SPY FINANZA/ Così gli Usa scendono “in guerra” per il dollaro

- Mauro Bottarelli

L’economia americana stenta ancora a riprendersi e nel frattempo il dollari si sta apprezzando sulle altre valute. Per MAURO BOTTARELLI ciò spingerà gli Usa ad agire

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Prosegue la striscia di risultati negativi dell’economia americana, tanto per supportare ulteriormente la vulgata della crescita record. Dopo il crollo registrato a gennaio, passando dal massimo da 21 anni ai minimi da 12 mesi, l’indice Philly Fed era atteso in rimbalzo da praticamente tutti gli analisti, ma così non è stato: non solo è sceso per il terzo mese di fila a quota 5.2 dalle attese di 8.43, ma addirittura la componente “hope” – ovvero le attese per i sei mesi a venire da parte delle aziende – si è schiantata letteralmente al suolo, passando da 50.9 a 29.7, il peggior calo mese-su-mese dal crollo di Lehman Brothers, come ci mostra il primo grafico a fondo pagina. 

Ma veniamo poi a uno dei miei indicatori preferiti, ovvero il dato di vendite di Caterpillar, leader mondiale per ciò che riguarda i macchinari legati alle costruzioni, quindi un ottimo indicatore macro. Bene, a gennaio l’azienda ha patito il peggior calo mensile anch’essa dal crollo di Lehman, con le vendite a livello globale scese del 14% rispetto all’anno precedente (quando scesero dell’8% rispetto al 2013, mentre nel gennaio 2013 scesero del 3% rispetto allo stesso mese del 2012). E c’è di più, perché come ci mostra il secondo grafico, Caterpillar sta scontando cali nelle vendite da 26 mesi consecutivi, sette mesi in più rispetto al periodo del grande recessione. 

Vogliamo poi parlare del petrolio e delle conseguenze che il perdurare di prezzi ai minimi sta avendo sull’economia Usa? Partiamo dall’ultimo dato disponibile, ovvero quello delle scorte: il dato dell’Api di giovedì parlava di 14,3 milioni di barili, mentre quello dell’Eia addirittura di 7,72 milioni di barili contro le attese di 3 milioni, con un livello della produzione statunitense ancora in crescita a 9,280 milioni di barili al giorno. Insomma, una saturazione da offerta che certo non funzionerà da driver per un eventuale aumento del prezzo. E come mostra il terzo grafico, il Texas – uno degli Stati che vive sulla produzione di oro nero – sta patendo molto a livello occupazionale, visto che l’aumento delle richieste iniziali di sussidio di disoccupazione sta salendo per la nona settimana di fila. E questo in un contesto occupazionale che pare mutato del tutto a livello di trend, visto che se l’attesa per le richieste iniziali era di 304mila, mentre la realtà è stata migliore a quota 283mila, il dato della richieste continuative – ovvero di chi non riesce a trovare un lavoro dopo averlo perso – è salito di 58mila unità a 2,425 milioni, il salto in avanti maggiore dall’inizio dell’anno. 

Oggi come oggi gli impianti aperti e operativi sono 553, il 34% dal picco dello scorso ottobre e sempre più aziende, anche di grandi dimensioni, stanno ridimensionando e di molto il business. È il caso della Eog Resources, leader del settore, la quale, nonostante intenda mantenere più o meno invariata la produzione quest’anno, dopo averla aumentata del 50% annualmente negli ultimi cinque, sta tagliando le spese del 40% e trivellerà la metà dei pozzi rispetto al 2014, dopo che i conti del quarto trimestre presentati mercoledì scorso hanno mostrato profitti al di sotto delle attese. 

Per Michael Scialla, analista alla Stifel Nicolaus & Co. di Denver, «questi tagli sono il segnale che i produttori di shale oil possono rallentare la produzione molto più in fretta di quanto le previsioni si aspettassero. La Eog è vista come un’azienda leader nello sviluppo dello shale, quindi se non intendono crescere quest’anno, questo rappresenta un segnale molto importante per il mercato. Quindi, il mito che questo rallentamento avrà bisogno di tempo per aver un impatto sulla fornitura è completamente errato». 

