SPY FINANZA/ Le manovre delle Banche centrali che “falsano” i mercati

- Mauro Bottarelli

Ieri è stato il giorno delle banche centrali, con Bank of Japan, Bce e Federal Reserve che hanno preso decisioni o presentato documenti importanti. Il commento di MAURO BOTTARELLI

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Ieri è stato il giorno delle banche centrali (a dire il vero lo sono tutti i giorni da almeno quattro anni ma tant’è): la Bank of Japan ha presentato l’update del suo piano di politica monetaria, la Bce era chiamata a decidere della vita o morte delle banche greche rispetto ai criteri per il loro finanziamento d’emegenza e infine la Fed ha pubblicato in serata (motivo per cui non troverete dettagli in questo articolo) le minute del suo ultimo Consiglio monetario. Cominciamo dai nostri simpatici amici nipponici, a oggi campioni del mondo in carica di pressa da stamperia. Com’era ampiamente scontato, la Bank of Japan ha confermato la sua politica di stimolo all’economia, un plebiscitario 8-1 nel Consiglio direttivo ha infatti ribadito l’intenzione di proseguire l’ampliamento della base monetaria attraverso acquisti annuali per 80 triliardi di yen (671 miliardi di dollari) di bond governativi e assets a rischio. Insomma, nonostante i risultati tardino a palesarsi, la politica di Kuroda e soci pare chiara: andiamo avanti e attendiamo che la stamperia riesca a portare l’inflazione almeno al 2%, non importa con quali rischi per il sistema finanziario.

Ma molti analisti ritengono che, proprio a fronte degli scarsi miglioramenti dei dati macro e strutturali dell’economia nipponica, nel medio termine la BoJ farà ancora di più, ampliando il piano: «La Banca centrale di Tokyo non appare completamente convinta della forza della ripresa economia, quindi penso che a fine aprile ci sarà ulteriore stimolo preventivo», ha dichiarato Marcel Thieliant, economista per il Giappone di Capital Economics. Inoltre, sempre Thieliant, ha sottolineato come «nonostante i membri del board abbiano valutato al rialzo i dati riguardo produzione industriale ed export, notando dei miglioramenti, appare però chiara la loro delusione per il dato del PIl del quarto trimestre 2014 reso noto lunedì, soprattutto per quanto riguarda la componente dei consumi privati in certe aree del Paese». E in effetti, io stesso nel mio articolo di martedì avevo sottolineato come la formale uscita dalla recessione non poteva essere ritenuta un qualcosa da festeggiare, visto che la crescita su base annua dell’economia al 2,2% è ben al di sotto delle stime del 3,7% previsto: quindi, anche legando questa contingenza al netto calo del prezzo del petrolio, alcuni analisti ritengono che la Bank of Japan sarà costretta a ulteriori mosse per difendere i suoi obiettivi inflazionistici del 2% entro marzo del 2016, visto che a ottobre il tasso, al netto dell’aumento dell’Iva, era rimasto fisso allo 0,5%.

«La Banca centrale sembra continuare a ritenere questo calo dei prezzi core come un fenomeno temporaneo, ma noi crediamo invece che sia inevitabile per la BoJ intraprendere nuove azioni di stimolo entro l’autunno, visto che gli attuali tassi inflazionistici sono in netta underperformance rispetto alle proiezioni per il periodo», ha dichiarato Hiromichi Shirakawa di Credit Suisse in una nota. Una visione condivisa anche da Daisuke Nomoto, portfolio manager alla Columbia Management Investment Advisers, a detta del quale «la BoJ deve annunciare alcune misure addizionali, come comprare più bond governativi, Etf, J-Reits (i trust di investimento nel real estate, ndr) o asset-backed securities. I prezzi in continuo calo del petrolio possono portare l’indice dei prezzi al consumo a zero entro luglio e con le elezioni del presidente del Partito Liberaldemocratico (al governo, ndr) fissate per settembre, il timing per l’intervento diventa incerto ma anche di fondamentale importanza».

Ma c’è anche chi pensa che quanto fatto finora porterà i suoi frutti, come ad esempio Takuji Okubo, capo economista della Japan Macro Advisors, a detta del quale «la Bank of Japan può sedersi comodamente e aspettare che il Giappone cresca. Lo yen si è già deprezzato di più del 10% e questo darà una spinta all’export, il petrolio è basso e questo da solo può far aumentare i profitti delle aziende di circa il 10%. Inoltre, penso che anche le dinamiche salariali cominceranno finalmente a salire quest’anno, qualcosa di molto importante. Alla luce di tutti questi elementi positivi, non penso che la Bank of Japan debba fare altro». Insomma, prepariamoci a ulteriori acquisti (di cosa non è dato a sapere, visto che la BoJ già monetizza tutte le emissioni di debito e sta comprando di fatto qualsiasi securities le sia possibile) e alla cancellazione definitiva dei concetti di fair value e price discovery dai mercati di capitale nipponici: un bel risultato, a fronte di inflazione allo 0,5% e con i breakevens a cinque anni in continuo calo.

