SPY FINANZA/ La “bugia” che tiene in piedi i mercati

- Mauro Bottarelli

Oggi viviamo in un mondo in cui valutazioni dei titoli sui mercati e i fondamentali economici vivono completamente scollegati. MAURO BOTTARELLI ci spiega perché

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Ogni giorno una nuova prova a supporto della mia teoria. Ricordate cosa avvenne lo scorso mese di ottobre, quando i mercati cominciavano a essere nervosi per l’approssimarsi del “taper”, ovvero la fine del terzo ciclo di Qe da parte della Fed? Successe che James B. Bullard, capo della Fed di St. Louis, spalancò le porte alla possibilità di un quarto round di Quantitative easing, in caso la crescita economica e i livelli occupazionali non avessero raggiunto i livelli desiderati: bene, quelle parole hanno completamente cambiato la narrativa sui mercati. Anzi, hanno fatto di più e di peggio: hanno ribaltato la normale correlazione tra dati macro e reazioni del mercato, di fatto annullandola. Anzi, ribaltandola, perché ogni cattiva notizia che giunge dal fronte dei fondamentali è vista come supportiva di un possibile nuovo ciclo di stampa da parte della Banca centrale. 

E guardate che lo scorso ottobre, qualcosa di grosso poteva davvero succedere senza quell’intervento di Bullard: il Qe alla fine, l’economia che era ben lungi dagli obiettivi prefissati, i dati macro deludenti se non da pre-recessione, i rischi geopolitici in continua crescita e il crollo del prezzo del petrolio erano tutti elementi potenzialmente con effetto detonatore per un market crash. Poi, invece, è arrivato lui, l’uomo di St. Louis, il quale con la sua ipotesi ha fatto cambiare prospettiva al mercato, ricordando a tutti l’unica grande vittoria dei cicli di Quantitative easing: i rally azionari. 

Insomma, oggi viviamo in un mondo in cui valutazioni dei titoli e fondamentali economici vivono completamente scollegati ma abbiano questa equazione – Qe uguale mercato al rialzo – che la Fed non sarà mai capace di rimuovere, come ha fatto notare la scorsa settimana anche l’ex numero uno, Alan Greenspan. Ed ecco la “Bullard call”, ovvero l’effetto placebo che l’uomo di St. Louis ha garantito fino a oggi agli indici Usa, nonostante non si sia palesato nessun miglioramento dell’economia reale, come ci dimostra il primo grafico a fondo pagina. E le due audizioni di Janet Yellen, una tenutasi la scorsa notte e l’altra quest’oggi, ci diranno se questa “opzione” Bullard sarà destinata a restare, ovvero se il rialzo dei tassi è da escludere e anzi si potrebbe stampare ancora un po’. 

Nell’attesa, torniamo un po’ indietro nel tempo, esattamente al 1987, quando il presidente Usa, Ronald Reagan, lanciò il “Working Group in Financial Markets”, formalmente un think tank operativo del governo con il compito di monitorare l’andamento dei mercati, ma, nei fatti, un comitato con poteri pressoché totali il cui unico compito era quello di evitare a tutti i costi un crollo del mercato azionario, tanto che a Wall Street è meglio conosciuto come “Plunge Protection Team” (Ppt), la squadra di protezione dai tonfi. Ora, la domanda è la seguente: dopo il crollo di Lehman, il Ppt è intervenuto per evitare correzioni dei corsi? E se sì, quante volte? 

Una risposta indiretta l’ha fornita lunedì Pippa Malmgren, un ex membro proprio del Ppt che ora lavora come consulente politica a Londra, la quale intervistata da Lars Schall per la Matterhorn Asset Management, ha sganciato la seguente bomba h: «Non c’è più price discovery sul mercato, i governi impongono i prezzi». Ma c’è dell’altro, ovvero due grafici (gli ultimi a fondo pagina) relativi all’andamento dell’indice Standard&Poor’s il 10 e il 28 ottobre 2008, in pieno fallout del fallimento di Lehman Brothers: erano due venerdì, giorni tipicamente con bassa liquidità e quindi più a rischio di severe correzioni se qualcuno di abbastanza grande decide che è ora di eliminare il rischio e vendere. All’epoca l’indice S&P’s era nell’area 700-800 punti e cosa successe quei due venerdì, a rischio crollo? Due rallies da 100 punti l’uno, totalmente immotivati. 

Anzi no, un motivo c’è: l’intervento preventivo del Ppt, il quale per la natura emergenziale del suo mandato può operare senza il via libera del Congresso. La pensava così Scott Nations, il quale intervistato da Cnbc, ha smontato le accuse di chi lo definiva un complottista in sei minuti di intervento da brividi che potete trovare qui, anche se in inglese visto che non esiste copia tradotta, e che si concludono con la seguente frase: «Guardate all’azione del mercato il 10 e 28 del mese (di ottobre, ndr) e ditemi chi altro potrebbe aver generato un rally da 100 punti con lo Standard&Poor’s in quella situazione?». 

Ma credete che soltanto gli Usa stiano vivendo in una condizione finanziaria di totale pianificazione politica e di menzogna come unico driver dei mercati? No e la Cina è lì a dimostrarlo, visto che la settimana scorsa Guan Tao, l’uomo che gestisce le riserve da 4 triliardi di dollari di Pechino, ha più o meno involontariamente svelato il reale stato dell’arte del suo Paese (a oggi non si sa se sia ancora al suo posto), partendo alla lontana, ovvero dall’importanza dei movimenti valutari e dei flussi di capitale come indicatori economici, prendendo come esempio la Grecia. Ovvero, «movimenti valutari e flussi di capitale non ti dicono necessariamente che c’è un problema, ma ti dicono che là fuori la gente ha capito che c’è un problema. La Banca centrale greca ha portato dati in base ai quali l’8% di tutti i depositi bancari sono svaniti, un numero inquietante. I movimenti valutari fuori dal sistema bancario ci dicono quindi che la gente in Grecia ha capito e ha perso fiducia nel sistema. E questo è estremamente importante, visto che l’intero sistema finanziario globale è tenuto insieme da un sottile strato di fiducia residua. Quasi tutti i governi occidentali sono in bancarotta, le Banche centrali sono quasi insolventi e il sistema bancario è illiquido. Tutti i fondamentali di questo sistema sono molto deboli e la sola ragione perché la gente non va nel panico è perché nessuno ha ancora cominciato a farlo.. È esattamente quanto accaduto nel 2008». 

Il 2008, ancora una volta. Insomma, la Grecia sta patendo una fuga di capitali figlia legittima della perdita di fiducia. Ma ciò che di interessante ci ha detto Guan Tao è altro: ovvero, che quanto sta succedendo ad Atene, sta accadendo in contemporanea anche in Cina, ovvero nell’unico Paese in cui gli investitori vedevano ancora semi reali di crescita! Parlando a un convegno, ha infatti confermato che le fughe di capitali dalla Cina solo nello scorso mese di dicembre sono state pari a 20 miliardi di dollari e questo solo attraverso i canali ufficiali e tracciabili, quindi il dato potrebbe essere – nelle stime di Tao – quattro volte superiore! Il grafico da brividi a fondo pagina ci conferma quanto accaduto. 

Insomma, non solo gli investitori stanno scappando da quella che fino a oggi era dipinta come la locomotiva economica del mondo, ma lo stanno facendo a gambe levate, sintomo che hanno capito che c’è un problema: bolla immobiliare che sta per implodere? Bolla del credito che non si riesce a controllare? Sopravvalutazione della Borsa? Economia in continuo rallentamento? Tutti e quattro questi fattori, cui se ricordate bene ho dedicato un articolo un paio di settimane fa. Ma se la gente ha capito che c’è un problema in Cina e porta via i suoi soldi, nonostante il Paese cresca ancora di circa il 7% annuo, una volta che la “Bullard call” sarà finita, schiantata dalle forze reali di mercato, cosa sarà allora delle nazioni che Tao definisce di fatto già in bancarotta, Italia compresa? 

