GEO-FINANZA/ Dal petrolio una (nuova) minaccia per l’Italia

- Ugo Bertone

Per Renzi il petrolio a livelli bassi non è una cosa buona per l’economia italiana. UGO BERTONE ci spiega perché la caduta del prezzo del greggio può essere un problema

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Il petrolio a buon prezzo non è un affare. Nemmeno per l’economia italiana, pur basata sulla trasformazione delle materie prime con un alto consumo di energia. A sostenerlo è stato Matteo Renzi in persona, contraddicendo il cosiddetto senso comune, accumulato in decenni passati a imprecare contro lo strapotere degli sceicchi, l’onere della bolletta petrolifera e le esperienze vissute nei giorni dei vari shock petroliferi. C’è da domandarsi se si tratta di una semplice battuta a effetto, una di quelle più o meno felici che il Premier dispensa a piene mani, oppure se davvero il mondo è proprio cambiato. Probabilmente non in meglio. 

Ma, tanto per cominciare, proviamo a capire se la discesa del greggio, precipitato dai 67 dollari al barile di aprile ai 37 di fine anno, sia destinata a durare. Per carità, le previsioni in questo campo servono soprattutto a fare brutte figure. Perfino The Economist, alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, si spinse a pubblicare una copertina dal titolo “A quando il petrolio a 5 dollari?”. Da quel momento scattò uno spettacolare aumento delle quotazioni. Difficile, però, che la storia possa ripetersi nel 2016, anche se l’arrivo del freddo può favorire un rimbalzo dei consumi nei prossimi mesi. Ma le prospettive sono comunque negative. Per varie ragioni. 

Primo, perché l’offerta, in assenza di accordi tra i produttori, continua ad aumentare: i pozzi dell’Arabia Saudita, della Russia e di altre potenze petrolifere pompano greggio ai massimi storici, con il risultato di un surplus di 2 milioni di barili al giorno. E la situazione promette di aggravarsi visto che presto l’Iran metterà sul mercato altri 500.000 barili al giorno. Inoltre, a giorni diventerà legge la storica decisione di Washington di consentire, dopo il divieto fissare per legge nel 1973, l’export di petrolio, a conferma dell’intenzione americana di svolgere un ruolo più attivo nella politica energetica globale. 

A queste considerazioni di natura geo-economica, vanno aggiunte altre considerazioni, legate al cambiamento che si è verificato nel mercato dell’energia: le transazioni “fisiche”, ormai, hanno un valore ridotto rispetto alle dinamiche finanziarie che sono alla base del nuovo mondo dell’energia che ruota attorno all’economia di carta, fatta di derivati, opzioni, scommesse finanziarie e così via. Come capita per le valute, ormai i passaggi fisici sono solo una parte relativamente modesta di movimenti finanziari ben più cospicui. 

Una trasformazione che in questi anni ha preso velocità, a mano a mano che il mondo del petrolio ha chiesto (e ottenuto) i quattrini necessari per finanziare lo sviluppo del settore dello shale oil americano. O quando i Paesi produttori, dalla Russia al Messico passando per la scommessa del greggio brasiliano sotto i fondali di Rio de Janeiro, hanno chiesto e ottenuto finanziamenti a basso costo per sviluppare investimenti garantiti dall’oro nero: almeno 2.500 miliardi di dollari per il settore energy su un totale di 14-18 mila miliardi che non sarà facile restituire, per almeno tre ragioni: il calo del prezzi, la difficoltà di reperire nuovi finanziamenti, l’aumento di valore del dollaro, il colpo di grazia per i Paesi afflitti dal debito in moneta Usa. 

Di qui i rischi crescenti per l’economia globale: la discesa del greggio rischia di fare altrettanti danni alla finanza occidentale del crollo dei valori immobiliari nel 2007-2008. Non c’è solo la crisi di Banca Etruria, insomma. I risparmiatori Usa che hanno investito i propri risparmi in “tranquilli” fondi di investimento agganciati all’andamento delle infrastrutture dell’energia (cosa si può immaginare di più stabile di oleodotti, stazioni di servizio e infrastrutture per lo stoccaggio?) hanno accusato a fine 2015 in media una perdita del 37% sul valore dell’investimento. È andata peggio a chi ha messo i propri risparmi intitoli ad alto rendimento legati al boom dello shale oil. Una sorte simile ai detentori delle obbligazioni subordinate di Banca Popolare dell’Etruria o di Banca delle Marche. Fino a pochi mesi fa, del resto, sembrava che i detentori delle obbligazioni senior nello shale oil potessero cavarsela con poco, scaricando sui portatori dei bond junior l’onere delle perdite. Ma non è stato possibile. 

Anzi, la crisi del petrolio minaccia da vicino il sistema bancario. Non solo perché il calo dei prezzi è costato finora oltre 50 miliardi di dollari, ma perché, insinua il Financial Times, nei prossimi stress test sulla capacità di tenuta delle banche in caso di crisi sistemica, gli ispettori della Fed potrebbero imporre riserve sufficienti per far fronte a un crollo dei prezzi del petrolio fino a 10 dollari. In quel caso s’innescherà un effetto domino disastroso.

Insomma, il calo del greggio rischia di innescare un pericoloso effetto boomerang. Rischiano i Paesi produttori, a partire dall’Arabia Saudita che ha appena varato una finanziaria lacrime e sangue (un taglio di 98 miliardi tra minori sovvenzioni e più tasse) che senz’altro inciderà sui precari equilibri sociali e politici della potenza wahabita. Rischiano gli Stati Uniti, la cui ripresa economica è stata resa possibile dal boom dello shale oil. Ma rischiano anche i consumatori, come ci ha insegnato la crisi dei subprime. Allora l’Italia sembrava impermeabile alle tensioni dei sistemi bancari più colpiti. Ma, a distanza di qualche anno, abbiamo dovuto amaramente prender atto che le conseguenze del terremoto avevano compito alle fondamenta anche le banche tricolori. Non ci vuole molto a capire che la caduta del potere d’acquisto delle monarchie del Golfo, oltre alla crisi della domanda russa e gli effetti sugli altri Emergenti (vedi Brasile), avrà effetti sensibili sulle esportazioni italiane. Senza trascurare la frenata della Cina, causa prima della crisi dei produttori di materie prime. 

L’aspetto più grave, però, è che il declino dei prezzi del petrolio e delle altre materie prime industriali e agricole, altro non è che la punta dell’iceberg di un malessere più profondo, il rischio cioè della stagnazione secolare: il Brent in calo ci segnala, insomma, che la crisi è tutt’altro che passata, ma morde sempre di più. Ha ragione Renzi: il petrolio debole non è una buona notizia. Chissà come fa lui a spandere lo stesso messaggi di ottimismo (e a fare nuovi debiti).

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