Ma veniamo al fronte europeo. In attesa che oggi il governo greco presenti ufficialmente all’Ue la richiesta di estensione del prestito per altri 4-6 mesi (giusto il tempo di onorare le scadenze con la Bce e il Fmi in estate), ieri il Consiglio direttivo della Bce era chiamato a una decisione sul rinnovo della concessione di aiuti alle banche elleniche attraverso il fondo di emergenza Ela, la cui ultima tranche da 5 miliardi di euro – che ha portato la quota verso Atene a 65 miliardi di euro nella finestra di emergenza dell’Eurotower – era stata concessa proprio fino alla mezzanotte di ieri. Una questione non di poco conto, visto che come confermano i dati pubblicati martedì dalla Bce stessa, la scorsa settimana le banche greche hanno aumentato infatti di 51,7 miliardi l’uso dei fondi d’emergenza messi a disposizione dall’Eurotower, mentre nelle due settimane precedenti hanno usufruito di 5,85 miliardi di euro: un totale di 57,5 miliardi di euro già richiesti sui 65 a disposizione. E cos’ha deciso la Bce? Ci sono volute oltre dieci ore dall’inizio del consiglio, alle 20 in perfetta contemporanea con la pubblicazione delle minute della Federal Reserve, per scoprire – attraverso non un comunicato ufficiale ma un lancio dell’agenzia Dow Jones – che l’Eurotower aveva aumentato di altri 3,3 miliardi di euro gli stanziamenti per le banche greche, portando il totale a 68,3 miliardi di euro, contingentando il piano di utilizzo delle risorse Ela alle prossime due settimane (giusto per arrivare alla fine del mese, quando scadrà ufficialmente il piano di salvataggio del Paese). Mossa scontata, viste le bank-run che stanno subendo in questi gjorni gli istituti ellenici ma, nonostante la mossa di Draghi, ieri i timori legati ad Atene sono saliti e parecchio, sia in Grecia che nel resto dell’Europa.

E la cosa non deve stupire, perché al netto dello stato di salute del sistema bancario e della sua dipendenza dai fondi comunitari per non fare default in mezza mattinata, sono ben altre le preoccupazioni riguardo Atene e la sua tenuta, visto che proprio ieri funzionari del ministero delle Finanze hanno detto che «il 24 febbraio è atteso essere il primo giorno cruciale per le finanze statali, visto che in base alle proiezioni sui cash flows le casse dello Stato cominceranno a essere a secco quel giorno». Capito? Per stessa ammissione di funzionari pubblici, le cui dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano Kathimerini, tra cinque giorni la Grecia sarà in bolletta sparata e questo per una motivo soltanto: gli stessi greci che strepitano perché vogliono ripagare secondo le loro modalità i debiti che hanno contratto con l’Europa, hanno cominciato da qualche mese a imitare i loro governanti non pagando o posticipando il pagamento delle tasse in vista del voto politico e quindi schiantando gli introiti fiscali dello Stato.

Sempre stando ai funzionari, «lo stato delle riserve valutarie contanti – già non robusto – è deteriorato ulteriormente negli ultimi giorni a causa di mancati introiti, visto che il buco da 1 miliardi di euro in mancate entrate solo in gennaio ha messo a rischio il budget statale e sta minacciando la gestione delle riserve». Stando a dati della Bank of Greece, in gennaio il risultato valutario netto dell’amministrazione statale ha postato un deficit di 217 milioni di euro, contro un surplus di 603 milioni di euro nel gennaio del 2014. Le entrate di budget hanno raggiunto i 3,1 miliardi di euro, contro i 4,4 miliardi di un anno fa, mentre le spese sono scese a 3,2 miliardi dai 3,6 miliardi del 2014. Al netto di queste cifre, quindi, il ministero delle Finanze stima che le riserve valutarie finiranno il prossimo martedì: certo, si possono usare le riserve di entità del governo detenute in banche commerciali per coprire le necessità di breve termine, ma significa guadagnare una settimana, massimo dieci giorni ma non si arriva a marzo, mese nel quale Atene potrebbe non onorare le sue scadenze e i suoi obblighi. Insomma, il surplus di budget primario tanto sbandierato dal governo Samaras come emblema del “Grecovery”, la ripresa dell’economia, era sostanzialmente un assunto che si basava unicamente sul fatto che i greci avessero continuato a pagare le tasse: cosa che oggi, anzi da qualche mese, non accade più.

E la Fed, invece, cosa aveva da dirci? Quello che vi dico da settimane, ovvero che i tassi non si possono alzare perché le distorsioni sui mercati e i dati macro non lo permettono, nemmeno per uno 0,25%. Dalle minute, infatti, è emerso che «molti funzionari della Fed sono inclini a restare più a lungo con tassi a zero; i funzionari sono d’accordo sul fatto che la politica monetaria deve essere dipendente dai dati economici; per la Fed la crescita continuamente tiepida dei salari può limitare le spese; la Fed si attende che il dollaro forte sia un persistente freno all’export e alcuni funzionari hanno notato che il dollaro potrebbe rafforzarsi ulteriormente; la Fed nota che ci sono rischi che provengono da Cina, Medio Oriente, Ucraina e Grecia e alcuni funzionari vedono rischi ulteriori se la debolezza dall’estero dovesse peggiorare».

E, infine, tanto per darmi ragione in pieno, ecco che la Fed è stata costretta ad ammettere (oppure è stata felice di farlo, visto che le serve una scusa per non alzare i tassi e magari per stampare ancora un po’) che «parecchi partecipanti hanno notato che ci sono segnali di pressione nelle industrie di petrolio e gas e il persistere di prezzi bassi potrebbe dar vita a un ritracciamento maggiore nell’occupazione in quelle industrie. Inoltre, è stato osservato che se gli investimenti nella aziende produttrici di energia rallentassero significativamente, questo potrebbe danneggiare l’espansione ad ampio spettro dell’attività economica in questo periodo, specialmente se il rallentamento prendesse piede dopo che saranno già avvenuti e quindi saranno già stati assorbiti gli effetti positivi dei bassi prezzi energetici per la crescita e la spesa dei cittadini». Et voilà, il rialzo dei tassi a giugno è pratica già archiviato, ora si comincerà con le minacce per settembre tanto per tastare la reazione dei mercati, sperando che il mago della stamperia, nel frattempo, faccia il miracolo di rimettere a posto l’economia a livello mondiale.

Insomma, un bel guaio globale eppure i mercati sembrano ignorare tutto questo. Perché? Ve lo spiego io. Benvenuti nel magico mondo delle Banche centrali e del capitalismo pianificato, dove già oggi oltre 2 triliardi di bond dell’eurozona con durata fino a 5 anni tradano a rendimenti negativi e dove a livello globale, il 16% di tutto il debito governativo prezza yields sotto zero! Un mondo meraviglioso, dove nonostante il caso greco sia ancora formalmente aperto, mamma Bce permette ai rendimenti italiani e spagnoli di muoversi sui minimi storici e i rendimenti degli strumenti investment grade dell’area euro sono in area di restringimenti record: questo nonostante a Madrid si dia ormai per scontata la vittoria di Podemos e a Roma il decisionismo di Matteo Renzi ha finora portato come risultato soltanto la rivolta della sua minoranza e l’addio di Forza Italia al patto per le riforme. Tutte cose di cui l’economia si nutre, infatti la nostra ripresa viaggia come un Tgv.

Guardate il primo grafico e capirete meglio in quale follia distorsiva stiamo: da quando Mario Draghi ha annunciato il Qe, andamenti azionari e stime sugli utili delle aziende si sono letteralmente detti addio come due coniugi dopo un divorzio burrascoso, un qualcosa di economicamente folle, un ossimoro di fatto. Solo un miracolo, ammesso che ci crediate, può sostenere quel rally oppure l’utilizzo dei multipli da manicomio criminale. Ma l’opzione put delle Banche centrali può questo e altro, come ci dimostra il secondo grafico, contenuto nell’ultimo sondaggio sul credito globale condotto da Citi, dal quale si evince che il «oltre il 65% degli interpellati ha detto di credere che le azioni della Banche centrali in Europa e Usa sono le principali forze motrici degli spread nell’indice del credito. In un anno di grandi eventi politici catalizzanti in Europa e con tensioni in atto sia in Medio Oriente e Russia, solo il 4% degli interpellati ha detto che gli eventi geopolitici rappresentano un driver per gli spread».