L’amministratore delegato di Eog, Bill Thomas, ha così argomentato la scelta: «Non pensiamo che sia né saggio, né prudente accelerare la produzione quando i prezzi sono bassi, specialmente se come sembra un rimbalzo sarà atteso non prima della fine dell’anno o l’inizio del prossimo». Ma la crisi dell’America corporate va oltre il settore energetico e intacca veri e propri giganti come WalMart, numero uno della grande distribuzione, la quale in una nota ha detto chiaro e tondo che «come molte altre aziende con dimensione globale, stiamo patendo significativi effetti contrari dalla fluttuazione del tasso di cambio», ovvero il dollaro forte comincia a farci male. Di più, proprio a causa dell’apprezzamento del biglietto verde, WalMart ha rivisto le sue previsioni di utile per azione a per l’anno fiscale 2016 nel range tra i 4,70 e i 5,05 dollari per azione, mentre per il primo trimestre l’attesa è tra 0,95 e 1,10 dollari: peccato che questa nuova guidance vada a scontrarsi con quella dell’anno in corso, visto che per i primi tre mesi del 2015 WalMart si attende utili per azioni a 1,10 dollari e per il resto dell’anno di 4,99 dollari. 

Inoltre, stando alla nota, «se il tasso di cambio resterà al livello attuale, questo potrebbe impattare negativamente sulle vendite nette dell’anno fiscale 2016 per approssimativamente 10 miliardi di dollari». E ancora, «visto il potenziale impatto dei venti contrari che questo tasso di cambio impone sul business, ci aspettiamo che la crescita delle vendite per l’anno fiscale 2016 sia tra l’1 e il 2%, contro il 2-4% che avevamo previsto nel nostro meeting con gli investitori di ottobre». Insomma, l’utile per azione del primo trimestre è atteso tra 0,95-1,10 dollari, mentre Wall Street stimava 1,14 dollari, quello per l’intero anno viaggia tra 4,70-5,05 dollari contro le attese di Wall Street a 5,19 dollari e le vendite cresceranno del 1-2% invece che del 2-4%: reazione del mercato giovedì? Eccola, ve la spiega senza bisogno di parole il grafico a fondo pagina. 

Insomma, cosa voglio dirvi con questo elenco di dati negativi per l’economia Usa? Non certo che la ripresa non c’è e che anzi i trend sono quelli pre-recessivi, visto che ve lo sto dicendo da settimane, bensì che di questa situazione si è resa conto anche la Fed, la quale mercoledì rendendo note le minute del suo ultimo meeting ha certificato una cosa: la sua entrata ufficiale nella guerra valutaria in corso per fermare l’apprezzamento del dollaro, a fronte di Bank of Japan e Bce che con le loro manovre di stimolo stanno offrendo benzina al motore già su di giri del biglietto verde. I funzionari della Banca centrale, infatti, hanno sottolineato con forza che il valore crescente del dollaro rappresenta «una persistenza fonte di contrazione dell’export», un messaggio talmente chiaro che appena battuto dalle agenzie ha portato a un netto calo della divisa Usa contro quasi tutte le altre monete. 

D’altronde, la realtà dei fatti è nota: dall’Europa all’Australia, dalla Cina al Giappone, tutti stanno svalutando, mentre solo Usa e Gran Bretagna erano attese per un aumento dei tassi nell’arco dell’anno in corso: la reazione è stata quindi quella di un apprezzamento del dollaro, tanto che sia Warren Buffett che il presidente di Goldman Sachs, Gary Cohn, hanno pubblicamente messo in discussione la bontà di un aumento del tasso di riferimento, chiedendosi retoricamente come la Fed potrebbe operarlo senza danneggiare l’economia del Paese. Anche perché all’apprezzamento conosciuto dall’inizio dell’anno va unito il +13% della seconda metà del 2014, l’aumento maggiore dal 2008, questo nonostante la ripresa americana, nei fatti, non ci sia: lo testimonia l’Economic Surprise Index di Citi, il quale dimostra come i dato macro dell’economia statunitense stiano deludendo tutte le aspettative nel modo peggiore da due anni a questa parte. 

