ripresa economica, sì, ho decisamente qualcosina da dire. Ed eviterò di tediarvi con l’ennesima spiegazione del perché l’azione della Fed abbia letteralmente disintegrato il mercato, drogandolo di stimolo e privandolo di indicatori fondamentali come il fair value o la price discovery. No, metterò in fila dei dati che arrivano da enti federali Usa, quindi non tacciabili di essere partigiani in chiave anti-Obama o, peggio, anti-americana tout court.

Oggi, anno giubilare 2015, negli Usa la gran parte dei cittadini vive, come si dice da quelle parti, paycheck to paycheck, ovvero ciò che introita lo spende per vivere. E non gli basta. Il 62% degli americani ha meno di 1000 dollari sul conto corrente e il 21% non ha proprio un conto in banca. Meno del 10% dei cosiddetti millennials, ovvero chi ha meno di 35 anni, ha almeno 10mila dollari di risparmi, mentre la cosiddetta generation x, quella fino ai 50 anni, è messa poco meglio: solo il 16%. Il 43% dei cittadini americani spende mensilmente più di quanto guadagna e per la prima volta in assoluto la mitica classe media, quella dei Cunningham di Happy Days per capirci, è diventata minoranza della popolazione, quando nel 1971 rappresentava il 61% del totale.

Di più, stando a uno studio del Pew Research Center, il reddito medio di questa fascia sociale è sceso del 4% tra il 2000 e il 2014. Addirittura, lo stesso studio constatava che la ricchezza media per la middle class era calata del 28% tra il 2001 e il 2013! Ancora oggi ci sono 900mila americani appartenenti alla classe media in meno di quando è cominciata la recessione, nonostante nel medesimo lasso di tempo la popolazione sia cresciuta molto: stando a dati della Social Security Administration, il 51% di tutti i lavoratori Usa percepisce meno di 30mila dollari l’anno e per il 20% di americani più poveri, la ricchezza personale media è calata da -905 dollari del 2000 agli attuali -6029 dollari!

Un recente sondaggio a livello nazionale ha svelato che per il 48% di tutti gli americani sotto i 30 anni di età il cosiddetto american dream è morto e la conferma ci arriva da quest’altro dato: dopo aver toccato il picco del 69,2% nel 2004, il tasso di proprietari di casa negli Usa è continuato a calare ogni anno consecutivamente, come ci mostra il grafico a fondo pagina e oggi gli Usa sono 19esimi al mondo per la ricchezza media nei cittadini adulti.

Negli ultimi sei anni, negli Usa hanno chiuso più attività di quanto se ne siano aperte, un qualcosa mai accaduto nella storia del Paese prima del 2008. A oggi, i 20 americani più ricchi del Paese hanno più denaro dei 152 milioni più poveri messi insieme: lo 0,1% più ricco di tutte le famiglie Usa ha più beni del 90% combinato. Di fatto, se abbiamo 10 dollari in tasca abbiamo più net worth del 25% degli americani.

E ancora, se pensate che l’America sia il Paese in cui a 16-18 anni si esce di casa e ci si rende indipendenti, scordatevelo, non è più così: il 48,5% degli americani sotto i 25 vive ancora con i parenti, perché incapace di pagare un affitto o accendere un mutuo e, stando a uno studio dello U.S. Census Bureau, il 49% degli americani oggi vive in case che ricevono sovvenzioni mensili dal governo e quasi 47 milioni di americani vive sotto la soglia di povertà. Solo nel 2007, quasi un bambino su 8 negli Usa beneficiava di sussidi alimentari, oggi quel numero è salito a uno su 5 e il grafico a fondo pagina ci mostra l’aumento dell’utilizzo generale di sussidi (adulti e bambini) sotto il governo Bush e sotto quello Obama, mentre stando alla ricerca dal titolo “$2.00 a Day: Living on Almost Nothing in America”, oggi esistono 1,5 milioni di americani ultra-poveri che vivono con meno di 2 dollari al giorno, un numero raddoppiato dal 1996. Ben 46 milioni di americani utilizza le mense per mangiare ogni anno e il numero di bambini senza tetto è salito del 60% negli ultimi sei anni, quelli della famosa ripresa: stando a Poverty Usa, 1,6 milioni di giovani americani hanno dormito in posti di fortuna o in ricoveri per senza tetto lo scorso anno, tanto che la polizia di New York ha scoperto ben 80 accampamenti abusivi per homeless in città. E stiamo parlando della stessa metropoli di Wall Street e di Manhattan, per capirci, non di un città di frontiera dell’Arizona o del New Mexico.

Più della metà degli studenti che frequentano istituti pubblici sono abbastanza svantaggiati a livello di reddito da aver diritto a sussidi per la mensa scolastica e, stando a dati del Census Bureau, il 65% di tutti i bambini americani vive in una casa che riceve qualche forma di aiuto dal governo federale. Di più, l’ultimo studio dell’Unicef certifica che circa un terzo dei bambini Usa vive in una casa dove il reddito è al di sotto del 60% della media nazionale. Non a caso, nella classifica dell’associazione riguardante la povertà infantile nelle nazioni ricche, gli Usa sono al 36mo posto su 41.

E l’occupazione? Il mitico 5% di tasso di disoccupazione che ha fatto gridare al miracolo e alzare i tassi alla Fed? Dipende come si conteggiano i numeri, visto che oggi in America ci sono 7,9 milioni di cittadini in età da lavoro ufficialmente disoccupati e altri 94,4 milioni fuori dalla forza lavoro: insomma, 102,3 milioni di americani sono senza occupazione o campano di lavoretti in nero. Non stupisce, quindi, che in base all’ultimo sondaggio Pew, il 70% degli statunitensi pensi che il debito sia una necessità per le loro vite: anche perché stando a calcoli di John Williams per shadowstats.com, se il governo comunicasse onestamente i numeri e contemplasse quelle voci nel computo, la disoccupazione oggi sarebbe al 22,9% su scala nazionale.

E che dire di Obamacare, ovvero la tanto sbandierata riforma del sistema sanitario Usa, quello che in base ai giudizi di Michael Moore in Sicko, se non hai una carta di credito in tasca di lascia morire lì dove sei? Bene, il presidente aveva promesso che la sua riforma avrebbe portato a un calo dei premi sulle assicurazioni sanitarie fino a 2.500 dollari per famiglia: peccato che, in realtà, dal 2008 a oggi quei premi siano incrementati per un totale di 4.865 dollari.

 

Oggi come oggi, negli Usa il cittadino medio che ha almeno una carta di credito a sua disposizione, siede su un debito a essa legato di circa 15.950 dollari, mentre il mercato dell’auto è così basato su spese federali e acquisti da parte di clienti subprime grazie al credito al consumo che il numero di prestiti per acquisto di veicoli che supera i 72 mesi è ai massimi storici del 29,5%. Da quando il tasso di proprietari di casa è salito al picco nel 2004, quasi 8 milioni di abitazioni sono state pignorate negli Stati Uniti e quando si parla di salute le cose non vanno meglio, visto che circa il 41% degli americani in età da lavoro ha difficoltà a pagare le cure mediche o sta pagandole a rate, avendo dovuto sostenerle a debito. Ma il debito è fondamentale anche per andare a scuola, visto che i prestiti studenteschi hanno recentemente toccato il picco di 1,2 triliardi di dollari, ammontare raddoppiato in soli 10 anni: oggi come oggi, ci sono circa 40 milioni di americani che stanno pagando un debito scolastico e per la gran parte di loro si tratta di un carico che prima di estinguersi li vedrà superare i 45 anni di età.

E per finire, il debito dei debiti, la grande legacy politica di Barack Obama con il suo Paese prima di passare la mano il prossimo anno: da quando è alla Casa Bianca, infatti, il debito pubblico è cresciuto di 8,16 triliardi di dollari. Il primo grafico a fondo pagina ci mostra come, nonostante l’accordo di inizio novembre sul tetto di debito, al 2 di quel mese gli Usa avessero aumentato il loro debito pubblico di altri 339 miliardi nel cosiddetto periodo delle misure di emergenza. Bene, la cosa interessante è che nelle quattro settimane seguenti, sempre gli Stati Uniti hanno aggiunto altri 335 miliardi di dollari di debito totale: insomma, solo nel mese di novembre 674 miliardi di debito in più, cifra che ha portato il totale a 18,827 trilioni di dollari.

Ma il grafico che conta davvero è il secondo, il quale ci mostra come durante la presidenza Obama gli Stati Uniti si siano comportati peggio dell’Italia craxiana, passando dai 10,6 trilioni del 21 gennaio 2009 agli attuali 18,8 trilioni di dollari, un bel 77% in più. Yes, he cans! Ora, sicuramente ci sono Paesi al mondo dove si vive peggio che negli Usa, ci mancherebbe, il problema è che gli stessi Stati Uniti non solo sono i responsabili numero uno della crisi che ci sta ammazzando da ormai sette anni, ma pretendono anche di insegnare al mondo quale sia la ricetta per uscirne. Come vedete, a casa loro non ha funzionato un granché, nonostante la grancassa mediatica di tutta la sinistra internazionale, innamorata acritica e anche un po’ stupida del primo presidente di colore degli Usa.

La prossima volta che vi trovate di fronte a programmi come quello in cui sono incappato io nel pomeriggio di Natale o che qualcuno, alla tv come al bar, incensa acriticamente gli Usa come motore globale della ripresa grazie alla spesa pubblica e all’intervento dello Stato, opponete all’ideologia la fredda realtà della cifre come ho fatto io. Magari servirà, io ancora mi illudo che esista una speranza di redenzione dall’enorme ubriacatura globale garantita da Fed e compagnia bella. Magari non è vero ma i numeri, quantomeno, stanno dalla mia parte. E l’ultimo grafico mostra quale sia la vera legacy di Obama verso il suo Paese e chi sia stato il beneficiario principale delle sue politiche economiche. Fatti, non punti di vista.

 

 

 



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