Anche la scorsa settimana, quando le tensioni politiche nella periferia dell’eurozona e in Ucraina hanno toccato il culmine, il placebo del Qe ha fatto in modo che il denaro nell’investment grade divergesse e di molto dai credit default swaps, tanto che Citi si chiedeva retoricamente se «il Qe della Bce sta già comprimendo il mercato obbligazionario investment grade (IG)? Sembra che gli investitori cash non stiano più aspettando prima di salire a bordo della nave». E il terzo grafico ce lo certifica, mentre il quarto ci dimostra che dopo aver compresso gli spread IG, gli investitori siano spinti verso l’alto rendimento. Insomma, mamma Bce ci vuole bene e pensa a noi, ci vuole ottimisti e onnivori di securities, come la Fed d’altronde.

E tanto per farvi capire che, messaggi più o meno pilotati a parte, non solo i tassi Usa non saliranno, ma qualcosa da qui all’estate andrà storto nell’economia a stelle e strisce (bravi come sono a manipolare i dati, non faranno fatica a trovare una magagna, tanto più che esistono davvero e dispetto della bufala della ripresa) e mamma Federal Reserve dovrà tornare in azione – sottotraccia come ha già fatto a dicembre e gennaio oppure ufficialmente, in caso serva stampare un po’ di più – ecco la perla. Perché ne sono così convinto? Guardate il quinto grafico: il numero di pessimisti riguardo le prospettive di mercato è letteralmente crollato al 16,5% del totale del sondaggio condotta da Investors Intelligence di Jim Cramer.

D’altronde, questo spiega l’ennesimo record storico infranto dallo Standard&Poor’s 5000 martedì, con Dow Jones oltre quota 18mila punti. Eppure sempre martedì, quando a Wall Street non erano ancora aperte le contrattazioni, un dato macro gelava gli ardori di molti: l’indice Empire Fed sulle condizioni generali dell’attività manifatturiera, infatti, segnava un andamento stagnante per febbraio, in calo a quota 7,78 rispetto alle attese di 8. Ma guardando bene all’interno dell’indice, si scopriva non solo che i nuovi ordini erano crollati da 6.09 a 1.22 e il numero di addetti era sceso da 13.68 a 10.11 ma soprattutto che le aspettative future delle aziende legate alla loro attività si erano letteralmente schiantate al suolo, passando da 48.35 a 25.58, il peggior calo dal gennaio del 2009, come ci dimostra il sesto grafico.

Detto fatto, i futures sull’indice Empire Fed sono calati di 10 punti a quota 5.6, il livello più basso da cinque anni a questa parte, ma una volta aperta Wall Street, le danze sono cominciate, con l’orchestra spettacolo della Fed a cadenzare il ritmo. E ieri altri dati parlavano di una narrativa un pochino diversa da quella su cui si basano le performance dei mercati, visto che la produzione industriale negli Usa ha mancato le aspettative per il secondo mese di fila: produzione di veicoli a motore giù dello 0,6% a gennaio, le forniture per costruzioni giù dello 0,3%, peggior dato da dieci mesi, produzione manifatturiera +0,2% contro le attese di +0,4% e il tasso di utilizzazione della capacità al 79,4% contro un’attesa del 79,9%.

 

 

 

 

 

Inoltre, sempre ieri in attesa delle minute della Fed (che alla fine stanno riducendosi sempre di più a un esercizio di stile sul significato e sull’interpretazione dell’aggettivo “paziente”), il Labor Department pubblicava il dato dell’indice dei prezzi alla produzione per domanda finale, sceso dello 0,8% a gennaio, il peggior calo dal novembre 2009, dopo il -0,2 di dicembre. A fronte di dati macro di questo tenore, ormai la norma, a vostro modo di vedere davvero la Fed a giugno poteve compiere l’azzardo di alzare i tassi di interesse?

Io penso di no, anche perché come ci dimostra quest’ultimo grafico, il terzo ciclo di Qe è servito unicamente a mantenere vivo il rally azionario, visto che quello legato all’indice manifatturiero Ism ha perso parecchio sprint e le previsioni sull’inflazione si sono inabissate. Ecco la legacy della Fed verso gli Usa, estremo esempio dei danni che un’economia basata unicamente sulle Banche centrali e i loro stimoli monetari può produrre nel sistema. Tanto più che con il passare del tempo, una domanda ricorre sempre più frequentemente nella testa di sempre più analisti e investitori: ma se come ci dicono – Fed in testa -, è tutto a posto, la ripresa c’è ed è robusta, i mercati sono sani e i rally sostenibili, le dinamiche macro in consolidamento, perché tutta questa ansia e questo allarme per la sola idea dell’aumento di un misero quarto di punto dei tassi Usa? Io, nel mio piccolo, ve lo sto dicendo oramai da mesi.

 



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