 

E attenzione, perché la Cina è sempre stata il santuario del silenzio sulle questioni interne, soprattutto economiche: se un suo funzionario, sovraintendente a 4 triliardi di riserve, ammette in pubblico una fuga di capitali di quel livello, cosa significa? È un bluff per vedere le carte che ha in mano Wall Street, ovvero solo la “Bullard call”, oppure sta preparando tutti all’arrivo di un’altra crisi a livello globale? Attenzione, poi, perché nel sistema finanziario tutto è connesso: la Grecia non può fallire senza creare problemi all’Europa, l’Europa se soffre a livello economico causa problemi alla Cina e la Cina non può rallentare la crescita senza causare danni alle maggiore economie del mondo. Capite perché Cina e Russia da mesi e mesi stanno ammassando riserve di oro fisico? Perché in un mondo insolvente basato su debito insostenibile e sistemi bancari illiquidi destinati a implodere, l’unica cosa che conta è il valore intrinseco di ciò in cui si investe. 

Pensate che esageri? Bene, ieri il piano di riforme della Grecia ha ottenuto il via libera a tempo di record dall’Eurogruppo, quindi tutto parrebbe risolto almeno per qualche mese. Sapete perché è arrivato quel via libera? Per due ragioni. Primo, guardate il primo grafico a fondo pagina: ci mostra come un insider abbia preso il documento inoltrato dal governo ellenico, nella fattispecie dal ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis e sia andato a vederne le proprietà: l’autore è Declan Costello e il documento è del 23 febbraio, ovvero lunedì sera alle 22:09 e ha subito un’ultima modifica ieri mattina alle 09:07. 

E chi Declan Costello? «È un economista che lavora dal 1991 per il Direttorio generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea, attualmente capo unità nel dipartimento responsabile per il Coordinamento delle riforme strutturali e dei servizi economici, coinvolto nello sviluppo dei framework economici per analizzare i progressi con le riforme strutturali nell’Ue e negli Stati membri». Leggi, un burocrate europeo di lungo corso e depositario della legge del Trattato di Lisbona. Insomma, una farsa, ma si sapeva fin dall’inizio. Più sgradevole e preoccupante è la seconda ragione e per capirla dobbiamo andare indietro di qualche giorno, al 20 febbraio per l’esattezza, quando l’edizione on-line del Wall Street Journal rilanciava la seguente notizia: «Grandi banche europee, fra cui Deutsche Bank e Santander, verosimilmente non supereranno gli stress test disposti dalla Federal Reserve». Ma come, il principale istituto di credito europeo, quello che ha passato gli stress test della Bce in carrozza, rischia di fallire i test della Federal Reserve, vedendo quindi compromesso il business delle sue filiali statunitensi, in primis sui dividendi? 

Come vi ho detto tempo fa, Deutsche Bank ha un problema ed è quello sintetizzato nell’ultimo grafico: l’istituto tanto caro alla Merkel e a Schaeuble, infatti, siede su un’esposizione ai derivati pari a 54,7 triliardi di euro, circa venti volte il Pil della Germania. Eppure, attraverso le solite operazioni di settings e l’accantonamento fuori bilanci di certi attivi, Deutsche Bank ha ottenuto il via libera dalla Bce: forse perché l’Eurotower ha chiuso entrambi gli occhi su quella contabilità creativa, essendo la Bundesbank suo principale azionista. Alla Fed invece hanno già fatto capire come ritengano che Deutsche Bank non abbia abbastanza capitale per tamponare eventuali perdite derivanti proprio dalla sua propensione speculativa, altro che banca commerciale. Ma, in questo caso, rigore e disciplina per Merkel e Schaeuble non sono doti importanti, né punti fermi: il problema però è duplice, perché il governo tedesco non può permettere che i correntisti di Deutsche Bank sappiano che l’istituto ha piazzato scommesse sui derivati per una valore di 20 volte i loro sudati depositi nel casinò globale garantito dalla Fed e dalla “Bullard call”. 

