SPY BANCHE/ Se Renzi usa il fisco per salvare il cerchio magico e combattere Grillo

- Gianni Credit

Il Pd prevede in corsa nella legge di stabilità un fondo pubblico da 300 milioni per rifondere gli obbligazionisti delle quattro banche “risolte”. Commento di GIANNI CREDIT

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Il premier Renzi con il ministro Padoan

Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia, non pensò mai di prelevare quattrini dal bilancio dello Stato per risarcire gli 80mila obbligazionisti Parmalat che avevano visto inizialmente azzerato il valore dei loro titoli nel crac di Collecchio. E non lo pensò neppure il governatore della Banca d’Italia di allora, Antonio Fazio, che pure era un nemico della turbofinanza che aveva ucciso Parmalat. Tremonti, dal canto suo, avrebbe potuto proteggere voti in fasce di elettorato del centrodestra e ne avrebbe potuto “comprare” in zone-roccaforte sia dei Ds, sia di Romano Prodi. Nel 2003, invece, il governo Berlusconi commissariò Parmalat e l’affidò a Enrico Bondi, manager di scuola Mediobanca. Fu lui a gestire la liquidazione della vecchia azienda e a rilanciare la nuova. Agli obbligazionisti “traditi” furono assegnate azioni della nuova Parmalat (titolo di rischio puro): chi le avesse tenute fino al 2011, quando la francese Lactalis acquisì Collecchio con Opa in Borsa, avrebbe recuperato il 50% nominale del suo investimento. Ma solo otto anni dopo: e senz’alcuna garanzia otto anni prima.

Nel frattempo le Procure di Milano e Parma arrestarono Calisto Tanzi e poi indagarono e processarono banche e banchieri sui gravi illeciti che avevano infilato titoli-spazzatura nelle tasche dei risparmiatori italiani. Cominciò da lì anche la rovinosa caduta di Fazio: successivamente cacciato, processato e condannato. Ad accusare lui e le “sue” banche – in Parlamento e sui giornali – c’era in prima fila quella stessa sinistra “di mercato” che una dozzina d’anni dopo ha infilato di soppiatto nella Legge di stabilità 2016 un capitolo di spesa stimato in 350 milioni per rimborsare gli obbligazionisti delle quattro banche “risolte” dieci giorni fa. Il fondo – che prevedibilmente erogherà i risarcimenti subito – dovrebbe essere alimentato dai ricavi – futuri ma soprattutto incerti – della bad bank delle quattro banche risolte. Il fondo, nelle premesse del salvataggio, dovrebbe ripagare gli investimenti azionari e i crediti (4 miliardi in tutti) prestati forzosamente dal sistema bancario nazionale: soldi di banche con azionisti privati e con depositanti privati, soggette a vincoli sempre più stringenti dalla vigilanza Bce. 

Perché, in ogni caso, il duro gioco del mercato ha potuto imporre nel 2003 le sue regole ai possessori di bond Parmalat e non dovrebbe valere invece nel 2015 per i sottoscrittori di obbligazioni subordinate di CariFerrara, CariChieti, Banca Marche? Non varrebbe, fra l’altro, per Banca dell’Etruria: banca privatissima da più di un secolo. In Toscana. Amministrata – come vicepresidente – da un professionista notissimo ad Arezzo come Pierluigi Boschi, padre del ministro “più uguale degli altri” nel governo Renzi. È il “lodo Pelillo” (capogruppo Pd in commissione Finanze della Camera) a sostenere che i vicini di casa della famiglia Boschi – in centro-città o in villa, portatori di obbligazioni subordinate di Banca Etruria –  sarebbero “fascia debole” e meriterebbero protezione a spese del contribuente per un rischio assunto privatamente. Pare che della stessa opinione sia anche il successore di Tremonti al Tesoro, Pier Carlo Padoan, economista e tecnocrate di storica scuola Pci.

Gli obbligazionisti Etruria come i dipendenti Ilva di Taranto? Come il 40% di giovani disoccupati? Come il 40% di pensionati che vive con meno di mille euro al mese? Il caso Cirio – capostipite di una lunga serie – nacque nella periferica Procura di Monza, dove due ricchissimi pensionati avevano sporto denuncia per aver perduto centinaia di milioni di vecchie lire: di capitali, non di “piccoli risparmi”. Volevano recuperare i loro quattrini, certo. Si ritenevano truffati e in buona parte lo erano per davvero: soprattutto dalle banche che quei bond avevano venduto loro per liberarsi di loro crediti verso un gruppo pericolante (neppure quegli obbligazionisti, tuttavia, erano “vecchiette” o Alice nel Paese delle meraviglie: erano stati attratti dai tassi alti perché rischiosi, “argentini”, “voglio anch’io il doppio dei Bot, me l’ha detto mio cugino”).

