SPY FINANZA/ Dagli Usa al Giappone, i numeri che “contraddicono” la ripresa

- Mauro Bottarelli

La parola d’ordine per la disinformazione globale è “ripresa”, ma qualcosa, dice MAURO BOTTARELLI nella sua analisi, ogni santo giorno, sembra scompaginarne i piani

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La parola d’ordine per la disinformazione globale è “ripresa”, ma qualcosa, ogni santo giorno, sembra scompaginarne i piani, almeno per chi ha voglia di leggere le cose andando un filino sotto il pelo dell’acqua torbida dei media mainstream. Guardate il primo grafico a fondo pagina, ci mostra due cose: primo, a causa dell’intervento onnivoro delle banche centrali sul mercato obbligazionario ci ritroviamo in un mondo in cui non c’è più offerta netta di debito e secondo, come ci mostra il secondo grafico, le stesse autorità monetarie centrali stanno monetizzando tutto il debito governativo globale, un qualcosa che non era mai successo prima nella storia, di fatto non lasciando virtualmente nessun’altra security per soddisfare la domanda degli investitori, un processo che sta spedendo i prezzi nominali degli assets rischiosi esistenti e trattabili sul mercato a livelli record. 

Quindi vi faccio una domanda: visto che gli interventi delle banche centrali stanno per sorpassare per entità il salvataggio di emergenza seguito ai casi di collasso da parte di Bear Stearns e Lehman Brothers, questo accade perché c’è ripresa o perché non c’è affatto? E ancora: cosa accadrà quando questo mastodontico intervento centrale dovrà, per forza di cose, invertire il proprio senso di marcia, visto che le forze di mercato non potranno essere anestetizzate per sempre dalla legge del debito? E attenzione, perché nonostante nessuno ne parli, il fatto di vivere in un mondo ormai abituato a tassi di interessi negativi – anche bancari – potrebbe avere un effetto molto profondo sul funzionamento del sistema finanziario, tanto che sempre più analisti vedono come altamente improbabile un aumento dei costi di benchmark per i prestiti nel proseguo di quest’anno. 

I rendimenti, che si muovono inversamente ai prezzi, stanno ormai crollando sotto lo zero per un numero sempre crescente di obbligazioni sovrane europee e ora cominciano a interessare anche il rame corporate, primo caso un bond della Nestlè. Certo, questo calo – figlio legittimo del Qe della Bce – significa bassi costi di finanziamento, ma ha anche degli effetti collaterali che, temo, in troppi stanno ignorando, ragionando in un’ottica di medio termine. 

Per Andrew Milligan, capo strategist alla Standard Life Investments, «questo potrebbe essere il prodromo di un ambiente completamente nuovo per quanto riguarda i mercati obbligazionari globali. Se diventasse permanente, potrebbero verificarsi alcuni flussi di capitale davvero importanti. Già oggi comincia ad aver un impatto su fondi pensione e assicurazioni e sul modo in cui opera il loro modello. Li sta mettendo sotto grossa pressione e quando la gente sente la pressione montare, tende a prendere maggiori rischi». Di più, per gli investitori i tassi di interessi negativi, di fatto, significano pagare per prestare i loro soldi: quindi, se è accettabile che un governo tenti di andare in negativo, perché dovrebbero farlo gli investitori? Una domanda su cui spero stiano riflettendo alla Bce, visto che è stata proprio la mossa di Francoforte di portare prima in negativo i tassi sui depositi overnight e poi di lanciare il Qe a innescare le contromosse di altre banche centrali europee, tanto che la scorsa settimana i bond a 5 anni danese e svedese prezzavano un rendimento rispettivamente del -0,48% e del -0,04%. 

Cosa significa questo? Semplice, la guerra valutaria che era già in atto è stata amplificata ed esacerbata dalla scelta di Mario Draghi e ora si cominciano a vedere le prime mosse azzardate: dall’addio svizzero al peg con l’euro alle mosse della Banca centrale danese e svedese di andare ulteriormente in negativo sui tassi, tutti stanno cercando di coprirsi dal rischio di un’ondata di euro in uscita dall’eurozona verso lidi più sicuri. Il problema è che non tutte le Banche centrali possono svalutare la loro moneta abbastanza da “abbuffare” la domanda, non è questa la soluzione al problema. Tanto che, stando agli ultimi dati diffusi nel weekend da JP Morgan, il controvalore dei bond sovrani europei con durata maggiore di un anno che trattano rendimenti negativi è salito a 2 triliardi di dollari. 

