SPILLO/ Quella “rinuncia” di Renzi che costa soldi agli italiani

- int. Francesco Forte

Per FRANCESCO FORTE, rinunciare al dossier Cottarelli significa perdere un sacco di tempo, e forse anche compiere una valutazione sul fatto che certi temi non si vogliono affrontare

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Mateo Renzi (Infophoto)

«Cottarelli aveva fatto un buon lavoro, ripartire da capo significa solo perdere tempo». Lo afferma il professor Francesco Forte, ex ministro delle Finanze, dopo che diversi quotidiani hanno pubblicato la notizia che il consigliere di Renzi, Yoram Gutgeld, sarà il nuovo commissario straordinario per la spending review. Il piano Cottarelli aveva previsto 20 miliardi di euro di tagli per il 2015. Misure indispensabili se si pensa che secondo la Banca d’Italia nel solo mese di gennaio il debito pubblico italiano è aumentato di 31 miliardi di euro, raggiungendo quota 2.165,9 miliardi e sfiorando il record assoluto di 2.167,7 miliardi del luglio 2014. Tanto più che occorre evitare che scattino le clausole di salvaguardia previste dalla Legge di stabilità 2015.

Che senso ha ricominciare da zero senza tenere conto della spending review di Cottarelli?

Per quanto riguarda in particolare gli enti locali Cottarelli era stato molto efficace nell’individuare gli sprechi. Aveva tenuto conto delle aziende locali che sono inattive, hanno dei bilanci fittizi perché beneficiano dei contributi del Comune, quelli troppo costosi per eccesso di personale. Tutto sommato era stato un lavoro valido, e il fatto che potesse essere ulteriormente migliorato non è una ragione sufficiente per non tenerne conto.

Gutgeld è preparato per questo nuovo compito?

A meno che si circondi di esperti di finanza pubblica, dubito che Gutgeld sia più preparato di Cottarelli. Quest’ultimo in quanto economista del Fmi ha visto molti bilanci, mentre Gutgeld non è uno specialista di finanza pubblica. I suoi libri e articoli sono più da politico, sia pure con una cultura economica, che non da esperto della materia.

Il governo Renzi cerca una scusa per rinviare il taglio alla spesa pubblica?

Io sto ai dati di fatto. Rinunciare al dossier Cottarelli significa perdere un sacco di tempo, e forse anche compiere una valutazione sul fatto che certi temi non si vogliono affrontare. Per quanto possa essere discutibile il precedente lavoro, non è utile ricominciare da capo, tanto più che il dossier di Cottarelli era tutt’altro che insignificante. Pur essendo magari incompleto, contiene delle informazioni preziose.

Per Bankitalia a gennaio il debito pubblico italiano è aumentato di 31 miliardi. Come valuta questo dato?

Dipende dal fatto che l’Italia ha un deficit elevato in una fase di deflazione e di crescita negativa. E’ chiaro quindi che il debito aumenta in modo impressionante, e ciò rappresenta un grave problema che dovrebbe preoccuparci. Una volta che sarà terminato il quantitative easing della Bce riemergeranno tutti i nostri problemi di sostenibilità. Diverso sarebbe se almeno il debito italiano negli ultimi mesi fosse stato speso bene per delle cose che rimangono, ma purtroppo non è stato così. Lo si è utilizzato per fare spesa corrente, e questo vuol dire che non ci resta nulla.

La crescita negativa era un fatto inevitabile?

Il fatto che l’Italia venga da una fase di decrescita è colpa del governo che non si è preoccupato di proseguire con gli investimenti e di creare una domanda più consistente di quella illusoria legata al bonus da 80 euro.

 

Fino a che punto l’attuale situazione è realmente preoccupante?

L’unica cosa che finora ha funzionato è il quantitative easing di Draghi. Nel mese di gennaio però l’Italia ha registrato un calo della produzione industriale, e quindi c’è di che preoccuparsi, perché l’Italia è ancora ingessata dalla bassa crescita. Rischiamo anche quest’anno di non ridurre il debito pubblico, bensì di aumentarlo. Siamo già al 33% del Pil, e 31 miliardi aggiuntivi rappresentano quasi il 2% in più. Può darsi che si tratti di un fatto stagionale, ma il fatto che il 2015 parta già con questo debito è un fatto che desta molta preoccupazione. E’ una patata bollente che Renzi lascerà a chi verrà dopo di lui.

 

Qual è il settore in cui bisognerebbe attuare i maggiori tagli?

Il vero problema è quello di liberalizzare le aziende locali. Non soltanto perché in questo modo si risparmia sulla spesa, ma anche perché si mette in circolo un potenziale economico che potrebbe dare luogo a nuovi investimenti e iniziative. Queste ultime potrebbero concentrarsi sulla rete stradale e autostradale, sull’alta velocità e sulla banda larga.

 

Il governo sembra intenzionato a investire soprattutto sulla scuola…

Non mi sembra che queste misure siano la vera priorità per il Paese. Renzi vende come una grande novità il fatto di dare autonomia ai presidi, mentre non è affatto un passo in avanti. Tutto ciò prelude all’assunzione di 100mila precari, anziché al fatto di dare un posto a chi ha vinto il concorso che sarebbe la scelta più logica.

 

Il taglio delle Province è stato un fatto reale?

Finora il taglio delle province è stato soltanto apparente. Le competenze delle province sono state assegnate a questo o a quell’altro ente, e quelle più costose sono state semplicemente trasformate in città metropolitane. Quindi hanno solo cambiato nome per resistere più a lungo. Il personale in questione non è stato trasferito ad altre funzioni, ma rimane lì a fare le stesse cose pur sotto a un’etichetta differente. L’unico risparmio è quello delle elezioni provinciali, che però si inserisce in una linea di semplificazioni che porta ad avere una sola Camera eletta sulla base di un partito che ottiene una maggioranza con un premio esagerato che gli consente di governare in tutto e per tutto.

 

(Pietro Vernizzi)

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