SPY FINANZA/ I “siluri” di Russia e Cina contro l’Arabia Saudita

- Mauro Bottarelli

L’Arabia Saudita ha guidato l’Opec verso la scelta di non tagliare la produzione di petrolio. Russia e Cina sembrano però sfidare Ryad. MAURO BOTTARELLI ci spiega in che modo

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L’Opec (ovvero l’Arabia Saudita) non ha tagliato la produzione di petrolio venerdì scorso, lanciando al mercato un chiaro segnale: l’attuale saturazione di mercato appare destinata a proseguire per lungo tempo, a meno che uno dei grandi produttori non aderenti all’Opec – vedi Usa, Messico o Russia – non decida di tagliare lui la produzione. E la Russia, come ha preso questa mossa di Ryad, avendo fatto lobbying su Iran, Iraq e Venezuela nel tentativo di spaccare in due l’Opec, tra Paesi del Golfo e altri Stati che patiscono troppo il costo del barile così basso?

Come vi ho già riferito sabato, Rosneft, il gigante energetico russo, ha reagito così: «Quanto deciso è in linea con un trend di enorme dumping del mercato. Non vediamo rischi per la nostra azienda derivanti da questa decisione, anche perché i nostri costi di produzione sono tra i più bassi al mondo». Boom, porta in faccia ai sauditi. Come mai questa sicurezza? Parlano i numeri. Nonostante la decisione dell’Opec e la continua produzione shale Usa, infatti, l’output di petrolio russo è continuato a salire e lo scorso mese di ottobre ha segnato un nuovo record per l’era post-sovietica, arrivando a 10,776 milioni di barili al giorno, un +1,3% su base annua e +0,3% rispetto alle previsioni sul mese. Il motivo? Bassi costi di produzione, un sistema fiscale favorevole e soprattutto gli investimenti fatti tra il 2010 e il 2014, capaci di far riflettere alla produzione russa un ambiente con il barile ancora a 100 dollari. Ma c’è dell’altro.

I giacimenti siberiani non sono infatti profittevoli solo per chi esplora e trivella, ma anche per gli investitori obbligazionari, visto che aziende come Rosneft e Lukoil, i due più grossi produttori russi, hanno garantito aumenti fino al 12% da quando l’Opec ha dato il via al ciclo della saturazione il 27 novembre del 2014. Nonostante molti investitori abbiano dovuto vendere quei bonds in ossequio alle sanzioni occidentali e molte banche russe abbiano scaricato posizioni, spaventate dal quadro macro del mercato petrolifero, visto che utilizzavano quel debito come backstop dei propri prestiti, il rischio di default per quelle aziende è percepito come molto basso dal mercato, anche con il regime delle sanzioni.

E il primo grafico a fondo pagina ci mostra come Rosneft e Lukoil stiano performando in controtendenza rispetto a un settore, quello energetico, con bond per un controvalore di 305 miliardi di dollari, che in media ha perso il 3,3%. Inoltre, chi puntava le sue carte sulla sostenibilità debitoria di quelle aziende è stato stupito quando lo scorso 13 novembre, nel suo bollettino trimestrale, Rosneft ha comunicato di aver ricevuto un pagamento in anticipo per 15 miliardi di dollari da una fonte non identificata. Un inflow benedetto, perché aiuterà il colosso russo a pagare i 2,5 miliardi di debito a scadenza questo trimestre, i 13,7 nel 2016 e gli 11,3 del 2017.

Divenuta nel 2013 il più grande produttore del mondo, grazie all’acquisto della joint venture locale di BP, come ci mostra la mappa a fondo pagina, Rosneft ha visto la situazione debitoria aggravarsi con le sanzioni, tanto da aver chiesto e ottenuto un finanziamento repo a 1 anno per 10 miliardi dalla Banca centrale russa. E chi è il misterioso benefattore? Nessun’altro se non la China National Petroleum Corporation nell’ambito del suo contratto di fornitura per 25 anni siglato due anni fa con Rosneft, il quale prevede pagamenti anticipati per stimati in circa 70 miliardi di dollari. Inoltre, a maggio la Russia ha superato l’Arabia Saudita come primo fornitore di greggio verso Pechino, un cliente che nonostante il rallentamento economico continuerà a comprare in ossequio al suo programma di riempimento delle riserve strategiche che terminerà solo nel 2019 e che sta beneficiando proprio dei bassi prezzi sul mercato. Di fatto, il reale problema di Rosneft è l’ammontare di debito a breve termine che l’azienda ha ereditato con l’acquisizione di TNK-BP, ma con il costante aiuto cinese e dello Stato, se necessario, anche questa criticità potrebbe essere superata.

Ma veniamo proprio alla Cina, la quale potrebbe rivelarsi il pilastro cui la Russia potrebbe sostenersi in caso di eventi avversi, come una nuova crisi speculativa sul rublo che porti a drenare nuove riserve valutarie. Pechino nel terzo trimestre di quest’anno ha aumentato molto l’import di petrolio, proprio in ossequio al programma di rifornimento delle riserve strategiche (Spr), incrementando i permessi per le piccole raffinerie e permettendo extra 700mila barili al giorno di import da luglio. E da chi compra Pechino? Dalla Russia, dal Mare del Nord e dall’Angola. Qualcuno potrebbe far notare che la Cina ha già praticamente finito il suo spazio di stoccaggio e quindi potrebbe essere forzatamente obbligata almeno a rallentare gli acquisti di greggio. Ma non è così e il perché è presto detto: il piano Spr cinese è diviso di varie fasi, con l’obiettivo finale di arrivare a circa 500 milioni di barili. Il primo ciclo di stoccaggio è già terminato e prevede una capacità di 103 milioni di barili, mentre la fase due dovrebbe chiudersi proprio tra la fine di quest’anno e l’inizio del 2016, garantendo altri 170 milioni di barili di capacità attraverso una dozzina di siti, la gran parte dei quali sono già stati terminati, come mostra la mappa a fondo pagina. Si stima che nella seconda metà di quest’anno, l’import petrolifero cinese potrebbe essere cresciuto del 12% rispetto ai primi sei mesi e per l’intero 2016 le proiezioni sono di un +5%.

E tanto per lasciare ancora meno tranquilla Ryad dopo la scelta di forzare la mano, in questo risiko entra anche il grande nemico di Ryad, quell’Iran contro cui sta combattendo la “proxy war” in Yemen e che ora, con le sanzioni pronte per essere eliminate, rischia di fare pesante concorrenza al primo produttore Opec, aumentando la saturazione e spingendo ulteriormente al ribasso i prezzi del barile. Teheran è nervosa da mesi con l’Opec, tanto che sul finire di agosto il ministro per il Petrolio iraniano, Bijan Zanganeh, aveva dichiarato di supportare la richiesta di un meeting d’emergenza per cercare una soluzione che sblocchi la spirale ribassista dei prezzi, sottolineando che il suo Paese «è intenzionato a riconquistare la quota di mercato a qualsiasi costo. Non abbiamo alternative, se non quella di aumentare la nostra produzione. Se non lo faremo prontamente, perderemo a livello permanente la nostra quota di mercato».

E in effetti, Teheran era il secondo produttore dell’Opec dopo l’Arabia Saudita fino alle sanzioni di tre anni fa, visto che nel 2011 produceva 3,7 milioni di barili al giorno, mentre solo l’anno dopo la quota era scesa a 1,2 milioni. Ma Ryad non mollò la presa e, supportata dai Paesi del Golfo, non indisse mai quel meeting di emergenza, arrivando alla decisione dell’altro giorno, in perfetto contrasto con i desiderata di Teheran.

 

(1- continua)

 



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