CRISI GRECIA/ Sapelli: così la Germania porta l’Europa al fallimento

- Giulio Sapelli

Grecia ed Europa a guida tedesca sono arrivati al muro contro muro. Per GIULIO SAPELLI la via d’uscita non può essere trovata nel Vecchio continente, incapace di gestire la situazione

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Angela Merkel (Infophoto)

L’Eurogruppo ha risposto picche alle richieste del governo greco e i rappresentanti di quest’ultimo hanno abbandonato i lavori con una sorta di dignitosa riaffermazione del mandato elettorale da essi ricevuto dal popolo greco. Tutto è perduto? Forse no. Penso alle dichiarazioni del governo italiano sulla crisi libica. Si va dalla richiesta dell’intervento armato immediato e subito formulato da frettolosi ministri senza aver prima consultato i colleghi di governo e in primo luogo Matteo Renzi, sino alle dichiarazioni di quest’ultimo che lasciano presagire un intervento più ampio e consapevole. È vero che il richiamo all’Onu è senza senso, come in pochi già abbiamo sottolineato, ma ciò che conta è il fatto che se Renzi parla, ebbene su questi e non solo su questi temi, parla l’amministrazione nordamericana con il suo ventriloquo del Regno Unito per una volta tanto non distonico. E il richiamo alla necessità di un accordo generale sulla questione libica che veda protagonisti anche gli Usa e la Russia non può essere disgiunto – quale che sia il giudizio che formuliamo – dallo svolgersi futuro della crisi greca. 

La Germania, infatti, se non smorza i suoi toni rischia un pericoloso isolamento proprio ora che dinanzi alla crisi ucraina ha invece bisogno della massima concordia possibile da parte dei governi europei e soprattutto degli Usa. A mio parere tutto ciò consente di proiettare una nuova luce sulle vicende greche. Esse sono in bilico tra la soluzione lenta e difficile – ma pur sempre una soluzione – e un disastro di grandissime proporzioni. Cerco di svolgere il mio ragionamento. 

Si è aperta senza dubbio una fase nuova nella storia delle istituzioni europee. La vicenda greca la illustra in modo esemplare. Un tempo il “no” tedesco era il punto di riferimento per tutti gli altri interlocutori. Ora non è più così, nonostante le apparenze. I motivi sono molteplici e il primo in ordine di visibilità, non d’importanza, è senza dubbio quello dell’arrivo su scala mondiale – salvo che per gli Usa – di una stagnazione da deflazione che può anche essere secolare. Si rovescia il paradigma degli anni Settanta dove, dopo la fine del sistema dei cambi fissi dominati dal dollaro, si sviluppò la stagflazione, ossia una stagnazione ventennale abbinata a un’inflazione galoppante. Un fenomeno che non si era mai visto prima e che era provocato dalle politiche inflazionistiche scaturite dalla risposta nordamericana sia all’aumento del prezzo del petrolio provocato dall’Opec, sia dalla stagnazione giapponese prodotta dagli accordi del Plaza del 1985 che segnarono il definitivo passaggio degli Stati Uniti da Paese creditore in ultima istanza a Paese debitore e attrattore – tramite la spesa a debito delle famiglie americane – dei capitali di tutto i mondo. 

La conseguenza di quell’enorme bolla di liquidità pose le basi negli anni Novanta dell’irrazionale esuberanza borsistica e dell’aumento del capitalismo stock-optionista governato dal rischio illimitato. L’Europa, in quegli anni Novanta, com’è noto, si blindò tramite la moneta unica e l’egemonia tedesca dal resto del mondo, generando l’inaudito esperimento della prima moneta senza Stato mai apparsa sulla terra. Quello che non si riuscì a blindare fu l’ondata di liquidità che invase il mercato europeo dei capitali. 

Ondata, tuttavia, che non influì sulla configurazione istituzionale della Banca centrale europea strutturalmente votata alla deflazione, come in effetti vediamo oggi davanti a noi con lampante chiarezza. La moneta unica distrugge il sistema dei cambi continentali e nel contempo crea tutta una serie di micro e macro flessibilità nazionali che sono la risposta competitiva all’assenza della vecchia svalutazione monetaria che aiutava le esportazioni: ora si compete con l’aumento della produttività del lavoro, l’abbassamento dei livelli salariali, la lenta e inesorabile distruzione dei sistemi di welfare. 

Naturalmente tutto ciò è esacerbato dalla divisione tra paesi debitori e paesi creditori nell’area euro, che altro non è che la differenza tra paesi con surplus commerciali e paesi senza surplus commerciali. I tentativi di ostacolare queste divisioni e temperare lo strapotere teutonico e nordico sui paesi dell’Europa del Sud e contro la Francia non è servito a nulla, con buona pace di Draghi e del suo mandato nordamericano, come dimostra il crollo economico in corso e l’amento dei debiti pubblici in tutti i paesi dell’euro, Germania compresa. 

La vittoria di Syriza in Grecia non ha fatto altro che accendere i fari su questa situazione, perché da tempo i greci, al di là delle loro divisioni politiche, dimostrano di essere un popolo con una schiena dritta e non si rassegna a essere dominato dalla tecnocrazia senza competenze di Eurolandia. Aveva cominciato George Papandreou, capo del Pasok, tre anni fa quando tornò da Bruxelles e disse che voleva sottoporre le misure della Troika a referendum. Com’è noto, nel corso della notte si persero le sue tracce e si cambiò, tramite il voto, maggioranza di governo. I macellai sociali della Troika arrivarono e la conseguenza fu la trasformazione della Grecia in una baraccopoli. Ma anche lo stesso Samaras, che pur credeva nelle assurde teorie dell’austerità, si sottopose al voto. Prima a quello parlamentare per il Presidente della Repubblica, poi, sconfitto, a quello popolare che ha segnato la vittoria di Tsipras col suo bravo ministro Varoufakis che, non a caso, è uno dei massimi esperti mondiali di teoria dei giochi, oltre ad avere le idee molto chiare sulla follia della politica economica dell’austerità, come si può ben vedere documentato nel suo bellissimo libro, The Global Minotauro, del 2011 e in Modern Political Economy dello stesso anno. 

Oggi nelle istituzioni europee è in corso un bargaining, una contrattazione che vede schierati su fronti opposti i greci e i tedeschi con i loro seguaci degli stati ex sovietici e nordici. Poi ci sono gli stati che stanno a guardare come va a finire, come la Spagna e il Portogallo. Poi c’è l’Italia che proclama a gran voce che vuole la crescita e non l’austerità, ma che di fatto non riesce a indicare una strategia economica europea e non solo italiana fondata sull’aumento della domanda interna e quindi dei salari e quindi della produttività del lavoro e quindi della spesa pubblica e quindi dello sberleffo ragionato e calcolato all’incubo del debito pubblico che, come dimostrano le vicende di questi ultimi anni, non è affatto il fattore scatenante dei cosiddetti spread, né dell’abbassamento del tasso di crescita. Semmai è vero il contrario. 

La Francia, che è il vero avversario storico della Germania, sta a sé ed è come stordita dall’enorme responsabilità che gli è caduta sulle spalle. È più attiva in Centro Africa che in Europa e questa sua visione neo-imperiale schizofrenica non potrà che portare tutti alla rovina se non riscopre in se stessa quell’audacia e quel coraggio che nel Novecento quella grande nazione ha riscoperto con il grandissimo generale De Gaulle. Se si guarda all’Europa dal mondo si comprende benissimo che la posizione tedesca e teutonico-nordica è ormai accerchiata. La Germania è sola. Il Financial Times, il Fmi, la Banca dei regolamenti internazionali, l’Ocse (di cui si parla addirittura come di una forza mediatrice tra la Germania e tutti gli altri paesi europei per indurre la prima a concedere tempo e scadenze del debito alla Grecia) sono tutti concordi sul fatto che la politica dell’austerità deve essere abbandonata e la prima manifestazione di tale abbandono deve essere un’accettazione morbida, negoziata, ipocritamente mediata, delle ragionevoli richieste di Tsipras e di Varoufakis. Non farlo vorrebbe dire la fine dell’euro, l’aumento dell’influenza dei russi e dei cinesi in Grecia e nel Mediterraneo, il potenziale sgretolamento del fianco sud della Nato, con conseguenze che la presenza dell’Isis rende drammatiche e mortali. 