 

 

Quindi, cosa si fa? Da un lato si ottiene la compiacenza della Bce sugli stress test e dall’altro si salva la Grecia, ovvero si salva il concetto di obbligazione sovrana come collaterale a rischio zero nelle transazioni finanziarie. Già, perché se anche le banche tedesche hanno venduto pressoché tutti i loro bond greci durante la finestra di tempo garantita dall’ostruzionismo politico della Merkel, ne hanno comunque di altra provenienza postati come collaterale delle loro belle operazioni sui derivati, ovvero come garanzia che se qualcosa va storto c’è quella carta da parati – italiana, spagnola, irlandese, portoghese – che tampona le perdite. Ma se la Grecia fallisce, oltre a non onorare i debito con Bce, Fmi e altri soggetti e schiantare il programma Target2 (facendo pagare il prezzo più alto proprio alla Bundesbank, prima azionista), scoperchia anche il vaso di Pandora per la seconda volta (dopo che la prima fu scoperchiato proprio dalla Merkel e Sarkozy, quando parlarono di rischio default sovrano per la Spagna), uccidendo il concetto stesso di “risk-free” per il debito governativo e i suoi titoli. Ovvero, il collaterale che garantisce le operazioni da Gordon Gekko di Deutsche Bank torna ad essere quello che è, carta igienica di Stato. Insomma, se Atene fallisse, cosa accadrebbe degli scambi e transazioni che le banche europee hanno fatto usando i titoli pubblici greci – ma non solo – come collaterale? 

E attenzione, perché nonostante le belle rassicurazioni di Draghi e soci, gli istituti del Vecchio Continente hanno ancora un livello di esposizione alla leva pari a 26:1, ovvero con una riduzione del 4% nei prezzi degli attivi potrebbe letteralmente venire spazzato via il loro intero capitale. Un rischio troppo grosso, per tutti. E in attesa delle audizioni della Yellen, il Monetary Policy Report della Fed pubblicato ieri suonava sinistri campanelli d’allarme: «Le valutazioni delle equity nel loro complesso attraverso misuratori convenzionali sono un po’ superiori ai livelli storici medi e le metriche di valutazione in alcuni settori continuano ad apparire stirate rispetto alle norme storiche. Riguardo alla valutazione degli assets, le ratio di utile per azioni e prezzo di vendita sono in parte elevate, il che suggerisce la presenza di una qualche pressione sulla valutazione…». Ma soprattutto, «il grado di leverage per aziende non finanziarie con basso rating o senza rating è continuato ad aumentare, con la rapida crescita delle emissioni ad alto rendimento e di prestiti a leva negli anni recenti. I nuovi contratti continuano a mostrare segni di debolezza in termini di sottoscrizione e alto grado di leverage, tanto da essere ora vicini ai livelli che hanno preceduto la crisi finanziaria». 

Attenzione, perché gli stracci per tamponare le perdite del sistema stanno finendo, ormai si basa tutto sull’equilibrismo e sulla “Bullard call”. Ovvero, su una bugia travestita da verità.

 

P.S.: Come volevasi dimostrare, nel corso della sua audizione al Senato prima e durante il “domanda e risposta” seguente, Janet Yellen ha sfoderato doti da funambola, prima facendo intendere che un rialzo dei tassi è possibile a ogni meeting, salvo poi blandire i mercati ammettendo che «prima di alzare i tassi di interesse la Federal Reserve cambierà l’aggettivo “paziente” all’interno della forward guidance», di fatto confermando che per almeno due meeting non verrà alzato il costo del denaro e l’obiettivo rimane il meeting di giugno. Aria fresca, ricordatevi che l’unica cosa che conta davvero è quanto vi ho detto prima riguardo il Monetary Policy Report della stessa Fed: ovvero, che c’è sovra-valutazione del prezzo degli assets e che l’uso della leva da parte di soggetti non finanziari con rating basso o addirittura esenti da valutazione è vicino al livello pre-crisi. Tutto il resto sono bugie, il sale del mondo governato dalle Banche centrali.

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