J’ACCUSE/ Sapelli: così Renzi aiuta la Cina a “prendersi” l’Italia

Restano forti gli appetiti cinesi sull’Italia. Secondo GIULIO SAPELLI, Pechino vuole usare l’Italia come ponte per l’Africa Centrale e farla diventare una sua base sul Mediteranneo

26.03.2015 - int. Giulio Sapelli
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Xi Jinping, presidente della Cina

Dopo l’ingresso di China National Chemical Corporation (ChemChina) in Pirelli, si torna a parlare degli appetiti cinesi nei confronti delle imprese italiane. La Stampa scrive infatti che Michael Lee, una conglomerata cinese di Taiwan, vorrebbe acquistare il 35% di Giochi Preziosi, che è il secondo player europeo nel settore dei giocattoli alle spalle di Lego. Ma al di là del fatto che questa operazione vada in porto o meno, la presenza di Pechino nel nostro Paese è forte (basti pensare al 35% in Cdp Reti che controlla Snam e Terna) e da diverse parti si è alzato l’allarme per l’impoverimento industriale dell’Italia. Abbiamo fatto il punto con Giulio Sapelli, professore di Storia economica all’Università di Milano.

Cosa ne pensa di questo interesse della Cina per le imprese del nostro Paese?

In merito ci sono analisi di diverso ordine. Qualcuno ritiene che nel nostro Paese vi sia una presenza non indifferente di immigrati cinesi, che hanno molti rapporti con la madrepatria e sono appoggiati dai propri diplomatici. Inevitabilmente monitorano il tessuto industriale e segnalano delle opportunità. Poi c’è anche sostiene che acquistando le nostre imprese i cinesi comprano tecnologia. Ma questo non è vero, lo dimostra anche l’acquisizione di Pirelli. 

In che modo?

Pirelli è un’impresa che ha perso la grande occasione di diventare un player internazionale, quando è fallita l’acquisizione di Continental agli inizi degli anni ’90. Poi ha ceduto Optical Technologies alla statunitense Corning nel 2000, mentre cinque anni dopo ha venduto Pirelli Cavi a Goldman Sachs ed è nata Prysmian. Alla fine quale tecnologia particolare avrebbe acquistato ChemChina?

Allora, secondo lei, qual è il senso di questa operazione?

Come in precedenti casi, dietro ci sono ragioni militar-diplomatiche, geo-strategiche. I cinesi vogliono venire qui, sanno, a differenza di noi che vi ci affacciamo, che il Mediterraneo è un luogo cruciale e il loro interesse presto si sposterà sui porti, come già visto nel caso del Pireo di Atene. La Cina, infatti, vede l’Italia come un ponte non verso il Nord Africa, ma verso l’Africa Centrale, che non a caso è al centro degli interessi di Francia, Inghilterra e Usa. I cinesi sanno bene che se vogliono penetrare in Africa non possono farlo solo con il lungo tragitto marittimo passando per il Mar della Cina e l’Oceano Indiano, ma devono avere delle basi sicure. 

Lei ha citato dei casi precedenti riferendosi a questa strategia…

I cinesi sono entrati in Cdp Reti, che controlla Terna e Snam, ovvero le reti energetiche. Non lo avrebbero fatto se non volessero avere una base di intelligence, militare in un futuro. E nessun governo europeo avrebbe consentito una quota cinese così importante in un asset così strategico. Credo quindi che sul governo ci siano pesantissime pressioni. Non a caso l’Italia si è affrettata ad aderire alla Asian Infrastructure Investment Bank promossa da Pechino, in cui sono entrati anche gli inglesi in disaccordo con gli americani. È una frattura che secondo me provocherà dei problemi al governo italiano.

Bisognerebbe allora impedire l’ingresso di soci stranieri nelle imprese italiane?

Assolutamente no. In un’azienda non è importante la nazionalità dell’azionista, ma che si conservi il cervello strategico in loco e l’occupazione. Il problema è che il disegno cinese non è economico, ma  geo-strategico: basta leggere gli ultimi discorsi del Presidente Xi Jinping, in cui annuncia chiaramente che è giunta l’ora di una “Grande Cina”. Io credo che la Cina sia una potenza neonazista. Oggi riviviamo il dissidio che c’era tra Churchill e Chamberlain riguardo Hitler: io sto con Churchill e mi pare che il Governo italiano stia con Chamberlain.

 

Cosa ne pensa invece dell’allarme sull’impoverimento industriale del Paese?

Siamo di fronte a una scelta. Abbiamo tante piccole e medie imprese molto valide, che però sono massacrate da tasse e burocrazia. Se fossero aiutate potrebbero dare benessere al Paese. Diventeremmo dipendenti dall’estero per acciaio, petrolchimica, ecc., ma ci sono paesi che vivono bene anche così. In questo caso, però, dimentichiamoci di essere una nazione potente, che gioca un ruolo internazionale. Se l’Italia vuole restare un “gigante” deve fare in modo che non gli portino via le medie e grandi imprese. La Pirelli era una media azienda, ma le poche grandi che abbiamo dovremmo tenercele care.

 

Come? Con una nuova Iri?

Io sono da sempre per un ritorno dello Stato imprenditore. Certo, i capitali stranieri, come si vede nel caso di Nuovo Pignone e Avio acquistate da General Electric, possono aiutare e far grandi le nostre imprese, ma credo che non si possa non ritornare all’intervento diretto dello Stato. In forma pulita, sul modello del Trust anglosassone, con un solo Officer di nomina governativa e non un cda con il rischio di lottizzazione. Non la chiamo nuova Iri, perché il Paese è stato convinto di una stupidità, ovvero che la corruzione è maggiore nelle imprese pubbliche, mentre ciò che avviene oggi ci dimostra che nelle imprese private forse ce n’è di più. Bisogna tornare all’economia mista, diversamente scordiamoci di poter avere un ruolo nel mondo. 

 

Il “gioiello” forse più importante che ci è rimasto è Eni. Bisognerebbe dunque applicare questa soluzione per il cane a sei zampe?

No, Eni deve rimanere com’è. Senza nessuna cessione di quote, che non servirebbe a nulla. 

 

E per quanto riguarda la rete infrastrutturale telefonica, che è ancora un asset di Telecom Italia?

La rete telefonica va difesa a tutti i costi. Può anche essere nazionalizzata, ma io la lascerei in Telecom, purché rimanga italiana. Vengano pure fondi arabi, sudamericani…

 

Basta che non siano cinesi…

La Cina è una potenza aggressiva. Bisogna capire che la Cina è un pericolo mortale, anche attraverso i suoi bracci economici. Questo non vuol dire che non bisogna commerciare con Pechino. Tuttavia vorrei ricordare quante polemiche sollevarono gli accordi stipulati da Mattei con la Russia e quanto si era parlato della Chiesa del silenzio in Russia. Ora nessuno dice nulla sulle persecuzioni  religiose cinesi?

 

(Lorenzo Torrisi)

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