E, come vi anticipavo, gli analisti hanno poche speranze per una fine a breve dell’era dei tassi ultra-bassi a livello continentale in Europa: venerdì scorso il Bund decennale tedesco prezzava uno yield dello 0,34% contro lo 0,54% solo di inizio anno e, stando a proiezioni di Pascal Duval, capo della divisione europea di Russell Investment, «non è affatto improbabile che vedremo uno yield vicino allo zero per il decennale tedesco». Cosa potrebbe accadere per invertire la tendenza? Di fatto, solo una cosa: Bank of England e Fed che decidono di alzare i tassi, tanto che l’inflazione salariale di quei paesi potrebbe portare al rialzo i rendimenti obbligazionari a livello globale e molto più velocemente di quanto ci si possa aspettare, visto l’atteggiamento ribassista generale dei mercati. 

Succederà? Vediamo un po’. Dall’Inghilterra è arrivato un chiaro segnale di “no” soltanto giovedì scorso, quando la Banca centrale ha reso noto il proprio “Inflation report”, dal quale si desume che il tasso di inflazione scenderà sotto zero nei prossimi mesi e quindi non ci si deve aspettare aumenti dei tassi prima del 2016. Citando il report: «I tassi di interesse del mercato implicano che il tasso di riferimento della Bank of England è atteso in crescita da metà del 2016 poco sopra l’1% nell’arco di tre anni, molto più basso di quanto era implicito solo tre mesi fa». Di più, in una lettera aperta al ministro delle Finanze, il governatore della BoE, Mark Carney, ha definito l’attuale periodo di prezzi in calo come «temporaneo» e «un fenomeno fondamentalmente distinto dalla deflazione». I dati pubblicati lo scorso mese hanno rivelato che il tasso di inflazione nel Regno Unito è sceso allo 0,5% annualizzato a dicembre, il livello più basso da 14 anni a questa parte. 

E negli Usa? La scorsa settimana due membri con diritto di voto della Fed, il capo della Fed di Richmond, Jeffrey Lacker, e quello della Fed di San Francisco, Joh Williams, parlando con il Financial Times avevano chiaramente fatto capire che «a questo punto, giugno appare un’opzione attraente per l’aumento dei tassi. Certo, i dati possono cambiare questa impostazione, ma dovranno essere cambiamenti davvero sorprendenti, per quanto ci riguarda». Ci credete? Io no e per un semplice fatto: l’America, come vi ho dimostrato nelle scorse settimane con diversi articoli e moltissimi dati, non solo non sta vivendo la ripresa turbo che ci spacciano i grandi media, ma, anzi, è alle soglie di una nuova recessione. I due grafici a fondo pagina ci dimostrano più di mille parole come, da un lato, il mercato azionario resti in rally solo per l’implicita garanzia della Fed di non alzare i tassi e per l’intervento della Bce con il suo Qe e, dall’altro, che a fronte proprio di quel rally, i dato macro Usa e le attese sugli utili non solo siano divergenti ma stanno schiantandosi al suolo. Quindi, la possibilità più probabile è quella di un nuovo ciclo di Qe, reso necessario da quei «cambiamenti sorprendenti» evocati da Lacker e che a Wahington sanno creare ad arte come nessun altro al mondo e non quella di un rialzo a breve dei tassi. 

C’è però un quarto incomodo che potrebbe far saltare i piani di tutti: se infatti l’Europa ancora non ha dato vita al suo Qe (e Mario Draghi sembra sparito nell’oblio da almeno due settimane) e Usa e Uk non sembrano destinati a scompaginare l’esistente, il Giappone dell’Abenomics è in fibrillazione in queste ore. Ieri e oggi si tiene il Consiglio direttivo della Bank of Japan, la quale domani renderà note le sue decisioni riguardo la politica di stimolo per il futuro, ma da più parti comincia a serpeggiare il timore per due realtà: la prima, l’Abenomics non sta funzionando e, la seconda, se la BoJ decide di cambiare rotta, rischia di schiantare i mercati a livello globale. 