Questo scenario dovrebbe indurci a pensare che i tedeschi cederanno. Francamente ho molti dubbi a questo proposito, perché credo che nella storia sia la metafora della rana e dello scorpione ad avere ragione. Lo scorpione con la sua coazione a ripetere uccide la rana e sprofonda con essa. Schäuble e la Merkel sono lo scorpione, la rana siamo tutti noi. Del resto Hitler dopo aver ascoltato Furtwangler dirigere la Valchiria sacrificò i poveri bambini affamati dinanzi all’Armata Rossa per suicidarsi nel bunker con Eva Braun. Tutto questo non è una visione pessimistica, ma si fonda sulla considerazione mia personale che le condizioni generali del negoziato tra la Grecia e la Germania – circondati da protagonisti che più che tali sono spettatori, a cominciare dalla Francia – sono assai peggiorate rispetto a un tempo. E questo perché alle asimmetrie macro-economiche che ho ricordato prima si sono aggiunte, in una pericolosa coevoluzione, asimmetrie ancora più gravi nelle macchine dei partiti e nelle subculture politiche nazionali. Si sta delineando un insieme di sistemi di gioco a somma zero che può veramente distruggere la società e la civiltà europea. 

Mi spiego. In Germania crescono i movimenti intellettuali di alto livello cetuale e culturale come Alternative für Deutschland che ipotizzano l’uscita della Germania dall’euro e che quindi spingono tutto il sistema politico tradizionale, dalla Merkel ai socialisti, a presentarsi come più realisti del re, cioè a rendere evidente la loro acquiescenza alla retorica dei paesi del Sud Europa e dei viziosi francesi come spreconi, cicale, mangiapane tradimento, gente inferiore, insomma, il cui solo futuro è quello di lavorare a basso prezzo per produrre merci per la superiore civiltà tedesca e nordica .Nei paesi dell’Europa del Sud, in primis in Spagna e in Italia, e ancor più oggi dopo la vittoria di Syriza, crescono movimenti che criticano il dominio tedesco dell’austerità da posizioni tutt’affatto diverse da Alterative für Deutschland, ponendo le basi per un irrigidimento anti-austerty dei governi in carica, quale che sia il loro orientamento politico. 

Il caso è ancor più evidente se guardiamo alla Francia. Se Hollande non si sveglia dal suo sonno con cui ha tradito le promesse elettorali, Marine Le Pen facilmente diventerà Presidente della Repubblica, sfatando la bronzea legge politica per cui i francesi, pur di non avere l’estrema destra alla cuspide del potere politico, cercano soccorso nell’alleanza tra gaullisti e socialisti. Il punto è che Marine Le Pen si sta rapidamente allontanando dall’estrema destra per assumere un volto nazionalista di destra che potrebbe attrarre una moltitudine di elettori gaullisti. 

La mia conclusione è che una soluzione sul debito greco e più in generale su quello europeo non può più essere trovata in Europa. Ribadisco la mia ferma convinzione che occorra una conferenza internazionale sul debito europeo, che comprenda anche quello greco, e che coinvolga sia l’Europa, sia gli Usa che la Russia. Del resto i rumors in merito all’Ocse come possibile mediatore altro non sono che dire a bassa voce quello che invece occorre proclamare chiaramente. Se non lo si farà, lo scorpione ci annegherà tutti.

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