SPY FINANZA/ “L’azzardo” dell’Arabia Saudita nella guerra del petrolio

L’Opec non taglierà la produzione di petrolio. Le decisioni dei paesi produttori, in cui primeggia l’Arabia Saudita, si intrecciano con intrighi geopolitici. L’analisi di MAURO BOTTARELLI

05.12.2015 - Mauro Bottarelli
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L’attesa era per la conferenza stampa delle 16, ma alle 15:05, prima che Wall Street aprisse, un delegato dell’Opec sotto la protezione dell’anonimato ha dato al mondo la notizia che voleva sentire: il cartello dei Paesi produttori di petrolio non taglia la produzione. Immediatamente, il prezzo del greggio si è schiantato al suolo, sotto quota 40 dollari al barile, visto che l’attuale saturazione di mercato appare destinata a proseguire per lungo tempo, a meno che uno dei grandi produttori non aderenti all’Opec – vedi Usa, Messico o Russia – non decida di tagliare lui la produzione. Impossibile. Di fatto, c’è stato un aumento, perché i 31,5 milioni di barili al giorno fissati come limite della produzione, sono più dei 30 decisi il 27 novembre del 2014, ma pesano due fattori: primo, già questa primavera si pompava sopra i 31 milioni, visto che l’Arabia Saudita aveva ingaggiato una guerra senza esclusione di colpi per rubare quote di mercato sia allo shale Usa che alla Russia, soprattutto attraverso forti sconti per Cina e Paesi europei; secondo, l’Indonesia è entrata a far parte del cartello, quindi un formale movimento al rialzo era prezzato. 

Una decisione che non ha colto di sorpresa gli hedge funds, i quali hanno scommesso sul fatto che Ryad non avrebbe ceduto alle pressioni degli altri Paesi Opec per un taglio della produzione che facesse risalire un po’ il prezzo del barile: le posizioni short su Brent e Crude hanno infatti raggiunto giovedì i 294 milioni di barili, un azzardo non da poco perché se per caso i sauditi avessero ceduto anche solo a un minimo compromesso, lo short squeeze che si sarebbe innescato sul mercato avrebbe lasciato per terra morti e feriti tra gli speculatori. Ma siccome speculare vuol dire “vedere in anticipo”, qualcuno ieri ha fatto una fortuna. Magari debitamente imbeccato da fonti che conoscevano perfettamente e con certezza la decisione che Ryad avrebbe imposto, business as usual. 

Ora però la situazione si fa esplosiva, almeno per tre fattori. Primo, stando a un report riservato proprio dell’Opec, restare a quota 31,5 milioni di barili al giorno significa una sovrafornitura al mercato di 700mila barili al giorno per il 2016, una cifra enorme ma che l’Arabia ha letto in altra maniera: quest’anno, infatti, le stime Opec parlavano di 1,8 milioni di barili extra al giorno, quindi Ryad punta tutto su una crescita della domanda e sul rallentamento dell’output di qualche concorrente. Un gran bell’azzardo. 

Secondo fattore, il rischio di instabilità geopolitica in un Medio Oriente già dilaniato dal fronte siriano e iracheno della lotta all’Isis e del conflitto proxy tra Arabia Saudita e Iran in Yemen. L’Iraq, infatti, ha già perso il 42% delle entrate statali con il crollo del prezzo del petrolio e già oggi non riesce a pagare il salario a dipendenti pubblici e forze di sicurezza e i rischi di precipitare in una crisi a tutto tondo sono alti, così come i rischi che il Califfato ne approfitti per guadagnare ulteriore terreno in tutta l’area Nord, quella dove già oggi la fa da padrone e dove si trovano i giacimenti petroliferi che utilizza per finanziarsi. 

Ma il rischio di default sovrano sistemico sta crescendo anche per altri Paesi, visto che dei cosiddetti “Fragile Five” membri dell’Opec, ben quattro – Iraq, Libia, Nigeria e Algeria – sono in prima linea nella lotta al terrorismo e tutti stanno comprimendo al massimo i margini di breakeven, ma presto potrebbero non riuscire più a finanziare operazioni militari e di sicurezza in un mercato con il barile sotto i 50 dollari o, addirittura, 40 come accaduto ieri. Libia e Iraq sono già al top della scala di rischio all’interno dell’Opec, ma ci vuole cautela prima di pensare che le cose non potranno peggiorare. 