 

«Il dollaro forte rappresenta di fatto una contrazione, sta facendo già molto del lavoro che competerebbe alla Fed stando alla sua guidance ufficiale di politica monetaria e fiscale», ha dichiarato Greg Peters, gestore del ramo reddito fisso alla Prudential Financial di Newark e responsabile per investimenti obbligazionari da 534 miliardi di dollari. Negli ultimi 12 mesi il dollaro si è apprezzato di almeno il 4% rispetto alle 16 valute principali, tanto che l’indice sul dollaro bilanciato al commercio è salito ai massimi da aprile 2009 lo scorso mese. E questo è un male, per il semplice fatto che le aziende Usa devono imparare a vivere con un rally del dollaro che non riflette un reale miglioramento e rafforzamento dell’economia: le vendite al dettaglio e gli ordinativi di beni durevoli si sono parecchio indeboliti negli ultimi mesi e le multinazionali, come vi ho dimostrato prima, cominciano a sentire il peso del dollaro forte a livello di utili. 

Finora la Fed ha guardato al fenomeno in maniera affatto preoccupata, per il semplice fatto che quella degli Stati Uniti è un’economia basata al 70% sui consumi e solo al 13% sull’export, ma ora qualcosa pare cambiato, visto che guardando ai contratti futures si capisce che la possibilità di un aumento dei tassi a giugno è data solo al 18%, contro il 23% di una settimana fa e in attesa dell’audizione di Janet Yellen davanti al Congresso prevista per la settimana prossima, è molto probabile che quella percentuale scenderà ancora. Soprattutto se i dati macro continueranno a deludere, come hanno fatto quelli pubblicati ieri. 

Guardate i due grafici a fondo pagina: se l’indice manifatturiero PMI di Markit ha postato un dato migliore delle attese (54.3 contro le previsioni di 53.6) è la voce dei nuovi ordinativi a spaventare, visto che sono scesi al livello del gennaio 2014 e con essi il tasso di occupazione del settore, tanto che Markit ha concluso la sua analisi dicendo che «il tasso di crescita economica rimane ben al di sotto di quello dello scorso anno, tanto che possiamo dire che l’economia Usa è entrata in una fase di crescita rallentata». Di più, «i dati di febbraio ci indicano grossa cautela rispetto al numero di assunzioni nel settore manifatturiero e anche le dinamiche salariali sono aumentate solo modestamente, al ritmo minore da sette mesi a questa parte. Il rallentamento dei nuovi ordinativi ha reso gli imprenditori più cauti nell’assumere e i timori verso Russia ed eurozona continuano a limitare molto l’appetito verso il rischio». 

E sul finale, lo spettro peggiore: «I costi della manifattura, oggi in calo al ritmo più rapido da metà 2012, dovrebbero far abbassare ulteriormente l’inflazione nei prossimi mesi, permettendo quindi politiche di allentamento per un periodo più lungo se necessario». Insomma, rischio deflazione e tassi che rimarranno ancorati a zero, altro che aumento. E se sarà necessario, per spingere al ribasso il dollaro, temo che la Fed non si farà scrupoli nel creare intoppi al Qe della Bce, se non addirittura imbarcarsi – in maniera più o meno ufficiale – essa stessa in un nuovo round di stimolo. 

L’America, alla fine, ha dovuto ammettere a se stessa che la ripresa non c’è. Ed è entrata ufficialmente in guerra.

 

 



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