Ne vennero comunque fuori campagne di stampa, molta politica: perfino una nuova “legge sul risparmio” battezzata da Mario Draghi, chiamato a pilotare la Banca d’Italia “nel mercato”. Infatti, in quella Seconda Repubblica “di mercato”, con tutte le sue contraddizioni, a nessuno poteva venire in mente di pubblicizzare le perdite subite da privati cittadini sui mercati finanziari: simbolo per antonomasia di una nuova era, i cui ideologi e mentori erano soprattutto nel centrosinistra. Un’era caratterizzata in Italia proprio dalla privatizzazione del sistema bancario. Basta “Casse di risparmio”, basta confusione fra servizio pubblico (a parte al massimo il risparmio postale) e la finanza di  mercato. Non a caso fra chi ha perso tutto o quasi con le quattro risoluzioni ci sono sei Fondazioni bancarie: le quali, salvo altri colpi di scena, non saranno risarcite delle loro azioni andate in fumo e sono anzi sul banco degli imputati per come hanno vigilato sulla gestione delle quattro banche fallite. E cosa dovrebbero dire gli azionisti della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, che hanno perso quasi-tutto e saranno perfino chiamati a ricapitalizzare a breve le loro banche per non vederle “risolte”? Certo, il Veneto è regione governata dalla Lega e Treviso è la città del governatore Luca Zaia.

Forse gli obbligazionisti “subordinati” dell’Etruria, nel 2015, non sapevano che la natura ibrida dei loro titoli li portava a sconfinare sul terreno degli azionisti, di chi ha rischio pieno nell’investimento in titoli di un’azienda? Basta cliccare gratis wikipedia. Non sapevano che – nell’epoca dei tassi negativi – le remunerazioni elevate sui loro titoli erano a fronte di un rischio corrispondente? Ma le decisioni di Bce o Fed aprono i tg della sera. “Mi sono fidato del funzionario allo sportello”. Bene: l’obbligazionista tradito denunci il funzionario e la banca, come i ricchi pensionati di Cirio. Si appelli o denunci la Consob, che vigila sull’informazione trasparente sul mercato del risparmio. S’arrabbi con tutti i rigorismi europei, dall’Ue alla Bce. Ma è probabile, per cominciare,  che il funzionario porti a suo discarico le centinaia di pagine fatte puntualmente firmare in ottemperanza all’ormai proverbiale direttiva Mifid 2. “C’era scritto qui, al comma 22”. 

Come accadde ai tempi di Cirio e Parmalat, l’Obbligazionista Ignoto potrebbe allora inondare i giornali di mail inferocite contro un governo e una banca centrale italiana che hanno approvato senza fiatare il nuovo “Meccanismo di Risoluzione” bancaria e soprattutto che hanno accettato di collaudarlo in corsa sulla carne viva di quattro banche italiane, per dare buon esempio in tutta l’eurozona. Probabile però che un giornalista onesto risponderebbe subito che quelle norme sono state pensate proprio per togliere dalle finanze pubbliche (cioè dalle tasche dei contribuenti) ogni nuovo rischio futuro di salvataggio bancario. E ciò anche in obbedienza definitiva alla logica del mercato: quella dei commentatori liberisti alla Zingales o alla Giavazzi, a ogni festa comandata sui grandi giornali da venticinque anni. Quelli che “guai se dopo il crack Lehman la politica ritorna in banca”, anche se oggi sono ormai riallineati sul renzismo dominante.

In un clima di coscienze non pulitissime, il governo Renzi non mostra comunque alcun pudore politico e pescare nel fisco per tacitare i suoi bacini elettorali del Centro Italia: per evitare che vadano a ingrossare le fila del Movimento 5 Stelle. Nato – per chi lo avesse scordato – nelle adunate degli obbligazionisti Parmalat e attorno alle arringhe di Beppe Grillo in stile Gordon Gekko alle assemblea del Montepaschi. Già: abbiamo una banca. Una banca Pd, anzi Pci, in Toscana. Un’altra banca dissestata e tenuta in piedi con i Monti-bond. E chissà se il “lodo Pelillo” non è stato pensato anche per Siena, dietro l’angolo di Arezzo, a un tiro di schioppo da Firenze. Per UniCredit, invece, niente rete: il titolo sta cadendo a rotta di collo per il “caso Palenzona” (nato dal crack di una Bcc toscana), ma quegli azionisti non sono mica “classe svantaggiata” come gli obbligazionisti dell’Etruria massacrati dal “caso Boschi”.

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