Terzo fattore, il rischio che il petrolio sia l’argomento per un’escalation militare globale. La ragione è semplice. Subito dopo l’annuncio da Vienna, oltre al prezzo del petrolio, sono stati due i grandi movimenti di mercato: il salto alle stelle dell’oro, bene rifugio che tesaurizza storicamente le aspettative di crisi, e il rublo russo, schiantatosi letteralmente nei confronti del dollaro. Immediata è giunta la risposta, alquanto indispettita, di Rosneft, il gigante energetico russo, alla decisione dell’Opec, ovvero di Ryad: per la ditta russa, infatti, quanto accaduto «è in linea con un trend di enorme dumping del mercato. Non vediamo rischi per la nostra azienda derivanti da questa decisione, anche perché i nostri costi di produzione sono tra i più bassi al mondo». Vero, ma ulteriore pressione sul rublo potrebbe significare aumento della percezione di rischio sistemico per il Paese, impegnato oltretutto in una delicata e costosa campagna militare in Medio Oriente, quindi maggiori costi di finanziamento del debito sull’open market e le aziende russe, soprattutto nell’ambito energetico, hanno uno stock in valuta estera non invidiabile. 

A rendere chiara la spaccatura netta all’interno dell’Opec, che come vi ho detto è stata acuita e sobillata proprio dall’appeasement russo verso l’Iraq e l’Iran, oltre che Venezuela ed Ecuador, è stata ieri l’agenzia Bloomberg, la quale in mattinata dava notizia di una riunione informale dell’Opec in un hotel di Vienna qualche ora prima del meeting ufficiale, durante il quale l’Arabia Saudita, il maggiore esportatore di greggio al mondo, avrebbe ribadito il suo ruolo egemone nel cartello, intimando che sarebbe pronta a tagliare la produzione solo se anche la Russia e il Messico condivideranno questa linea in maniera ufficiale. Stranamente, nessuna richiesta di taglio verso l’alleato Usa che in compenso sta allagando il mondo con il suo shale oil. E con il 2015 che dovrebbe chiudersi per l’associazione dei 12 Paesi produttori di petrolio con ricavi in calo a 550 miliardi di dollari da una media dei cinque anni precedenti di oltre 1.000 miliardi, stando a dati dell’Agenzia internazionale per l’energia del 10 novembre scorso, appare chiaro come la mossa di Ryad non sia legata a legge di domanda e offerta o ai propri interessi economici, ma solo a logiche politiche e di potere nell’area.

C’è poi la variabile cinese, ovvero il rallentamento della seconda economia mondiale che, se prolungato, potrebbe far flettere ancora di più la domanda a livello globale. Stando al giudizio di Stephen King, senior economic advisor per Hsbc Holdings, anche nel caso di un taglio alla produzione da parte dell’Opec, non ci sarebbe una ripresa sostenuta dei prezzi del greggio a causa del perdurante rallentamento economico di Pechino. 

Il Pil cinese oggi viaggia ufficialmente al 6,9% stando gli ultimi dati trimestrali del governo, ma diversi osservatori ritengono che il prodotto interno reale sia molto più basso, fino alla metà. Il calo dell’economia cinese, ha spiegato King a Bloomberg, «è probabilmente il più grande fattore a influenzare la depressione dei prezzi del greggio e delle altre commodities. Non è solo una storia di forniture». 

Mentre il prezzo del greggio rimane intorno ai 40-50 dollari al barile, la Cina può permettersi di scegliere le fonti di approvvigionamento che ritiene più convenienti dentro e fuori l’Opec e aumentare le proprie riserve strategiche, come ha già fatto quest’anno riempiendo i maggiori porti di navi cisterna ferme, perché poi la produzione industriale del Paese continua a scendere. Stando alle ultime stime, il prossimo anno Pechino dovrebbe raddoppiare le scorte con altri 70-90 milioni di barili da aggiungere al totale. E proprio il ritorno dell’Iran alla fine delle sanzioni e la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di Pechino aumentano la tensione attorno a Ryad, che corre il rischio di vedere erose le sue quote di export verso il gigante asiatico a favore della Russia e dell’Iraq, ritornato a livelli di produzione ingenti e dove i grandi gruppi del greggio cinese hanno grossi impianti di produzione. Insomma, intrighi geopolitici che nulla hanno a che fare con normali dinamiche di mercato. 

La guerra del petrolio è solo la prosecuzione di quanto sta avvenendo sullo scenario mondiale, ma con altri mezzi. Aspettiamoci delle sorprese, magari non a breve, ma certamente prima che arrivi la primavera. L’azzardo saudita, infatti, è davvero alto: se vince, sarà di nuovo egemone. Se perde, però, sarà spazzata via. E l’Iran – alleato di Mosca – non attende altro.

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