 

 

Partiamo dalla prima realtà. Ieri infatti sono usciti i dati sulla crescita relativi al quarto trimestre del 2014 e nonostante il Paese sia ufficialmente uscito dalla recessione, la realtà si è rivelata molto più debole e ridimensionata di quanto ci si aspettasse visto che la crescita del Pil reale è risultata negativa per il terzo trimestre di fila, come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. Il Pil è cresciuto a un tasso annuo del 2,2%, grazie a un recupero dell’export, ma il dato atteso era del 3,7%, mentre trimestre-su-trimestre la crescita è stata dello 0,6% contro lo 0,9% atteso. E per l’anno 2014 sapete di quanto è stata la crescita giapponese, a fronte di un diluvio di soldi senza precedenti: addirittura dello 0,04%. E come ha reagito il mercato? In onore al motto “bad news is good news” – ovvero più vanno male le cose, più la BoJ stampa -, l’indice Nikkei ha chiuso ai massimi da otto anni a questa parte a quota 18004 punti: il mondo e il mercato dei pianificatori centrali funziona così! Basti dire che la spesa per investimento è cresciuta solo dello 0,1%, dopo due trimestri di calo, contro le attese di un +1%. Ma come ci dimostra il secondo grafico, nonostante la sempre maggiore fornitura di denaro e gli acquisti senza precedenti, anche il mercato azionario comincia ad arrancare rispetto al primo ciclo di Abenomics. 

Cosa farà quindi la BoJ, la quale lo scorso ottobre stupì tutti espandendo la base monetaria nipponica di 80 triliardi di yen (circa 680 miliardi di dollari) ogni anno? Cambierà strategia, ammettendo il proprio fallimento e mettendo a rischio la tenuta del sistema finanziario e dell’economia globale o andrà avanti imperterrita nella sua azione distruttrice di qualsiasi fondamentale? Ovviamente il mercato tifa per andare avanti e il motivo sta tutto nell’ultimo grafico proposto. E che si andrà avanti ce lo ha implicitamente confermato il governo nipponico due settimane fa, quando ha nominato membro proprio del Consiglio direttivo della BoJ, Yutaka Harada, un economista che nel 2013 ha pubblicato un libro dal titolo “Reflationary policy revives Japan’s economy” e che quando ricopriva il ruolo di direttore dell’Istituto di ricerche politiche del ministero delle Finanze sintetizzò così la lotta alla deflazione: «Dobbiamo solo stampare più soldi». Di più, intervistato da Bloomberg, Harada affermò senza timore di smentita che «se la BoJ compra tutti i bond dal mercato del debito giapponese, questo creerà inflazione senza dubbio. È semplice. Per battere la deflazione la BoJ deve continuare a comprare fino a quando l’inflazione non avrà raggiunto il 2-3%. L’assenza di politica monetaria reale ha contribuito a due decenni di stagnazione». La realtà odierna ha non solo smentito ma addirittura ridicolizzato queste castronerie keynesiane, ma il governo ci crede e Harada potrà ribadirle addirittura da membro del Consiglio direttivo della Banca centrale! 

D’altronde, poi, come non fidarsi di un Paese che vede il proprio ministro delle Finanze, Akira Amari, pronunciarsi in questi termini: «Il deflattore mostra condizioni favorevoli per uscire dalla deflazione e le dinamiche di lavoro e reddito potrebbero continuare a migliorare. Spero in un aumento dei salari quest’anno, inoltre le condizioni per una inversione a u dell’economia si stanno formando». Capito, si stanno formando, basta aspettare: ma quanto? Mesi? Anni? Forse non c’è tutto questo tempo, visto che la nuova crisi finanziaria è già alle porte e impatterà contro un mondo le cui condizioni macro sono molto peggiori di quelle del 2008. 

Non ci credete? Vi lascio con un ultimo dato, oltre a quelli che vi ho fornito nelle ultime settimane: il Baltic Dry Index al minimo record, a quota 522, sta cominciando a mietere le prime vittime reali. Venerdì scorso, infatti, la Hyundai Heavy Industries, società sudcoreana che è leader al mondo nella cantieristica navale, ha comunicato che nel 2014 è incorsa in una perdita operativa per 3,25 triliardi di won, circa 2,96 miliardi di dollari: solo nel 2013 aveva presentato un profitto di 802 miliardi di won. Il concetto del mal-investment al suo meglio.

 

 



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