FINANZA/ Il dilemma che mette l’euro “in trappola”

- Giovanni Passali

La trattativa tra Grecia e Ue ha riportato in scena la teoria del dilemma del prigioniero, che, spiega GIOVANNI PASSALI, non è stata forse ben compresa dall’Europa

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Settimana densa di avvenimenti, quella passata. Il fatto principale è l’accordo tra Ue e Tsipras, che di fatto sancisce la vittoria di quest’ultimo. Inutile vederla in altri termini o tentare di spaccare il capello: l’accordo non contiene le politiche di austerità o il rispetto delle regole invocato dalla Merkel. Il resto è fumo negli occhi, perché un fallimento del sistema bancario greco non conviene a nessuno. E il governo greco è stato abile, bisogna riconoscerlo, a giocare la sua partita. Probabilmente è arrivato al match finale con in tasca un qualche accordo con la Russia o la Cina, per un eventuale sostegno di emergenza al proprio sistema bancario. Insomma, l’Ue, politicamente accecata dalle proprie ideologie, si è cacciata in una situazione in cui aveva solo vie alternative perdenti. E ha finito col cedere.

In questo quadro, nei giorni delle trattative, alcuni commenti interessanti sono emersi. Per esempio, il ministro Padoan ha fatto notare al proprio omologo greco (noto esperto di teoria dei giochi) che non si stava trattando del dilemma del prigioniero. Tale dilemma, normalmente ignoto al grande pubblico, è invece noto agli economisti, in particolare agli esperti di teoria dei giochi. Tale settore tenta di studiare la prevedibilità di un comportamento razionale in una situazione ideale di informazione completa. Il nome prende spunto da una formulazione proposta da alcuni studiosi negli anni Cinquanta del secolo scorso.

La formulazione è questa: due delinquenti vengono catturati e tenuti in stanze separate, senza la possibilità di comunicare. A entrambi viene fatta la seguente proposta. Se confessi e l’altro non confessa, tu fai zero anni di prigione e l’altro ne fa sette se non confessa; se confessa pure lui ne fate sei tutti e due. Se invece non confessi, tu ne fai sette se l’altro confessa; altrimenti, se non confessate tutti e due ne fate uno.

Da un punto di vista razionale, la scelta tra confessare (che vuol dire non cooperare e non fidarsi dell’amico delinquente) e non confessare (che vuol dire fidarsi e cooperare con l’amico delinquente) è la scelta tra farsi nel primo caso zero o sei anni, oppure nel secondo caso uno oppure sette (a seconda della scelta dell’altro). Quindi la ragione (si intende la scelta dei propri interessi) porta a scegliere la prima soluzione e quindi a confessare. Ma tale scelta razionale è identica per le due parti, quindi il risultato finale è quello di prevedere una doppia confessione e quindi sei anni di condanna per tutti e due.

Questa soluzione è un dilemma perché in realtà la soluzione razionale in una situazione di informazione completa (tutti e due i prigionieri avevano le stesse informazioni) non è la soluzione migliore per entrambi. Quella migliore sarebbe stata quella di scegliere di non confessare per entrambi, nel qual caso avrebbero fatto un anno a testa.

Il dilemma del prigioniero è di grande importanza (o lo sarebbe, se fosse compreso fino in fondo) perché mostra come la soluzione più razionale, in una situazione di informazione completa e di competizione (come quella del libero mercato), non porta alla soluzione ottimale. Questo è un durissimo colpo per la teoria liberista, per la quale il libero mercato è la legge suprema per l’allocazione ottimale delle risorse e delle ricchezze. Una legge suprema mai confermata dalla teoria economica o dai fatti.

Il commento di Padoan dimostra quanta cecità ci sia su questo tema. Senza il timore di cadere nel ridicolo, il ministro si è comportato come se potesse fare contemporaneamente la parte del giocatore e dell’arbitro, decidendo o cambiando le regole del gioco. E non avendo capito lo spirito del gioco, si è trovato dalla parte dei perdenti. Il premier Tsipras e il ministro dell’economia Varoufakis hanno fatto la loro parte, cioè si sono presentati come parte irrazionale in un gioco che prevedeva la loro sconfitta se avessero avuto un comportamento razionale. Così la parte razionale, e perdente, è toccata ai loro avversari, cioè la Merkel e i commissari dell’Ue, a partire dall’ignoto (al grande pubblico) presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.

Una sconfitta annunciata, visto che il Paese oggi più forte politicamente in Europa, la Germania, è in gravi difficoltà sul piano interno. La locomotiva economica europea è travolta da un’ondata di disuguaglianza e di disparità regionale, con oltre 12 milioni di tedeschi sotto la soglia relativa di povertà. Il più alto numero documentato dall’unificazione della Germania a oggi. Ulrich Schneider, capo della tedesca Equal Welfare Organization, ha dichiarato: “La povertà non è mai stata così alta e la disparità regionale mai così profonda”.

C’è da essere contenti se i greci non avranno ulteriori aggravi di tagli e sofferenze a causa di questo accordo, ma il problema non è cancellato. Il debito è sempre lì, anche se forse spostato un po’ avanti nel tempo. Ma il problema rimane. E il problema è l’euro. Il ministro Padoan non l’ha capito. O forse l’ha capito, ma gli interessi che difende sono altri. 

Infatti, in un’altra intervista ha commentato positivamente il ritorno alla crescita (quale crescita? Ancora siamo alla speranza della crescita) e si è lamentato soltanto della lentezza delle privatizzazioni. Quelle sì che favoriscono i grandi capitali e i grossi speculatori. Il resto, tutto il resto, è solo specchietto per le allodole.

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