SPILLO/ Il grande equivoco sul “tesoretto” dell’Italia

- Giuseppe Pennisi

Il voto del Bundestag sul programma di risanamento greco e l’idea che l’Italia possa avere un tesoretto sono fatti collegati tra loro. GIUSEPPE PENNISI ci spiega perché

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Pier Carlo Padoan (Infophoto)

Nel fine settimana appena trascorso, editorialisti grandi e piccoli, uomini politici grandi e piccoli e intellettuali grandi e piccoli hanno stappato bottiglie di champagne a proposito di due notizie: l’approvazione da parte del Parlamento tedesco del Programma greco di riassetto strutturale; le stime Istat secondo cui nel primo trimestre 2015 il Pil potrebbe segnare un aumento dello 0,1% e la fine della recessione. Le due notizie sembrano, a una lettura veloce, distinte e distanti. Sono invece strettamente connesse. L’esultanza al fatto che Berlino abbia dato la fiducia (per così dire) ad Alexis Tsipras e al suo Governo vuol dire che ormai la democrazia (non solo quella parlamentare ma ogni forma di democrazia) appartiene al passato.

In questo quadro, l’Unione europea è una strana cosa in cui i Parlamenti di alcuni Stati approvano i programmi di altri Stati. Curiosamente, anche Tsipras e i suoi stretti collaboratori hanno applaudito alla delibera del Bundestag. C’era più trasparenza ai tempi delle amministrazioni fiduciarie e anche delle colonie. Quanto meno gli amministrati non usavano applaudire se i “bwana” approvavano i loro programmi Il nesso è forte con il segno + invece che – di fronte a un flebile 0,1%. Secondo le stime del consensus (i venti maggiori istituti econometrici privati internazionali), potrebbe arrivare al +0,5% a fine anno. Non certo cifre da indurre a fare salti di gioia (tanto più che i “rischi di previsioni” sono indicati al 50%, tali quindi da rendere il quadro molto fragile). Tuttavia così come si esulta perché il Parlamento dei tedeschi ha approvato il programma dei greci, non solo le campane suonano come si fosse di Sabato Santo, ma si parla di “tesoretti” da spendere in questa o quella destinazione.

C’è davvero il rischio che si stia andando fuori binario in materia sia di democrazia che di elementi di base di economia. Il mio amico di una vita, il Prof. Vincenzo Russo (Università di Roma La Sapienza), ha portato alla mia attenzione come nella vulgata l’austerità venga intesa come “una cosa di destra”, imposta per di più dalla “destra”. Un po’ come pensare che il varo da parte del Bundestag del programma di Tsipras sia una “cosa di sinistra” – o quanto meno che il Bundestag si sia convertito e iscritto in blocco a Syriza. Senza giungere a versioni quali quelle del pamphlet Il liberismo è di sinistra di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, che nel 2007 (anno di pubblicazione del saggio) sono parse estreme, basta prendere testi (come ha fatto Vincenzo Russo) di Antonio Giolitti, leader del Pci sino all’aggressione sovietica dell’Ungheria nel 1956 e ministro del Bilancio e della Programmazione economica dei primi Governi di centrosinistra, per sottolineare che “l’austerity” (come si scriveva allora) è, se ben intesa, “di sinistra”: “Il senso concretamente politico – diceva e scriveva Giolitti – e non retoricamente moralistico che il governo dà alla tanto spesso invocata “austerità”. Austerità e cioè eliminazione degli sperperi, dei privilegi, delle ostentazioni di ricchezza e dei consumi esibizionistici – non come fine a se stessa ma come condizione di scelte rigorose e coerenti, con le necessarie rinunce che esse comportano, per il perseguimento e il raggiungimento di quei fondamentali obiettivi. Austerità come piena, efficiente utilizzazione delle risorse, contro la dilapidazione: perché c’è uno spreco ancora più nefasto che quello dei consumi eccessivi o superflui, ed è lo spreco delle risorse inutilizzate, degli investimenti mancati, delle riforme accantonate. Occorre perciò programmare con rigore, con tempestività, con responsabile chiaroveggenza la formazione e l’utilizzazione delle risorse. E occorre che la programmazione sia strettamente e organicamente collegata con la politica di bilancio, mirando ad un bilancio costruito in funzione di obiettivi programmati e gestito al servizio di precise e verificabili azioni programmate, anziché una serie parallela di formali documenti di programmazione e di bilancio non sempre affiatati e convergenti”.  

In un contesto in cui le priorità sembrano cambiare quasi ogni giorno, e scaturire da seminari del partito di maggioranza relativa e non dal dibattito parlamentare, in cui viene istituita una commissione per la verifica della spesa pubblica e se ne “segreta” il rapporto finale, poco è stato fatto per frenare la spesa corrente (tranne blocchi e contributi forzosi a carico dei pensionati), si è paralizzata la spesa in conto capitale e si sono istituzionalizzati sprechi di Stato impedendo il funzionamento di organi di rilevanza costituzionale ma mantenendone inalterato il personale e gli annessi e connessi, è difficile parlare di fine di una “austerità di destra” e di “tesoretti in vista”.

In effetti, quattro economisti italiani che insegnano alla Goethe Universitat di Francoforte (Giuliano Curatola, Michael Donadelli, Alessandrro Gioffré) e un loro collega (Patrik Gruning) lo hanno scritto senza peli sulla lingua nel lavoro Austerity, Fiscal Uncertainty, and Economic Growth: Insights from Fiscally Weak EU Countries : l’evidenza empirica è che in vario modo nell’eurozona la riduzione della spesa ha colpito principalmente la ricerca e lo sviluppo producendo una riduzione della crescita reale per l’area di 4,5 punti percentuali del Pil nell’arco dei prossimi dieci anni. Ora il nesso dei plausi ai tedeschi che hanno approvato il programmi dei greci e la soddisfazione rispetto al +0,1% (e alle prospettive di Anno Felix che si schiude) sono, credo, evidenti. In ambedue i casi, si è scaricato il problema sulle spalle delle prossime generazioni. E in ambedue i casi si utilizzano concetti di democrazia differenti da quelli comunemente conosciuti.

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