BANCHE E POLITICA/ Popolari e Bcc, i numeri (e gli obiettivi) che nessuno vuol vedere

- Gianluigi Longhi

Dopo le Banche popolari, anche quelle di credito cooperativo sembrano finite sotto mire dirigistiche atte a condizionarne il futuro. L’analisi di GIANLUIGI LONGHI

Bancomat_Banca_oroR439
Infophoto

L’intervento del capo della Vigilanza della Banca d’Italia, Carmelo Barbagallo, al convegno di Bolzano organizzato dalla Federazione delle Cooperative Raiffeisen pochi giorni fa, ha evidenziato le linee strategiche suggerite da Banca d’Italia necessarie per una compiuta riforma del nostro sistema bancario. Dopo il decreto legge sulle prime dieci banche popolari, che impone la loro trasformazione in società per azioni, l’attenzione si è focalizzata sulle banche di credito cooperativo e le loro inefficienze nell’attuale configurazione di rete”, che obbligatoriamente deve essere superata in quanto “occorre favorire un sistema meno frammentato capace di superare gli svantaggi della piccola dimensione,” indicando che la soluzione è una fusione del mondo Bcc in un’unica società. Nei fatti si sta modificando circa il 30% della governance degli impieghi del sistema bancario italiano. 

Dai dati emersi nel rapporto mensile Abi di gennaio 2015, a fine 2014 il perdurare della crisi ha determinato un aumento della rischiosità dei crediti erogati: le sofferenze lorde hanno raggiunto a novembre 2014 oltre 181 miliardi, le sofferenze nette ugualmente crescono a 84,8 miliardi pari al 46,75% del totale lordo. A fine anno scorso – continua il rapporto Abi – l’ammontare dei prestiti alla clientela erogati dalle banche operanti in Italia è stato pari a 1.820,6 miliardi di euro, inferiore comunque ai dodici mesi precedenti, quando si attestava a 1842,9 miliardi. L’aumento delle sofferenze è correlato al perdurare della crisi economica che ha determinato una contrazione dei consumi e della produzione industriale di quasi il 25% negli ultimi sette anni: anche l’ultimo trimestre 2014 evidenzia una crescita pari a zero, migliore comunque del trimestre precedente, quando si era, per l’ennesima volta, in negativo. 

Le evidenze dei dati indicano che la globalizzazione finanziaria e l’apertura ai mercati ha – nei fatti – determinato una elevata rischiosità industriale, e quindi fallimenti, chiusure degli stabilimenti, cassa integrazione e problemi sociali. Rischiosità che gli istituti cooperativi, sia di credito che popolari, faticano a gestire competitivamente, anche condizionati dall’etica altruista a favore del territorio, non solo dovuta, in alcuni casi, alla gestione “di signorotti locali” e, come dice Barbagallo, alla “presenza frequente di conflitti di interesse, carenzedei meccanismi di pianificazione, debolezze nell’assetto dei controlli interni… e inopportuni campanilismi”. Tutti vasi di coccio fra vasi di ferro? 

L’economista Carlo Maria Cipolla riteneva che “il rinnovamento del sapere tecnico è l’espressione della reazione dell’uomo ai problemi mutevoli creati dall’ambiente” e, “quello che è in causa, è una vasta modificazione delle strutture e dei valori sociali”. Ne consegue che ogni modifica non è avulsa dal contesto sociale e quindi dalle istituzioni esistenti. Il processo di sviluppo “è pertanto complesso, e molte volte, se si vuole crescere in modo armonico, lento”. 

Il sistema bancario italiano e le sue istituzioni trovano le loro radici nella tradizione cattolica, nella Dottrina sociale della Chiesa: le Casse di risparmio, i Monti di pegno, le Banche popolari e quelle di credito cooperativo, già fin dalla loro nascita erano ispirate al principio di sussidiarietà: la remunerazione del piccolo risparmio dei lavoratori per le Casse di risparmio e – per il modello cooperativo – la correlazione del piccolo risparmio all’impresa artigiana, agraria e commerciale presente nel tessuto economico locale, poiché in questo contesto si persegue il benessere del territorio ove i soci e i clienti operano e vivono. 

Certo che, nella comunicazione globale, ove le informazioni si diffondono con una rapidità immediata, il lento procedere quale variabile indipendente a una crescita armonica di una collettività, non è più strategicamente vincente. La società attuale e le sue tecnologie sono diverse da quella di Leone XIII, ma gli egoismi e l’avidità sono vizi ancora presenti. La digitalizzazione dell’economia e della finanza ha reso impersonale il rapporto economico, call center anonimi e burocrazia hanno reciso il legame personale fra produttore e consumatore sia di beni che di servizi: la standardizzazione si impone in nome della crescita, ma sottace a una società sempre più atomistica e precaria, a una “economia senza volto”. La mutualità delle cooperative bancarie e di produzione, perseguendo finalità diverse dalle imprese commerciali, è un’isola culturale ed economica che valorizza la persona e la sua dignità, in quanto si fonda sulla relazione. Questa quindi è la sfida, adeguarsi al cambiamento per sopravvivere senza abbandonare la propria tradizione, le proprie radici culturali: come ricorda papa Francesco nell’Enciclica Evangelii Gaudium, le nuove forme di comportamento sono il risultato di un’eccessiva esposizione ai mezzi di comunicazione, con l’invasione di tendenze appartenenti ad altre culture, economicamente sviluppate ma eticamente indebolite, ne è la dimostrazione l’aumento della diseguaglianza. Ne discende che molte volte non è lo strumento sbagliato, ma l’uomo che lo usa. 

Se – come ricorda Barbagallo – tutte le Banche di credito cooperativo rappresentano il 6% degli attivi totale del sistema bancario, i loro crediti deteriorati lordi saranno circa 10,86 miliardi di euro con un gap negativo degli accantonamenti rischi del 14,8% rispetto ai più virtuosi (48% banche maggiori, 33,2% Bcc). Il che significa che la rischiosità implicita di tutte le Bcc, rispetto alle banche maggiori, è complessivamente di 1,6 miliardi, appena il 16% delle perdite sofferte da Mps negli ultimi tre anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori