FINANZA E POLITICA/ Renzi ha finito i jolly

- Stefano Cingolani

Le stime sulla crescita del Pil italiano sono state riviste al ribasso. Più che una ripresa, spiega STEFANO CINGOLANI, il Paese ha visto un rimbalzo congiunturale

matteorenzi_fineannoR439
Matteo Renzi (Infophoto)

L’autunno deve essere la stagione dei gufi, perché nulla sta andando come dovrebbe e come Matteo Renzi vorrebbe. Il Prodotto interno lordo non crescerà quest’anno dello 0,9% come previsto dal governo, né dello 0,8% come stima la Banca d’Italia, né dello 0,6% come ha detto l’Ue, ma dello 0,7%, secondo l’ultima nota congiunturale dell’Istat. Vedremo chi ha ragione e in ogni caso il balletto dello zero virgola sembra appassionare soltanto gli statistici e i politici, la gente normale si ritrova in quel che scrive il rapporto Censis: il Paese vive nel limbo.

In realtà, la metafora che più s’addice è quella di Sisifo, il mitico eroe condannato a spingere un macigno in cima alla montagna; una volta arrivato la pietra rotola di nuovo in giù. Se si guarda, del resto, al grafico dell’Istat che raffigura il profilo congiunturale, si vede che un anno fa nell’ultimo trimestre la curva era ancora sotto zero, è salita a più 0,4 nei primi tre mesi di quest’anno e poi comincia a rotolare il basso per appiattirsi a quota 0,2. Questo ciclo di Sisifo è stato spinto nella prima parte dalle esportazioni, le quali si sono ridotte soprattutto verso i paesi extra europei. Sono migliorati i consumi privati interni, ma non gli investimenti. È questo il vero lato oscuro dell’economia italiana. Sono gli investimenti la molla di una crescita non effimera, e invece proprio essi vengono a mancare. Gli italiani non rischiano, timorosi del futuro, scrive ancora il Censis, e questa percezione sociologica trova riscontro nelle statistiche ufficiali.

Più che una ripresa, dunque, si è trattato finora di un rimbalzo congiunturale sul quale ha inciso in modo molto rilevante la politica monetaria. Secondo le stime della Banca d’Italia, la Bce contribuisce per l’1,4% all’aumento del Pil italiano tra il 2015 e il 2016. Ma il fatto è che anche la spinta propulsiva di Francoforte sta venendo meno. Mario Draghi giovedì scorso ha ammesso che l’obiettivo di un’inflazione del 2%, al quale si è impegnato costi quel che costi, è ancora lontano. La domanda interna europea non tira e quella estera (soprattutto nei paesi in via di sviluppo) si riduce.

La Bce ha deciso di prolungare il Quantitive easing fino a marzo 2017, aumentando il tipo di titoli da acquistare (anche quelli emessi dagli enti locali), ma non la quantità. I mercati si aspettavano di più e sono rimasti delusi. E vogliono di più perché sanno che troppi fattori volgono al peggio a cominciare da quelli geopolitici. Il terrorismo e la guerra all’Isis richiedono che la banca centrale crei quella “bolla difensiva” che la Federal Reserve gonfiò dopo l’11 settembre 2001. Draghi ha ragione nel ricordare a ogni piè sospinto che non può fare tutto, i governi debbono sostenerlo con una politica fiscale adeguata (come fece l’Amministrazione americana 14 anni fa). Tuttavia sa bene che toccherà a lui l’onere principale. Forse per questo, e non tanto per la forza dell’opposizione interna a opera della Bundesbank e dei suoi alleati, non spara tutte le pallottole e si tiene una cartucciera piena per i tempi che verranno.

Renzi, intanto, continua il suo gioco mediatico per iniettare fiducia, anche se questa volta è costretto ad ammettere che potrebbe andare meglio. L’Italia ha tutte le caratteristiche per diventare locomotiva, ha detto. Poco tempo fa aveva affermato che stiamo andando forte, più della Germania. È compito dei governi iniettare fiducia nei cittadini, specialmente quando la fiducia è una merce rara, ma non serve spararle grosse. Prudenza, sobrietà, niente bugie e pochi belletti. Dire la verità non sarà rivoluzionario (e per fortuna, di rivoluzioni fasulle se ne sono viste troppe), ma è la premessa per governare bene. Non si tratta di fare prediche, ma di richiamare il capo del governo e i suoi consiglieri alla realtà.

Renzi sa bene che deve fare di più. Dovrà andare a Bruxelles e chiedere ancor più flessibilità. Gli eurocrati vorranno vedere il bluff e il capo del governo italiano non ha buone carte. Un anno fa ha offerto il Jobs Act: quale riforma dal forte impatto economico può portare questa volta? La privatizzazione (parziale) delle Poste? Quella delle Fs che, una volta cambiati i vertici, non si fa più? Le riforme istituzionali possono avere un impatto positivo sulla governabilità, ma nel medio periodo.

Insomma, di qui all’esame di marzo Renzi dovrà tirar fuori qualcosa di nuovo. È vero che l’era dell’austerità è al tramonto, ma sarà un lungo addio e non per tutti: l’Italia ha un debito troppo alto che non riesce a ridurre. Non c’è neo-keynesismo che tenga, quel fardello soffocante non può essere aggirato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori